Serra Yilmaz: Vi porto nella mia Istanbul
di Paola ZanuttiniCon Serra Yilmaz – così, per banalizzare: l’attrice turca di Ferzan Özpetek con i capelli (ma anche le unghie) fra il turchese e lo smeraldo – abbiamo perso alcuni minuti di questa intervista in una discussione piuttosto oziosa: dunque, Serra, pronunciato Serraa, ha scritto Cara Istanbul, memoir sulla sua città che, tenendosi abbastanza alla larga dalla situazione politica, trabocca di ricordi d’infanzia, adolescenza e giovinezza, sapori del cibo di strada e di casa, luoghi del cuore, racconti sulla nonna cresciuta nell’harem del sultano, inevitabili nostalgie per com’era e non è più Istanbul, e c’è una domanda, peraltro di poco conto, che fatica a trovare risposta.
Dove va l’accento su Istanbul: sulla “a” o sulla “u”?
«Non ha importanza, visto che lei non dice Paris, ma dice Parigi. Noi lo diciamo in turco, voi non parlate turco, quindi lo potete dire come vi viene».
Ma in turco come si dice?
«In turco si dice Istànbul. Non ho mai capito perché gli italiani hanno tutta questa preoc…
Con Serra Yilmaz – così, per banalizzare: l’attrice turca di Ferzan Özpetek con i capelli (ma anche le unghie) fra il turchese e lo smeraldo – abbiamo perso alcuni minuti di questa intervista in una discussione piuttosto oziosa: dunque, Serra, pronunciato Serraa, ha scritto Cara Istanbul, memoir sulla sua città che, tenendosi abbastanza alla larga dalla situazione politica, trabocca di ricordi d’infanzia, adolescenza e giovinezza, sapori del cibo di strada e di casa, luoghi del cuore, racconti sulla nonna cresciuta nell’harem del sultano, inevitabili nostalgie per com’era e non è più Istanbul, e c’è una domanda, peraltro di poco conto, che fatica a trovare risposta.
Dove va l’accento su Istanbul: sulla “a” o sulla “u”?
«Non ha importanza, visto che lei non dice Paris, ma dice Parigi. Noi lo diciamo in turco, voi non parlate turco, quindi lo potete dire come vi viene».
Ma in turco come si dice?
«In turco si dice Istànbul. Non ho mai capito perché gli italiani hanno tutta questa preoccupazione di dire Istànbul con l’accento giusto, se non parlano turco».
Ci sono due toponimi italiani, Friùli e Nùoro, che vengono spesso storpiati in Frìuli e Nuòro. Non è bello, perché i luoghi vanno chiamati rispettando il loro nome.
«Allora dovete chiamare Londra London e Parigi Paris».
Lei, che è anche traduttrice, converrà che Londra è una traduzione, Parigi è una traduzione, mentre Istanbùl è solo una pronuncia sbagliata.
«Comunque è difficile quando non parli bene la lingua: i turchi per esempio, anche quelli che se la cavano con l’italiano, spesso dicono Napolì».
E qui la finiamo. Quali sono per lei, non per un turista, i tre punti fondamentali di Istanbul, senza accento?
«Evidentemente, il Bosforo. È tutto: il polmone e il respiro e il mare e l’azzurro. E poi Cihangir, il quartiere dove abito da sessant’anni, dove ho avuto case con una vista stupenda, anche quella di adesso. Il terzo punto non è un luogo, ma la mia infanzia che appartiene a Istanbul, quindi è preziosa».
Invece per i turisti? Tre destinazioni imperdibili, oltre la Moschea Blu o il Grande Bazar.
«La Moschea Blu dico a tutti di non andare a vederla perché è molto meglio visitare la moschea di Solimano, progettata dall’architetto Sinān: è più bella, ha la külliye con l’ospedale, la mensa e altri servizi di pubblica utilità, secondo le concezioni dell’epoca, e una vista non comune sul Bosforo. La Moschea Blu è meno pregiata architettonicamente, fa parlare di sé perché ha le maioliche blu, ma di maioliche così ce ne sono molto più belle nella piccola e splendida Moschea di Rüstem Pascià. Beh, poi un bel giro sul Bosforo è inevitabile».
Un punto fisso, per lei e per i turisti.
«Ha una facoltà straordinaria: riesce ad assorbire la bruttezza che ha colpito anche la mia città. Sono nata un bel po’ di tempo fa, ho conosciuto un’Istanbul molto diversa e di cui sento la nostalgia, però tante volte, quando torno e vado sul Bosforo, dico tra me e me: ma quanto è bella questa città, ma quanto riesce a farmi dimenticare il cemento che ha invaso tutto. Ormai è rimasto un po’ di verde solo grazie ai morti, perché i cimiteri hanno ancora gli alberi. Un altro suggerimento per i turisti: la maggior parte di loro viene, almeno la prima volta, per brevi periodi. Ecco, se ti fermi solo tre giorni, non c’è bisogno di andare nei musei, non ha tanto senso: meglio assorbire l’aria della città, andare in giro, vedere la vita è molto meglio, no?».
Ma lei vive in Turchia o in Italia?
«Abito a Firenze dal 2017 e lavoro molto in Italia, quindi in estate con l’afa abbastanza insopportabile di Firenze, me ne vado a Istanbul».
A Roma non ha mai vissuto?
«No, ci venivo per girare i film, ci passavo anche periodi lunghi quando recitavo a teatro, ma non ho mai avuto casa mia a Roma. Ho un legame forte con Firenze, la prima città che ho conosciuto in Italia grazie ai Milani, una famiglia che viveva a Istanbul, di cui parlo nel libro: il padre era di Scarperia».
Di Roma si dice che sia una città mediorientale, come Istanbul. Ci sono punti di contatto fra queste due ex capitali dell’impero?
«Roma da un po’ di anni la vedo come una città molto negletta. Le strade sono piene di buche, la spazzatura non viene presa in tempo. Malgrado la sua bellezza immensa, sento questo abbandono ancora di più venendo da Firenze, città curata e pulita, ma anche da Istanbul, che adesso è piuttosto ben tenuta. In Turchia c’è una divisione amministrativa in ogni quartiere che consente di seguire il territorio da vicino. A Istanbul gli amministratori sono dei giovani molto attivi che ti segnalano sul cellulare tutto quello che succede nel tuo quartiere e avvisano rapidamente il municipio se in una strada o in una piazza bisogna intervenire con pulizie o riparazioni. E gli interventi ci sono. Roma e Istanbul hanno in comune un’estensione senza limiti: quando mi chiedono perché non sono venuta ad abitare a Roma, rispondo che ha tutti gli svantaggi di Istanbul senza averne i vantaggi perché, lo ripeto, Istanbul ha il Bosforo. Comunque, per me, queste definizioni dell’ Occidente sull’Oriente o dell’Oriente sull’Occidente sono tutte fasulle».
Però nel suo libro lei cita, inevitabilmente, Orhan Pamuk che, come tema forte della sua opera, ha l’attrazione e il conflitto fra Oriente e Occidente, di cui Istanbul è il perno.
«Sono molto stufa di sentir dire: “È più orientale, mi aspettavo una città più orientale, mi è sembrata molto occidentale...”. Sono discorsi che mi irritano, vorrei chiedere a chi li fa cosa sono l’Occidente e l’Oriente secondo loro? Sono mondi che si mescolano comunque, e oggi è tutto mescolato. Io vengo da un ambiente, anche sociale, molto simile a quello di Pamuk: come famiglia, come quartiere, come scuole, abbiamo frequentato le stesse elementari, lui era più grande di un paio d’anni, poi è andato alle superiori inglesi e io alle francesi. Lo conosco anche personalmente perché era un amico del mio compagno che non c’è più. L’ho citato solo perché un sentimento che lui ha espresso nel suo libro Istanbul è un sentimento che ho sempre avuto anch’io».
La nostalgia?
«No, non la nostalgia: la consolazione che ti può dare Istanbul. Il poter pensare che anche se mi capitano le cose peggiori, posso sempre andare sul Bosforo e trovare consolazione».