Album di famiglia, ritratti del Sud
di Maurizio Fiorino«Non volevo fare un documento storico ma parlare, in generale, dell’esistenza, dall’infanzia alla morte» dice Ciro Battiloro. Ed è da qui che parte Silence is a Gift, volume fotografico ma anche lettera d’amore verso le persone che il fotografo ha incontrato. Lettera che – ed è un dato interessante – non è nata con un inizio e una fine ma come esito di un rapporto durato anni tra Napoli, Cosenza e Torre del Greco. Una data, a voler essere puntigliosi, c’è: le immagini sono state realizzate tra il 2015 e il 2021 e ritraggono – riassumiamo – famiglie, corpi, momenti ordinari. «L’intimità rivela l’unicità di ogni vita umana. Intendo dire che, se intesa come vicinanza e prossimità, diventa una forma di resistenza silenziosa» spiega Battiloro.
«Non volevo fare un documento storico ma parlare, in generale, dell’esistenza, dall’infanzia alla morte» dice Ciro Battiloro. Ed è da qui che parte Silence is a Gift, volume fotografico ma anche lettera d’amore verso le persone che il fotografo ha incontrato. Lettera che – ed è un dato interessante – non è nata con un inizio e una fine ma come esito di un rapporto durato anni tra Napoli, Cosenza e Torre del Greco. Una data, a voler essere puntigliosi, c’è: le immagini sono state realizzate tra il 2015 e il 2021 e ritraggono – riassumiamo – famiglie, corpi, momenti ordinari. «L’intimità rivela l’unicità di ogni vita umana. Intendo dire che, se intesa come vicinanza e prossimità, diventa una forma di resistenza silenziosa» spiega Battiloro.
Ridurre il rumore visivo
Si tratta in assoluto del suo primo progetto, nella realizzazione del quale ha creduto non l’Italia bensì la Francia, nella fattispecie di quella meraviglia editoriale che è Chose Commune. Nel corso degli anni l’artista ha seguito i cambiamenti delle persone fotografate: «Ho visto nascere nuove vite, bambini diventare adolescenti e poi genitori a loro volta, ho dovuto salutare per sempre alcune persone».
È necessario, non ce ne voglia Battiloro, aprire una breve parentesi. Negli ultimi anni, una parte significativa della giovane fotografia italiana ha riscoperto il linguaggio del bianco e nero. Non si tratta di una scelta nostalgica, ma di una presa di posizione formale e politica: vuol dire ridurre il rumore visivo, sottrarre informazioni, concentrarsi su corpi. In un’epoca social e di saturazione cromatica, l’assenza di colore sembra essere diventata strumento di rallentamento.
Francesco Faraci, Arianna Arcara, Fabio Bucciarelli, Angelo Leonardo, Luigi Lista e tanti altri: pur con differenze evidenti nei temi e nei contesti (dal lavoro documentario ai conflitti, dalle periferie milanesi a quelle palermitane, dalla dimensione più intima a quella familiare) questi autori condividono un’idea della fotografia come pratica di responsabilità nei confronti dei soggetti ritratti.
«Il bianco e nero permette un’astrazione rispetto alla realtà ed esalta di più il linguaggio del corpo» è la posizione di Battiloro. Nel suo caso, non è perciò un mero elemento decorativo ma serve a sottrarre l’immagine all’attualità immediata e a iscriverla in una dimensione più ampia.
Libertà d’interpretazione
Per le stesse ragioni fotografa con una macchina analogica e non ama accompagnare le istantanee con delle didascalie. Così facendo, parole sue, lascia la visione libera all’interpretazione senza il bisogno di fornire troppe (e superflue) informazioni.Una scritta sul muroNato a Torre del Greco nell’84, Battiloro è stato studente di filosofia prima di dedicarsi alla produzione di immagini. «Preferisco lavorare non cercando lo shock o il rumore, ma il silenzio: è lì che si trova la verità» dice.
A dispetto della fotografia che tende a ridurre i territori a elementi narrativi riconoscibili, le sue immagini cercano di evitare l’enfasi a tutti i costi. Soprattutto, sottolinea, in un momento mediatico che riduce Napoli e il Sud a folclore o a cronaca. «Non volevo parlare di luoghi da riqualificare. A me interessa porre al centro gli abitanti con la loro vita quotidiana». In tale direzione, ha creato una sorta di manifesto: «Le mie immagini sono accolte, mai rubate».
Entrare nelle case, per lui, significa perciò essere innanzitutto riconosciuti. «Quando visito queste famiglie, la prima cosa che mi chiedono è: “Hai mangiato? Come sta la tua famiglia?”. E queste domande, lo assicuro, sono segni tangibili di cura, non mera cortesia». Da lì in poi, la presenza del fotografo non è mai neutra. Anzi, è vero il contrario: «Io sembro invisibile, ma sono talmente accolto che divento visibilissimo». E il rapporto si fonda sulla continuità: «Non sono mai un intruso, ma un amico, un fratello, un confidente. Questa posizione incide sul modo in cui le immagini vengono realizzate e sulla loro restituzione».
Ultima curiosità: il titolo del volume, Silence is a Gift, nasce da una frase scritta su un muro nel Rione Sanità e scovata una domenica pomeriggio mentre il fotografo era a passeggio. «L’ho trovata subito una dichiarazione di intenti e, in fin dei conti, un manifesto della mia estetica» conclude Battiloro.
Sul Venerdì del 13 febbraio 2026