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Andrea Bajani: Scrivere è ricordare

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TIC TAC Quando batto sui tasti, sento la memoria che preme per farsi sentire. E poi mi chiedo: cosa resterà di me nei ricordi dei miei bambini?
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Se è vero che tutto quello che siamo si compie nei primi anni di vita, e che contemporaneamente non ricordiamo nulla di quello che è successo nei primi due o tre anni successivi alla nascita, allora trascorriamo il resto dei giorni dentro un mistero insolubile. Quello che ci condanna a chiederci di continuo – e soprattutto nei momenti di crisi – perché siamo nel modo in cui siamo, sapendo che però la risposta sta in un punto in cui non possiamo più accedere. Ecco, scrivere, ogni volta, è come sentire qualcosa che preme da sotto, come se ci fosse un ricordo che spinge per farsi ricordare. Quando ogni mattina all’alba mi metto a battere sui tasti, sento queste spinte da sotto, memoria che chiede udienza con insistenza, e ho l’impressione che la scrittura sia l’unico sondino che riesca davvero ad artigliare qualcosa dentro quel buio di cose successe. E poi mi trovo – sbalordito – a vedere questi ricordi che compaiono sullo schermo a scombinare il passato e il presente.

E insomma sarà per…

Se è vero che tutto quello che siamo si compie nei primi anni di vita, e che contemporaneamente non ricordiamo nulla di quello che è successo nei primi due o tre anni successivi alla nascita, allora trascorriamo il resto dei giorni dentro un mistero insolubile. Quello che ci condanna a chiederci di continuo – e soprattutto nei momenti di crisi – perché siamo nel modo in cui siamo, sapendo che però la risposta sta in un punto in cui non possiamo più accedere. Ecco, scrivere, ogni volta, è come sentire qualcosa che preme da sotto, come se ci fosse un ricordo che spinge per farsi ricordare. Quando ogni mattina all’alba mi metto a battere sui tasti, sento queste spinte da sotto, memoria che chiede udienza con insistenza, e ho l’impressione che la scrittura sia l’unico sondino che riesca davvero ad artigliare qualcosa dentro quel buio di cose successe. E poi mi trovo – sbalordito – a vedere questi ricordi che compaiono sullo schermo a scombinare il passato e il presente.

E insomma sarà per questa sfrigolante pentola di ricordi che è la scrittura – e questo continuo farmi domande al riguardo (“ma perché ti avevo dimenticato?”, o “ma sarà poi accaduto davvero?”), che passo il tempo a guardare i miei figli e a chiedermi che cosa ricorderanno di quello che gli succede. E soprattutto a chiedermelo proprio mentre sta accadendo. Si ricorderanno – mi domando per esempio – questa mia esultanza scomposta dopo avergli fatto gol in una partita in salotto? (Avrei dovuto pensarci prima, mi dico in preda a uno sconforto silenzioso). O l’assalto dello scoiattolo al biscotto che brandivano correndo sul prato? Lo penso soprattutto per le storture del mondo, per le frasi mal dette, per la violenza di cui sono testimoni involontari. A volte la sera mi affaccio alla loro stanza, li guardo dormire, vorrei poter sfilare, prendendolo tra le dita, quel germe destinato a diventare ricordo. Quella frase, quell’esultanza, i denti dello scoiattolo.

Lo faccio in verità con tutti i bambini che vedo. Succede anche adesso, a un piccolo parco giochi non lontano dal campus universitario dove lavoro. E siamo tutti questi padri e queste madri, che si affaccendano intorno ai bambini, ai loro bisogni. E si distinguono facilmente gli italiani, e i latini più in generale, dagli altri, con questa attitudine che abbiamo al sentimentalismo fisico e vocale. E mi distinguo io, che spicco per patetismo. E insomma noi latini stiamo lì a rimboccare ogni azione con le parole, con gli abbracci, le merendine, i «bravo!» urlati per ogni piccola impresa, e un servilismo di apprensione e sospiri, mentre gli americani lasciano che i figli se la cavino ruzzolando giù dagli scivoli e poi ritirandosi su. E c’è questo padre, proprio ora, che sta davanti alla stessa scaletta davanti a cui sto io con mio figlio. E mentre io lo sollevo per la sola ragione che mi ha chiesto di farlo, lui lascia la figlia – più o meno coetanea – ai piedi della scaletta. Lei piagnucola, pretende di essere sollevata (forse per colpa mia), e lui le sorride. È un sorriso fermo e gentile, accompagnato da una frase che ripete almeno tre volte, «You know I’m not gonna help you». Non ti aiuto, lo sai. Finché lei sale, lui le dice «Good job», e io intanto mi chiedo a che punto del suo tragitto terrestre di persona autonoma lei ricorderà di colpo quelle parole ripetute ai piedi di una scaletta.

Sul Venerdì del 20 febbraio 2026

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