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Jimmy Wales, il fondatore di Wikipedia: “Con Trump rischiamo il fascismo”

Il fondatore di Wikipedia, Jimmy Wales, nel suo ufficio di Londra. Getty Images 

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Intervista all’uomo che da 25 anni guida la più grande utopia della rete: l’enciclopedia libera, condivisa e soprattutto gratuita. “Sono fiero di non essere miliardario. Prima di mettere la pubblicità dovranno passare sul mio cadavere”
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Londra. Non fidarsi è bene, ma fidarsi è meglio. «È l’unica speranza per dare un senso a questo mondo di e da pazzi. Fidatevi di me», ci assicura Jimmy Wales, figlio dell’Alabama a Londra, dove si è trasferito una quindicina d’anni fa. Qui nel 2012 ha sposato la sua terza moglie Kate Garvey, per un decennio assistente personale di Tony Blair. Una donna, secondo lo stesso ex primo ministro britannico, «con un tale pugno di ferro che è pronta a strizzare le palle a chiunque provi a interferire».«Non capisco perché Trump e i Maga odino così tanto Londra, per loro la città più pericolosa del mondo», nota Wales. «Forse perché è uno straordinario esempio di multiculturalismo riuscito. È vero, possono rubarti un cellulare, come in tante altre città. Ma la criminalità è bassa, le mie figlie vanno a scuola da sole e io mi sento sicuro: soprattutto nei quartieri a maggioranza musulmana dove non si incontrano ubriachi».

Ma benvenuto in Parlamento, dove accogliamo Mr Wales: un giovanotto di 59 an…

Londra. Non fidarsi è bene, ma fidarsi è meglio. «È l’unica speranza per dare un senso a questo mondo di e da pazzi. Fidatevi di me», ci assicura Jimmy Wales, figlio dell’Alabama a Londra, dove si è trasferito una quindicina d’anni fa. Qui nel 2012 ha sposato la sua terza moglie Kate Garvey, per un decennio assistente personale di Tony Blair. Una donna, secondo lo stesso ex primo ministro britannico, «con un tale pugno di ferro che è pronta a strizzare le palle a chiunque provi a interferire».«Non capisco perché Trump e i Maga odino così tanto Londra, per loro la città più pericolosa del mondo», nota Wales. «Forse perché è uno straordinario esempio di multiculturalismo riuscito. È vero, possono rubarti un cellulare, come in tante altre città. Ma la criminalità è bassa, le mie figlie vanno a scuola da sole e io mi sento sicuro: soprattutto nei quartieri a maggioranza musulmana dove non si incontrano ubriachi».

Ma benvenuto in Parlamento, dove accogliamo Mr Wales: un giovanotto di 59 anni, occhiali, capelli e barba argentei, fondatore della più grande e consultata enciclopedia della storia: Wikipedia. Wales sfida il grigiore della capitale britannica con un’eccentrica camicia a fiori alla Beach Boys. California Dreamin’, manco fosse ancora nella Silicon Valley.

Wales, lei si sente “il buono” tra i Tech Bros, i proprietari dei colossi tecnologici americani come Musk o Zuckerberg?

«Così dicono. Del resto, sono l’unico non miliardario della cerchia, e contento di non esserlo, perché Wikimedia Foundation è una associazione no-profit e ne sono fiero. Ci sostengono i donatori, in nome del sapere. E, così come non ci quoteremo in borsa, non metteremo mai la pubblicità su Wiki. Devono passare sul mio cadavere».

Ma Elon Musk la attacca. Dice che Wikipedia è woke, di sinistra, troppo progressista come lei, piena di pregiudizi contro la destra. Perciò vuole lanciare la sua Grokipedia.

«Sciocchezze. Wikipedia non è di estrema sinistra. Semplicemente racconta i fatti, da fonti attendibili come i giornali, e dà spazio a ogni punto di vista. Certo, non a coloro che pensano che la Terra sia piatta… A tutto c’è un limite».

Nella sua gnoseologica impresa, Wales vanta colossali “antenati”. La prima enciclopedia viene attribuita a Plinio il Vecchio, il prototipo moderno è del filosofo francese Denis Diderot. A tre anni, Wales legge la sua prima, la World Book Encyclopedia, che sua madre Doris Ann, educatrice, acquista da un venditore porta a porta (papà Jimmy Don gestiva un negozio di alimentari). Quando invece nasce Wikipedia, a inizio secolo, il comico americano Stephen Colbert la umilia in diretta tv: «Così potremo modificare la realtà quanto ci pare!». Risate di scherno. Ma “nel bene o nel male, purché se ne parli”, profetizzava il Dorian Gray di Oscar Wilde. Da allora, Wikipedia – con “wiki” che sta per una raccolta collaborativa di documenti ipertestuali – ha un successo leggendario: oggi conta quasi 70 milioni di articoli in trecento lingue e trecento miliardi di pagine viste all’anno, «in un mondo di otto miliardi di abitanti, di cui un terzo non ha accesso a Internet», gongola “Jimbo”.

Wales fonda Wikipedia dopo una laurea in Economia, una compulsiva passione per i videogiochi nel tempo libero, gli inizi nella finanza a Chicago, poi la folgorazione di internet e la fondazione nel 1996 del portale Bomis, con contenuti anche soft porn. Poi, nel 2000, lancia con l’amico, informatico e filosofo Larry Sanger la sua prima enciclopedia, Nupedia. Ma è un flop clamoroso: «Era sbagliata l’idea di base», racconta oggi, «puntare su pochi esperti che controllavano e filtravano i contenuti come paper scientifici limitava tremendamente la produzione di articoli, e anche la loro varietà».

Invece, il primo comandamento di Wales è “fidarsi”. Dei volontari, dei collaboratori e degli editor, persino anonimi e da qualsiasi parte del mondo, che possono essere i massimi esperti di qualsiasi materia. Ma, soprattutto, tutti possono contribuire a questo alveare del sapere globale. Anche per questa “libertà”, la sua enciclopedia è stata criticata. In ogni caso, grazie a “Jimbo” e a Sanger – i due non si lasceranno bene e ancora oggi bisticciano sulla paternità – Wikipedia appare online il 15 gennaio 2001. Ora, in occasione del 25° Wiki-compleanno, Wales ha deciso di pubblicare Le 7 regole della fiducia (Garzanti), che racconta come alcuni grandi successi della Rete oggi si basino proprio su questa empatica qualità, in una società sempre più divisa, sospettosa e diffidente del prossimo.

Ma la diffidenza è un istinto miope come dimostrano, sostiene Wales, gli esempi di Airbnb, eBay, Uber, Lyft. E appunto Wikipedia. Il fiore all’occhiello della gig economy, nonostante il suo legno storto da precarietà e volatilità. Come spiega Wales nel suo libro, per uscire dal vortice di odio e intolleranza online, e per avere successo dal basso, bisogna seguire, appunto, sette regole: gestire le situazioni personalmente, essere positivi verso gli altri, avere un obiettivo chiaro, avere fiducia negli altri, essere civili, essere indipendenti, essere trasparenti. «Tutte regole che dovrebbero adottare anche media e giornali, per salvarsi. Perché credo possano ancora farlo: sono un inguaribile ottimista».

Wales esemplifica i suoi precetti in una piramide a tre angoli: autenticità, empatia, logica. «Il lancio di Wikipedia coincise con la nascita della mia prima figlia, Kira (dal nome della protagonista di Noi vivi, romanzo anticomunista di Ayn Rand, ndr). Le venne presto diagnosticata una grave complicanza respiratoria neonatale, la sindrome da aspirazione di meconio. Allora il dottor Bernstein, un primario di San Diego (dove Wales viveva con la seconda moglie Christine Rohan, ndr) ci mise di fronte a una scelta: una terapia conservativa oppure una sperimentale, più efficace ma rischiosa».

E cosa successe? «Cercai informazioni online, ma senza uno strumento accessibile e comprensibile come Wikipedia non riuscii a capire rischi e benefici della terapia sperimentale: gli articoli erano troppo tecnici o troppo superficiali. Non c’era una via di mezzo. E poi non sono neanche religioso. Ma non avevamo tempo da perdere. Allora io e Christine ci fidammo del dottor Bernstein. Avemmo ragione perché ora Kira ha 25 anni e sta bene. Quando si è al buio, la fiducia diventa cruciale nella nostra vita».

Che cosa ricorda di quella prima enciclopedia che sua madre le comprò quando aveva tre anni? «Per me era un mondo magico, tutto il sapere in un libro. Quando diventai un po’ più grande, iniziai a incollare pezzetti di testo sull’enciclopedia per aggiornarla anno dopo anno. Ora, invece, lo facciamo tutti con un clic su Wikipedia».

Conosce chi scrive e contribuisce alla sua enciclopedia? «Interagisco molto online, ma ogni anno abbiamo anche eventi in presenza come WikiMania. Sono appena stato in India per il Kerala Literary Festival e ho conosciuto molti editor che lavorano a Wikipedia».

In genere di che persone si tratta? Nerd? Secchioni? «Diciamo di sì. E poi sono soprattutto maschi, almeno l’80 per cento».

Perché così poche donne? «Secondo me per due motivi. Primo: purtroppo gli uomini tendono spesso a parlare in modo perentorio, anche di argomenti che non conoscono, mentre le donne di norma sono più caute e giudiziose. Secondo: gli uomini tendono a essere più “nerd” e all’inizio Wikipedia veniva scritta o modificata attraverso linguaggi di programmazione per smanettoni. In ogni caso, ammiro tutti, di qualsiasi genere, perché non prendono un soldo per farlo: sono volontari del sapere e della conoscenza. E per far crescere sempre di più Wikipedia abbiamo ora varie sedi nel mondo e uno staff complessivo di un migliaio di persone».

A me sembra che il segreto di Wikipedia sia un senso di comunità che, invece, è sempre più evanescente in una società così parcellizzata come la nostra... «Penso di sì, è un po’ come una cittadina in cui tutti si danno una mano, come la mia Huntsville, in Alabama, quando ero bambino. Intrecciamo altruismo, principi comuni e una conoscenza basata su fonti attendibili. Anche così, respingiamo le fake news, le ingerenze di Paesi come Russia e Cina, ma anche le guerre culturali che vogliono innescare estrema destra e populismi».

Oggi per Wikipedia il pericolo più grande è l’intelligenza artificiale? «Lo è per tutti. Adesso, quando si “googla” qualcosa, spunta subito una finestra con una risposta realizzata con l’Ia, che ti evita di cliccare sulla fonte originale. Ma ce la stiamo cavando: sinora abbiamo perso solo l’8 per cento di traffico. Non è un grosso problema, visto che senza pubblicità non abbiamo obbligo di clic. Certo se questa tendenza diventasse stabile, se perdessimo l’8 per cento all’anno, sarebbe un grosso motivo di preoccupazione. Per evitare di essere saccheggiati dall’intelligenza artificiale, abbiamo stretto un accordo con Google nel 2022 e siamo in trattativa con le altre compagnie di Ia».

Però anche Wikipedia commette errori. Ci sono state polemiche sulla copertura di eventi come Gaza e lei stesso in passato non ha resistito alla tentazione di “correggere” informazioni sul suo conto. «Tutti sbagliamo. Quando accade, si chiede scusa. A volte siamo caotici, confusionari. Ma anche questa è la forza di Wikipedia: siamo umani, non è intelligenza artificiale e nemmeno i social media di oggi basati su algoritmi tossici che fomentano rabbia, divisioni, xenofobia e razzismo, senza verificare l’accuratezza dei messaggi. Difatti ho cancellato la app di Musk. Davvero, non ne ho bisogno, gli svantaggi sono decisamente superiori ai benefici. Preferisco i media tradizionali per le notizie, con calma, senza avvelenarmi il sangue e il cervello su X/Twitter, ormai preda di spam, bot e agitatori».

È preoccupato dell’impatto dei social e dei loro algoritmi sul mondo? «Molto. Perché minano la vitale fiducia tra esseri umani, la democrazia stessa. Per non parlare della violenza che possono scatenare. Musk ne è l’esempio capitale: di recente ha chiamato “traditore” il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez. È una parola incendiaria e molto pericolosa. Come lo sono le follie e le schizofrenie online di Trump: oltre a innescare tensione, spazzano via la fiducia dei Paesi alleati. Con conseguenze gravissime».

E poi Trump è il dio degli “alternative facts”. «Già. Anche per questo c’è il rischio di un nuovo fascismo. È inaudito che lui e i suoi seguaci minaccino di arrestare i loro oppositori, è autoritarismo puro. Trump è la cosa peggiore che poteva capitare in questo momento all’America, perché purtroppo molti danni saranno permanenti, come su giustizia e diritti. Ma nel nostro mondo della post-verità si sta estremizzando sempre più anche la sinistra radicale, vedi l’omicidio di Charlie Kirk».

Quand’è stata l’ultima volta che ha sentito Elon Musk? «Lo scorso novembre, il giorno della vittoria di Trump. Mi sono congratulato con lui, ma Elon si è lamentato di un articolo su Wikipedia che parlava di un amico suo, non ricordo nemmeno chi: diceva che era un blogger “libertario”, ma veniva definito “di estrema destra”. Da allora non l’ho più sentito…».

C’è chi dice che Elon Musk sia impazzito perché vittima del suo stesso algoritmo. «Possibile. Una volta gliel’ho detto: “Stai diventando stupido con X”. Di certo si è estremizzato, come Peter Thiel di Palantir e altri della Silicon Valley: inizialmente liberal, poi diventati ultra-trumpiani, sostengono posizioni che neanche mio padre si sarebbe permesso di esprimere nell’Alabama ultra-conservatrice del secolo scorso. È difficile capire cosa ci sia nella testa di Elon… Forse non basterebbe un’enciclopedia».

È d’accordo con il divieto dei social agli under 16, approvato di recente da Australia, Spagna e altri Paesi? «No. Credo che i nostri ragazzi debbano capire da soli i limiti. Le mie due figlie piu piccole hanno il cellulare, ma solo io posso autorizzare il download di un’app. A casa ho installato un nuovo router che blocca i social media il sabato, per disintossicarci un po’. Allora una delle mie figlie mi ha chiesto se fossimo diventati ebrei. “No”, le ho risposto, “ma questo è il nostro Shabbat laico: il sabato mattina niente social”. Insomma, serve più controllo dei genitori ma non un divieto totale. E con mia figlia di 15 anni studio italiano».

Davvero? «Sì, con Duolingo, da 700 giorni».

E come mai? «Ogni anno mi invitano in Sicilia per il Google Camp (un meeting esclusivo organizzato dai fondatori di Google, ndr). Ma soprattutto andiamo spesso a Mombaroccio, nelle Marche, dove mia cognata ha un casale. Allora mia figlia mi ha convinto a studiare italiano, anche se lo faccio solo per tre minuti al giorno».

Ma allora potevamo parlare italiano. «No! Andrei nel panico. Ma mi diverto a studiarlo. A volte nella vita conta solo divertirsi».

Sul Venerdì del 20 febbraio 2026

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