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Marisol Mendez: le mie foto senza tabù per liberare la Bolivia

foto di Marisol Mendez 

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La fotografa è nata a Cochabamba e fino al 2019 era una brava ragazza cattolica. Poi, dopo essere stata in Europa e in Argentina, si trasforma in «un’atea, artista e femminista». Per questo motivo, nelle sue foto, smonta gli stereotipi (religiosi e non) che soffocano la sua terra
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Ci sono storie in cui convergono passato e presente, album di famiglia e documentazione, le radici e l’altrove. Ci sono storie in cui confliggono tensioni opposte: l’amore per la propria terra, il bisogno di cambiamento, e quella rabbia che è il seme di ogni rivoluzione. È da queste scintille che divampa un racconto in cui si mescolano religione, mito, iconografia cattolica, folklore andino, cultura indigena, storia personale, e la volontà incendiaria di cambiare l’immagine delle cose. Perché, come Marisol Mendez sa bene, le immagini danno forma alla realtà che ci circonda.

foto di Marisol Mendez 

Nata 34 anni fa a Cochabamba, Bolivia, Mendez è autrice di Madre (Setanta Books, 2023), un libro che è, allo stesso tempo, una celebrazione del sincretismo culturale e simbolico da cui proviene e un’arma di protesta contro gli stereotipi culturali della sua cultura d’origine. Formatasi tra Argentin…

Ci sono storie in cui convergono passato e presente, album di famiglia e documentazione, le radici e l’altrove. Ci sono storie in cui confliggono tensioni opposte: l’amore per la propria terra, il bisogno di cambiamento, e quella rabbia che è il seme di ogni rivoluzione. È da queste scintille che divampa un racconto in cui si mescolano religione, mito, iconografia cattolica, folklore andino, cultura indigena, storia personale, e la volontà incendiaria di cambiare l’immagine delle cose. Perché, come Marisol Mendez sa bene, le immagini danno forma alla realtà che ci circonda.

foto di Marisol Mendez 

Nata 34 anni fa a Cochabamba, Bolivia, Mendez è autrice di Madre (Setanta Books, 2023), un libro che è, allo stesso tempo, una celebrazione del sincretismo culturale e simbolico da cui proviene e un’arma di protesta contro gli stereotipi culturali della sua cultura d’origine. Formatasi tra Argentina ed Europa, Mendez nel 2019 ritorna in Bolivia: partita da «brava ragazza cattolica con la testa piena di sovrastrutture ereditate da una formazione tradizionalista» ritorna che è un’atea, un’artista, una femminista. «Mi sono ritrovata davanti un Paese conservatore e patriarcale. La Bolivia è la nazione dell’America Latina con la maggiore diversità in termini di gruppi etnici e religiosi, ma ogni donna rappresentata nei media era invece bianca, giovane e con un corpo egemone».

foto di Marisol Mendez 

In contrasto con un orizzonte più ampio in cui la riflessione sul femminismo globale, i diritti civili, la consapevolezza Lgbtq+ e i diritti delle popolazioni indigene stava evolvendo, agli occhi di Marisol la Bolivia sembra bloccata nel passato, ferma su una rappresentazione di femminilità incentrata sul dualismo santa/peccatrice. «È per sfidare questo tipo di rappresentazione» racconta Marisol, «che ho cominciato a fotografare le donne intorno a me».

Un gesto artistico che ha per lei, e per molte altre fotografe che a diverse latitudini hanno imbracciato la macchina fotografica combattendo per la stessa causa, il sapore di una rivendicazione: prendere in mano le redini della narrativa per pretendere il diritto al punto di vista su sé stesse. Ma nelle immagini di Marisol c’è un livello ulteriore di racconto, perché la rabbia che le muove fa i conti con un’ulteriore sovrastruttura da scardinare.

foto di Marisol Mendez 

Nella Bolivia in cui fa ritorno, non solo lo sguardo limitante del patriarcato è vivo e vegeto, ma è sostenuto dall’eredità del colonialismo. «Ancora adesso, in America Latina, interiorizziamo i canoni di bellezza di matrice europea: detesto l’idea che la bellezza non bianca e non europea sia mostrata sotto una luce coloniale». Marisol sceglie quindi di fotografare le donne che fanno parte della sua vita quotidiana – «mia cugina, l’amica che va a lezione di danza con mia madre, una donna incontrata per strada» – e le coinvolge nel processo creativo. Ogni incontro comincia sempre con la stessa domanda: «Ti vedi più come una Maria Maddalena o più come una Vergine Maria?». Ogni scatto finisce con l’essere frutto di una collaborazione.

foto di Marisol Mendez 

Nei ritratti di Madre, le donne evocano madonne o maddalene, ma anche figure come Eva o Lilith, giocando con i simboli biblici che Marisol riassembla per mostrare la mutevolezza del loro significato: «Per me non si trattava di negare l’immaginario cattolico, ma di decostruirlo, mostrandolo sotto una luce diversa». Nelle sue immagini l’iconografia cattolica si mescola anche con la spiritualità precolombiana, nella quale, dice Marisol, «c’è un’idea più ampia di genere, decisamente più aperta ed equanime, c’è una maggiore comprensione della vita come processo comunitario in cui siamo tutti parte di qualcosa di più grande». Madre diventa così una galleria di donne boliviane che per età, etnia, orientamento sessuale, appartenenza religiosa e patrimonio culturale rappresentano un caleidoscopio di identità femminili.

In quasi tutti gli scatti, le protagoniste puntano l’obbiettivo con sguardo sicuro e consapevole, ribaltando qualsiasi idea di passività o di mancanza di controllo sulla propria immagine. Dopo Madre, Marisol ha rivolto lo sguardo agli uomini, per comprendere l’altro lato dell’equazione: il suo nuovo progetto, Padre (già esposto in Italia al Rifugio Digitale di Firenze insieme a Madre, e ora in mostra al Rotterdam Photo Festival dal 25 al 29 marzo), nasce dall’impulso di esplorare la mascolinità da una prospettiva di empatia piuttosto che di accusa, andando alle radici del machismo latino. Perché anche reinventare l’immagine del “maschile” può contribuire a dischiudere nuove strade verso la cura e la comprensione reciproca.

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