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Fidenza bonifica le fabbriche dei veleni: “Possiamo essere un modello”

residui di materiale contaminato. fotografie di Silvia Pastore 

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La Cip, che produceva piombo teatraetile e l’ex Carbochimica hanno contaminato per decenni terra e acqua. È successo nella città emiliana e in tanti altri luoghi. Ma stavolta il finale è diverso: qui la bomba ecologica è stata disinnescata. Siamo andati a vedere come. Reportage
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Adesso è terra, erba, pochi edifici bassi in mattoni, tre soli serbatoi. Due a servizio della barriera idraulica che contiene le acque contaminate e protegge i campi e la città. Uno a memoria della Storia industriale che è passata e ha fatto male. Sullo sfondo i campanili gemelli della Cattedrale di San Donnino. Se fossimo venuti a Fidenza, cuore della bassa Parmense, prima del 1970 avremmo trovato operai con le gengive nere e il sangue avvelenato. Oggi vediamo il futuro: quest’area di circa 113 mila metri quadri, contaminata soprattutto da piombo tetraetile, idrocarburi e metalli pesanti, non fa più paura.

Per risanarla negli ultimi 25 anni sono stati investiti 28 milioni di euro. Altri 19,3 arrivano ora dai finanziamenti europei grazie a un accordo con il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica e con la Regione Emilia Romagna.

A differenza della stragrande maggioranza dei Sin – i 42 siti di interesse nazionale classificati come pericolosi dallo Stato per l’alta concentr…

Adesso è terra, erba, pochi edifici bassi in mattoni, tre soli serbatoi. Due a servizio della barriera idraulica che contiene le acque contaminate e protegge i campi e la città. Uno a memoria della Storia industriale che è passata e ha fatto male. Sullo sfondo i campanili gemelli della Cattedrale di San Donnino. Se fossimo venuti a Fidenza, cuore della bassa Parmense, prima del 1970 avremmo trovato operai con le gengive nere e il sangue avvelenato. Oggi vediamo il futuro: quest’area di circa 113 mila metri quadri, contaminata soprattutto da piombo tetraetile, idrocarburi e metalli pesanti, non fa più paura.

Per risanarla negli ultimi 25 anni sono stati investiti 28 milioni di euro. Altri 19,3 arrivano ora dai finanziamenti europei grazie a un accordo con il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica e con la Regione Emilia Romagna.

A differenza della stragrande maggioranza dei Sin – i 42 siti di interesse nazionale classificati come pericolosi dallo Stato per l’alta concentrazione di inquinanti e rimasti impantanati per decenni tra progetti, contenziosi e inerzie – qui la bomba ecologica è finalmente disinnescata.

«Abbiamo scalato una montagna alta quaranta metri e larga quanto la nostra piazza principale, ci mancano gli ultimi dieci centimetri», dice il sindaco Davide Malvisi mentre supera i cancelli della vecchia “fabbrica della morte”. La montagna di cui parla è formata dalla rimozione, dal risanamento e dalla gestione di 178 mila tonnellate di terreno contaminato dall’ex Cip, la Compagnia italiana petroli che produceva piombo tetraetile, un additivo antidetonante per la benzina.

Fino al 1970, quando venne chiusa, la fabbrica ha emesso fumi, vapori e gas di varia natura chimica, scaricato acque inquinate nei fossati stradali, disperso fanghi e rifiuti, fatto ammalare e ucciso i suoi operai. La Camera del lavoro di Parma nel 1966 descriveva una situazione drammatica: operai più anziani che insegnavano ai neoassunti come proteggersi, maschere e guanti che quando si consumavano in un tempo inferiore a quello previsto dalla direzione aziendale, venivano addebitati ai lavoratori, turni massacranti, un continuo ricambio dei dipendenti. Calcolava che in dieci anni si fossero alternati circa duemila operai a fronte di un organico che non aveva mai superato le 150 unità. I lavoratori intossicati venivano indotti a dimettersi e, se gravemente malati, licenziati per scarso rendimento. I sindaci protestavano, gli operai delle fabbriche vicine anche, ma la produzione si fermò solo quando la Cip fallì.

A due passi il catrame

Pochi metri più in là operava una distilleria di catrame: oli, pece, nerofumo, naftalina… Nata alla fine dell’Ottocento, comprata nel 1972 dalla società per azioni Carbochimica e attiva fino all’inizio del nuovo millennio, anch’essa inquinò suolo e acqua. Un lascito pesante, comune a tante ex aree industriali italiane oggi dismesse e in attesa di un futuro che nessuno sa come costruire.

A fare la differenza, qui, è stato l’approccio: i terreni dell’ex Cip sono stati acquistati dal Comune nel 2001 per quaranta milioni di vecchie lire. Quattro anni dopo si aggiunsero per un prezzo più che simbolico – zero euro – quelli della vicina Carbochimica. Merito di due sindaci del centrosinistra –Massimo Tedeschi e il successore Giuseppe Cerri – decisi a non lasciare nelle mani dei privati il risanamento di un’area così vasta e compromessa.

«Avevamo ragione, ma nessuno si aspettava che le cose fossero tanto complesse», racconta l’allora assessore all’ambiente Amedeo Tosi. «La fabbrica della morte era in stato di abbandono da più di vent’anni: quando siamo entrati trovammo serbatoi, pozzi, bidoni ed edifici inghiottiti dai rovi e dalla vegetazione. C’era un’invasione di conigli bianchi, sembrava che la natura avesse preso il sopravvento ma era tutto malato. Negli archivi della Cip abbiamo letto i verbali dei capiturno con il resoconto di incidenti ed esplosioni. Un giorno un operaio addetto ai fanghi perse la maschera di protezione, la raccolse, la sciacquò e poi la indossò. Nel giro di poco accusò nausee, capogiri e convulsioni. Racconti simili erano parte della memoria di tante famiglie fidentine. Non faticammo molto a convincere i cittadini della necessità di acquisire l’ex Cip».

Il difficile venne dopo, quando anche la Carbochimica doveva passare nelle mani del pubblico: «La fabbrica era in attività, impiegava venticinque operai e la proprietà diceva di volersi fare carico delle bonifiche in cambio di un nuovo impianto per il trattamento di rifiuti speciali liquidi e per l’incenerimento di pneumatici. In molti erano convinti che fosse un buon compromesso, ma noi volevamo voltare pagina».

Particolari dei lavori di bonifica del Sin di Fidenza. Provette con funghi e batteri selezionati per degradare gli inquinanti nei terreni. fotografie di Silvia Pastore 

Effetto Seveso

Ci furono assemblee in tutti i quartieri, dibattiti, articoli di giornale e anche un terribile incendio. Alla fine degli anni Novanta, una notte, si rischiò l’evacuazione non solo delle case più vicine, ma anche dell’ospedale, di un pensionato per anziani e di una scuola materna. «Diffondemmo il piano di emergenza, approvato in seguito alla direttiva Seveso, non per creare allarme», precisa Tosi, «ma per fare comprendere a tutti i rischi che stavamo correndo».Nel giro di un anno la fabbrica venne chiusa, i venticinque operai accompagnati alla pensione, ricollocati in altre aziende o assunti dal Comune.

«Il cammino è stato lungo e tortuoso, ma non abbiamo mai mollato», spiega Alberto Gilioli, dirigente dell’area tecnica che fin dall’inizio ha seguito l’enorme mole di lavoro amministrativo necessario a liberare la città dall’assedio dei veleni. «Durante le prime fasi, gli operai lavoravano in un ambiente confinato, completamente bardati. Il livello di contaminazione nell’aria era tale che, nonostante i respiratori, non potevano restare all’interno a lungo. Una volta usciti venivano sottoposti a controlli per verificare che non avessero subito effetti».

L’architetto Nicolai Zanettini, che si aggiudicò la gara per la progettazione delle bonifiche dell’ex Cip e che ancora oggi segue con il suo studio i lavori dell’ex Carbochimica, annuisce: «Ogni bennata regalava una sgradita sorpresa».

Ci sono voluti oltre vent’anni, ma alla fine sono state eliminate dalle aree dell’ex Cip 5.500 tonnellate di suolo inquinato da piombo tetraetile e altre 4.000 da naftalene, smaltite in impianti specializzati all’estero. Altre 25 mila tonnellate sono state trattate con biopile, un processo di depurazione che utilizza funghi e batteri capaci di “nutrirsi” degli inquinanti restituendo al terreno parametri compatibili con un nuovo utilizzo produttivo.

La vicina ex Carbochimica sta seguendo un percorso simile: dopo lo smantellamento degli impianti di superficie (tonnellate di amianto, materiali isolanti e rifiuti liquidi già rimossi) sarà bonificato il sottosuolo, dove ancora si trovano un centinaio di cisterne, e la falda profonda. La barriera idraulica comune alle due aree (venti pozzi a cui se ne stanno per aggiungere altri undici) ha già trattato 618 mila metri cubi di acque inquinate.

Alla fine dei conti, nel Sin saranno stati investiti quasi cinquanta milioni di euro. Ne sarà valsa la pena? «Certo», risponde il sindaco Malvisi, che a un anno dal suo insediamento è riuscito a ottenere gli ultimi 19 milioni di finanziamento.

«Dopo le verifiche l’area sarà destinata a nuovi insediamenti produttivi, ma il vero guadagno è altrove, nella riduzione del rischio ambientale e, soprattutto, nella prova che anche un sito contaminato dal piombo tetraetile, da sempre considerato uno degli inquinanti più difficili e pericolosi da trattare, può essere risanato. Sappiamo bene che ogni Sin ha storie e criticità diverse, ma la nostra comunità ha dimostrato che la capacità tecnica e la costanza della politica possono fare miracoli».

Sul Venerdì del 20 febbraio 2026

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