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Susan Khojasta: “In Afghanistan il mio reato si chiama calcio”

Susan Khojasta è arrivata in Italia nel 2021. In un momento della partita contro la Libia durante il Fifa ­­Unites: Women’s Series 

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Inseguita dai talebani, è scappata in Italia, dove ha trovato una nuova vita. E una squadra. Anzi, due. La seconda ha i colori del suo Paese
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Ci sono luoghi in cui un pallone può costarti la vita. Ci sono Paesi in cui, se sei una donna che gioca a calcio, rischi di dover scappare. Susan Khojasta ha scelto di sfidare chi voleva negarle la libertà anche a costo di toglierle la vita. È nata a Herat, in Afghanistan, dove il regime dei talebani vuol segregare le donne nelle case dei padri o dei mariti, spogliarle dell’io per chiuderle in un recinto di ignoranza: figlie, mogli, madri, niente altro, niente di più. Ma Susan e altre ventidue ragazze come lei a ottobre hanno indossato tutte la stessa maglia, la maglia di un Paese, l’Afghanistan, che oggi nega loro la possibilità di giocare. E che considera un reato quella passione.

Al Fifa Unites: Women’s Series è scesa in campo una nazionale di calciatrici afghane. La prima da oltre quattro anni.

Tra Ronaldo e Nicola Di Bari

«I talebani sono venuti a prendermi a casa, la nostra casa, perché giocare è vietato», racconta Susan in un italiano perfetto. Ha i capelli sciolti, una maglia …

Ci sono luoghi in cui un pallone può costarti la vita. Ci sono Paesi in cui, se sei una donna che gioca a calcio, rischi di dover scappare. Susan Khojasta ha scelto di sfidare chi voleva negarle la libertà anche a costo di toglierle la vita. È nata a Herat, in Afghanistan, dove il regime dei talebani vuol segregare le donne nelle case dei padri o dei mariti, spogliarle dell’io per chiuderle in un recinto di ignoranza: figlie, mogli, madri, niente altro, niente di più. Ma Susan e altre ventidue ragazze come lei a ottobre hanno indossato tutte la stessa maglia, la maglia di un Paese, l’Afghanistan, che oggi nega loro la possibilità di giocare. E che considera un reato quella passione.

Al Fifa Unites: Women’s Series è scesa in campo una nazionale di calciatrici afghane. La prima da oltre quattro anni.

Tra Ronaldo e Nicola Di Bari

«I talebani sono venuti a prendermi a casa, la nostra casa, perché giocare è vietato», racconta Susan in un italiano perfetto. Ha i capelli sciolti, una maglia scura con cui lei e le sue compagne si allenano. L’italiano lo ha imparato a Firenze dove vive dal 2021, quando la più oscurantista forma di sharia l’ha resa un obiettivo: «Avevo paura. Come donna e come atleta era molto difficile restare calma. Loro non vogliono che le donne giochino a calcio, non possiamo praticare nessuno sport, né fare esercizi in palestra. Pensano che dobbiamo stare solo in cucina, far da mangiare per gli uomini, pulire la casa, basta».

Una settimana dopo il ritorno del regime, Susan è scappata: «Mi cercavano. Io, mia madre, mio padre e mio fratello siamo riusciti a fuggire grazie a un italiano, un giornalista, Stefano Liberti. Ci conoscevamo dal 2017 e gli abbiamo mandato un messaggio: eravamo disperati, gli ho scritto che i talebani erano arrivati e non sapevamo cosa sarebbe successo. Lui ha parlato con l’ambasciata e il ministero. Anche con la Caritas e un’associazione di cooperazione internazionale, Cospe: ci hanno aiutato tanto, è grazie a loro se siamo potuti venire in Italia. Dove per fortuna ci hanno accettati».

Anzi, a Firenze ha scoperto una nuova Susan: «Faccio la cuoca e la barista in una tavola calda in centro», racconta, «mi piace molto. Il mio idolo è Cristiano Ronaldo, in Italia ho conosciuto Sara Gama, una grandissima calciatrice, giocava in difesa come me. E ho scoperto un cantante: lo conoscete Nicola Di Bari? A me e a mia madre piace tantissimo». Ha trovato casa a Fiesole, poi una squadra di pallone. Aveva iniziato con il Lebowski, dove giocò anche l’ex calciatore della Fiorentina Borja Valero. Erano in tre: tre afghane rifugiate nel dilettantismo fiorentino. Ma lì Susan giocava poco e così integrarsi è difficile.

Al Firenze City, società un pizzico meno ambiziosa, ha trovato spazio e fiducia. Daniele Ignesti, il presidente, era anche il suo allenatore. Ma non fu subito facile: «All’inizio», racconta Ignesti, «non parlava la nostra lingua, solo un po’ inglese, portava i capelli nascosti nello chador e pesanti calze scure per nascondere le gambe. Con il tempo però ha imparato l’italiano, ha trovato lavoro, si è iscritta alla scuola guida per prendere la patente. Le calze sono sparite e abbiamo visto anche un filo di trucco sul viso».

«È ciò che voglio»

La passione di Susan era nata intorno ai dieci anni. «Un giorno di quindici anni fa le mie amiche mi hanno chiesto di andare al campo con loro, appena ho visto le ragazze che correvano con il pallone tra i piedi ho pensato: è quello che voglio. Era bellissimo. Ho detto: da domani vengo anch’io». Ha capito presto di essere brava. Di avere qualcosa in più delle altre. «C’erano otto squadre in tutto l’Afghanistan e una squadra nazionale. Nel 2020 sono stata scelta anche io: avevo 21 anni. Dovevamo andare in Tagikistan, ma quando i talebani sono tornati non siamo più potute partire. In questi anni però abbiamo tutte continuato ad allenarci, non abbiamo perso la motivazione».

Fino a quando la speranza si è riaccesa grazie all’impegno della Fifa, che ha approvato un piano, il Fifa Strategy for Action for Afghan Women’s Football, offrendo supporto in Afghanistan, assistenza diplomatica e sostegno alle giocatrici all’estero. Dando vita a una squadra di rifugiate afghane, l’Afghan Women United, una nazionale afghana per cui organizza amichevoli, training camp e lo scorso ottobre un vero e proprio torneo: Unites Women’s Series. «Hanno fatto una selezione in Australia e in Inghilterra e hanno scelto le migliori giocatrici afghane. È stato un enorme orgoglio essere tra le ventitré prescelte: volevo fortemente giocare sotto la bandiera del mio Paese. Avevo paura di non farcela, ma le mie amiche mi dicevano: Susan, certo che ti chiameranno. Anche il nostro allenatore, che è scappato insieme a noi da Herat, ne era convinto».

Oggi, ogni singola partita diventa un messaggio: «Non giochiamo solo per la nostra squadra, o per le donne in Afghanistan che non hanno più la libertà. Giochiamo per tutte le donne nel mondo, per tutte quelle a cui qualcuno dice ciò che possono o non possono fare».

Susan in Italia ha vissuto anche momenti difficili. Ha una sorella in Germania che va a trovare quando può, ma gran parte della famiglia è rimasta in Afghanistan. «Qualche volta parliamo. Non è facile vivere lì in questo momento, però purtroppo non si può fare niente. Siamo otto fratelli, ma non dite che siamo tanti: non si dice, dalle nostre parti». Perché la vita non è un diritto garantito. E la libertà un lusso da inseguire, anche a costo di attraversare il mondo.

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