Vorrei farvele vedere, le facce di Ibrahim, Tolulope, Hajar, Samir, Andrei, Remon, Cinzia, Schilpa, Bernard, Sana, Mila, Pegah, Lhin, Stefania, Mia. Vorrei mostrarvi i sorrisi aperti e farvi ascoltare le piccole storie di sopravvivenza e riscatto che incarnano. A raccoglierle è stata Victoria Karam, origini brasiliane, accento vicentino, una ragazza italiana che ha deciso di lottare per un’idea semplice, ma fortissima: il diritto alla cittadinanza per quelli come lei. Per chi è cresciuto in Italia, ha fatto le nostre scuole, ma si ritrova a non poter andare in gita, a 15 anni, o a non poter votare, a 18, per i mille intoppi burocratici che ostacolano l’integrazione di persone che italiane lo sono già. Hanno dentro due mondi e li tengono insieme in armonia e questo grazie a quello che – nonostante tutto – hanno incontrato nel nostro Paese. Insegnanti che non mollano, datori di lavoro che danno fiducia, secondi genitori amorevoli che scrivono post-it sugli oggetti per insegnare a un bam…
Vorrei farvele vedere, le facce di Ibrahim, Tolulope, Hajar, Samir, Andrei, Remon, Cinzia, Schilpa, Bernard, Sana, Mila, Pegah, Lhin, Stefania, Mia. Vorrei mostrarvi i sorrisi aperti e farvi ascoltare le piccole storie di sopravvivenza e riscatto che incarnano. A raccoglierle è stata Victoria Karam, origini brasiliane, accento vicentino, una ragazza italiana che ha deciso di lottare per un’idea semplice, ma fortissima: il diritto alla cittadinanza per quelli come lei. Per chi è cresciuto in Italia, ha fatto le nostre scuole, ma si ritrova a non poter andare in gita, a 15 anni, o a non poter votare, a 18, per i mille intoppi burocratici che ostacolano l’integrazione di persone che italiane lo sono già. Hanno dentro due mondi e li tengono insieme in armonia e questo grazie a quello che – nonostante tutto – hanno incontrato nel nostro Paese. Insegnanti che non mollano, datori di lavoro che danno fiducia, secondi genitori amorevoli che scrivono post-it sugli oggetti per insegnare a un bambino africano l’italiano e il siciliano insieme. Karam ha raccolto in un libro appena uscito per Castelvecchi, Volti italiani, quindici esempi perfetti di integrazione. Storie di persone normalissime che hanno incontrato mille ostacoli, ma che li hanno superati col sorriso, con lo studio, con l’impegno. Sono felici della loro identità plurima, ma delusi da quel che l’Italia non è ancora pronta a concedere. Hajar Abdenabaoui ha 24 anni, è arrivata in Sicilia a cinque, studia a Milano all’università, ma non ha ancora la cittadinanza per una serie di cavilli burocratici assurdi. Il fatto che i suoi, in difficoltà economiche, per qualche mese siano dovuti tornare in Marocco. E che dopo per un po’ non avessero trovato un contratto di affitto regolare. Samir Ahmed è andato via dall’Egitto a 14 anni, ha attraversato il mare e la paura, è diventato atleta guida di un ragazzo che come lui ha un ostacolo da superare: la sua cecità. Ma non è potuto andare ai mondiali con lui perché dopo tanti anni non risulta italiano. Scrive Karam nella sua introduzione: “Nelle scuole italiane quasi novecentomila studenti non hanno la cittadinanza: sono l’11% degli alunni. Senza di loro, tante classi chiuderebbero. Quasi 2,4 milioni di persone straniere – il 10% della forza lavoro – producono da sole il 9% del nostro Pil. E nei prossimi anni, per non fermare l’economia, serviranno almeno seicentoquarantamila nuovi lavoratori dall’estero. La verità è semplice e potente, riconoscere chi c’è già non è solo giusto. È indispensabile”. Leggevo queste parole mentre il governo varava il nuovo disegno di legge sull’immigrazione: ci sono norme che rendono più difficili i ricongiungimenti familiari, altre che ledono i diritti dei minori non accompagnati. Sembrano fatte per ostacolare storie luminose come queste. Sono antistoriche, disumane, sbagliate.