Milano. Carlo Verdone perdoni la citazione da Viaggi di nozze, ma oggi il viaggio in metropolitana lo faremo strano. Ma strano forte, eh. Vuol dire che una volta passati i tornelli della stazione Amendola, sud-ovest di Milano, andremo in cerca di libri. Quelli di carta, con la copertina e il risvolto alla pagina per tenere il segno. Cineserie come negli anni Venti del secolo scorso, però clamorosamente fuori moda. Archeologia, più che esotismo.
Otto e mezza del mattino, nella city è l’ora del primo sbatti e si va di corsa, chi a lavorare, chi a fatturare, chi entrambe le cose. Non tutti, però. Ci sono milanesi in cerca di lentezza mentre tutti accelerano: «Muovendomi in motorino risparmierei almeno venti minuti e mi farebbero comodo, però non potrei leggere», dice Cristina sulla banchina della stazione Buonarroti, dopo essere stata colta in flagrante con un mastodontico Ken Follett sulle ginocchia. Le piacciono i romanzi storici e ne fa fuori un paio al mese, il volume che indossa ora…
Milano. Carlo Verdone perdoni la citazione da Viaggi di nozze, ma oggi il viaggio in metropolitana lo faremo strano. Ma strano forte, eh. Vuol dire che una volta passati i tornelli della stazione Amendola, sud-ovest di Milano, andremo in cerca di libri. Quelli di carta, con la copertina e il risvolto alla pagina per tenere il segno. Cineserie come negli anni Venti del secolo scorso, però clamorosamente fuori moda. Archeologia, più che esotismo.
Otto e mezza del mattino, nella city è l’ora del primo sbatti e si va di corsa, chi a lavorare, chi a fatturare, chi entrambe le cose. Non tutti, però. Ci sono milanesi in cerca di lentezza mentre tutti accelerano: «Muovendomi in motorino risparmierei almeno venti minuti e mi farebbero comodo, però non potrei leggere», dice Cristina sulla banchina della stazione Buonarroti, dopo essere stata colta in flagrante con un mastodontico Ken Follett sulle ginocchia. Le piacciono i romanzi storici e ne fa fuori un paio al mese, il volume che indossa ora pesa quanto gli smartphone di dieci passeggeri. Cristina lo sa di essere una mosca bianca, un reperto caduto dal passato. «Un po’ ne vado fiera e un po’ mi stranisce, ho la sindrome della sopravvissuta».
Gli ultimi lettori del sottosuolo di Milano, città in vetta alla classifica delle librerie (190 circa) e hub di resistenza alla crisi del settore (+0,7 per cento nel 2024, in controtendenza sul dato nazionale), viaggiano impunemente allo scoperto, negli stessi vagoni degli altri, ma non è detto che duri. Se uno come Trump governa mezzo mondo, pure Fahrenheit 451 diventa un’ipotesi: «Finirà che ci schederanno in quanto sovversivi», ridacchia sotto la barba Massimo, over 60 beccato alla fermata Cadorna tra le orbite della Galassia Centrale di Isaac Asimov: «Da ragazzo leggevo gli Urania per evadere, oggi perché mi dicono come funziona il mondo», spiega il mio complottista per scherzo. Ma quando gli chiedo di fare una fotina si sottrae: «Non se ne parla, non si fotografano gli appartenenti a una setta. Guardi lì, ce n’è un altro...».
Boomer e no
E che altro, diamine. Si chiama Francesco, ha 19 anni e non si rende conto che farsi trovare con Albert Camus nei pressi di Porta Venezia è una specie di provocazione. «Leggo di tutto, ovunque. Lo straniero è il mio primo Camus e mi piace, è attualissimo». L’altro giorno ha finito Il lupo della steppa di Hermann Hesse, ci va giù duro il ragazzo. Il retroscena è che studia Lettere classiche alla Statale, fa il primo anno e chi se ne frega se sul pianeta i codici binari ormai si portano meglio degli endecasillabi. «Poi si vedrà, il futuro è adesso». Una foto Francesco ce la concede volentieri, se ne va in giro con in tasca i giganti del Novecento ma è pur sempre un nativo digitale, al clic on the road (anzi under the road in questo caso) è abituato.
I post-boomer molto meno. Toni però è gentile e si fa ritrarre alla fermata Pasteur con un sorprendente Orzowei di Alberto Manzi, il maestro televisivo di Non è mai troppo tardi. «Ho cinquantatré anni, ne avevo cinque quando la serie andava in onda sulla Rai. Il romanzo me l’ha regalato mia madre, non credo per un attacco di nostalgia familiare. È un libro che parla di razzismo, di rapporti tra diversi». Siamo nella città giusta, allora. In superficie, a due passi da qui, c’è la mixité di via Padova, che più ti allontani da piazzale Loreto e più si chiama separazione piuttosto che mescolanza. Toni si beve ogni giorno Sesto-Milano e ritorno, e come Cristina il tempo lo vive strano: «Sono felice del mio lungo tragitto quotidiano, come quando trovo la coda alla posta. Per me sono momenti preziosi, tutto tempo per i libri. Però Orzowei è un’eccezione, adesso leggo soprattutto libri d’arte. Era la mia passione da giovane e la sto recuperando». I tre posti vicino a lui sono occupati da portatori di pollici opponibili sotto scroll, e allora mi racconta di un viaggio di qualche anno fa a New York, quando laggiù già si viaggiava compulsando i telefonini. «Ho pensato: sono matti questi americani... in Europa non diventeremo mai così. E invece». Alla prossima fermata scende e la botta di retromania è in agguato: «Viene da rimpiangere non dico i tempi in cui i vagoni erano sfilate di Corriere, Repubblica, l’Unità, il Giorno, ma almeno la stagione dei fogli gratuiti, quelli che trovavi appoggiati sulle scale mobili. Nemmeno quelli hanno attecchito. Però qualche lettore di libri tra noi passeggeri si vede sempre, noi resistiamo. Basta che non scriva la parola resilienza, che è usurata come la suola delle mie scarpe da trekking».
Sbirciate pure
Di libri ce n’è in media uno ogni tre vagoni e quando due mohicani del testo a stampa si incrociano è tutto uno sguardo, un friccicorino di minoranza. Le mosche bianche lo sanno di essere una carboneria. Si cercano, si riconoscono, sbirciano le rispettive copertine e nessuno si offende. Se provi a buttare un occhio al display del vicino, invece, è subito Garante per la privacy. «Io sono felice quando qualcuno allunga lo sguardo e mi ruba una frase, un paragrafo», dice Veruska, che è una minoranza al quadrato: non solo legge in metropolitana, è pure comunista. Italianissima made in Baggio, sua madre l’ha chiamata così in onore di una ballerina sovietica e al momento sta leggendo gli Scritti politici di Mark Fisher, quello di Realismo capitalista. «Mi piace il suo approccio punk al comunismo, mi parla del presente, mica di nostalgia». Sarà. Fischer non è Camus ma nella città di Prada e Cariplo è un altro straniero, sono tutte memorie dal sottosuolo. Facendo il giro contrario ripassiamo per Duomo e spunta il primo e unico bestseller della giornata, che se non è Barbero è Cazzullo: «L’ho visto in tv parlare del suo libro su Francesco, mi sono incuriosito e l’ho comprato», dice Alfonso che arriva da Rho e ha già macinato una decina di pagine. Altro che social e recensori su TikTok, con la trinità carta–fede–tv siamo in pieno secolo breve.
Quote azzurre
Più modestamente Wilma si fa fotografare con il suo fedele Donato Carrisi, è il solo giallo della giornata e pensavamo di più, onestamente. Certo per i lettori metropolitani ci vorrebbero le quote azzurre, se è vero che tre su quattro di loro sono donne, in linea coi trend di mercato. Per leggere, invece, il posto a sedere non è necessario. I libri sono come l’amore della canzone di Guccini, in piedi, contro un muro o là dove si può. Perfino dentro un cellulare, se non c’è di meglio. A sbirciare nei display chissà quanti e-book avremmo trovato. Pochi, forse. Ma non lo sapremo mai. Per fortuna in testa al treno si intravede un quadratino rosso-Adelphi, grande quanto certe versioni del Samsung. Andiamo e scopriamo che Eliana ha un faccino sorridente che c’entra poco con la cattiveria assassina di Shirley Jackson: «Me l’ha consigliato un’amica, io avevo già letto Abbiamo sempre vissuto nel castello. Mi piace l’horror sottile, che fa pensare. Questo che sto leggendo ora, La lotteria, insegna che ci si abitua a tutto, basta renderlo normale. E il risultato può essere terrificante». La si potrebbe buttare in politica, ma lasciamo perdere. Sono i giorni delle Olimpiadi e magari sulle nostre teste, proprio in questo momento, stanno sfrecciando i Suv con la targa dell’Ice. Certo se prima di scendere beccassimo un viandante seduto con Elegia americana, il memoir di J.D. Vance, allora prenderemmo il Pulitzer sicuro.