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Alberto Angela: e adesso vi racconto Versailles

Ll divulgatore e conduttore nella Reggia, fatta costruire da Luigi XIV nel diciassettesimo secolo (Barbara Ledda) 

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E lo fa con un lungo piano sequenza: 140 minuti girati di seguito nella Reggia senza tagli al montaggio e senza trucchetti: «Non ci credete? Abbiamo le prove». Intervista
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Prima della prima, se i tempi sono stretti, gli uffici stampa che mandano alle redazioni film, serie, o programmi da visionare per interviste o recensioni, avvisano: «È una versione non definitiva, va ancora sistemata!». Avvertenza rituale e pleonastica: siamo tutti abituati al time code che pulsa, al sonoro da modulare, al colore da tarare, ai sottotitoli con qualche errore, ma è quasi un privilegio guardare la copia lavoro di Versailles in piano sequenza, ovvero due ore e venti di ripresa senza interruzione e quindi senza montaggio (in onda il 2 marzo su Rai 1).

Perché sentire l’affanno di Alberto Angela che si inerpica sulle scale strette e scomode delle parti più private della reggia del Re Sole, intercettare le sue confabulazioni con il regista e i tecnici sul tempo da impiegare in un percorso per consentire all’operatore di raggiungerlo, sobbalzare per il botto di qualche macchinario della troupe che sbatte contro un angolo troppo stretto – tutte parole, rumori, sporcature che s…

Prima della prima, se i tempi sono stretti, gli uffici stampa che mandano alle redazioni film, serie, o programmi da visionare per interviste o recensioni, avvisano: «È una versione non definitiva, va ancora sistemata!». Avvertenza rituale e pleonastica: siamo tutti abituati al time code che pulsa, al sonoro da modulare, al colore da tarare, ai sottotitoli con qualche errore, ma è quasi un privilegio guardare la copia lavoro di Versailles in piano sequenza, ovvero due ore e venti di ripresa senza interruzione e quindi senza montaggio (in onda il 2 marzo su Rai 1).

Perché sentire l’affanno di Alberto Angela che si inerpica sulle scale strette e scomode delle parti più private della reggia del Re Sole, intercettare le sue confabulazioni con il regista e i tecnici sul tempo da impiegare in un percorso per consentire all’operatore di raggiungerlo, sobbalzare per il botto di qualche macchinario della troupe che sbatte contro un angolo troppo stretto – tutte parole, rumori, sporcature che spariranno dalla versione definitiva – è come stare sul set di questa maratona del piano sequenza, il più lungo nella storia della televisione. Mondiale, mica italiana.

Il piano sequenza, virtuosismo cinematografico reale o fittizio che si sono concessi molti registi, da Welles a Hitchcock a Sokurov, che l’ha adottato nei 99 minuti del suo Arca russa, Angela lo aveva già scelto nel 2024, per raccontare, sempre su Rai 1, le nuove scoperte negli scavi di Pompei, un giro di tre chilometri per 130 minuti. E ora batte il suo record con Versailles, arrivato a 140: «Cerchiamo sempre nuovi linguaggi, nuove soluzioni per agevolare la comunicazione e la conoscenza, non ci fermiamo su formule che, col tempo, cominciano a mostrare l’età: nel caso, proviamo ad aggiornarle, migliorarle. È un percorso».

Iniziato quando?

«Con i nostri collaboratori di Ulisse, di Stanotte a..., e di tutte le cose che facciamo, ci siamo accorti che alcune inquadrature duravano molto. Ho iniziato qualche anno fa con una di 15 minuti al Museo Etrusco di Villa Giulia, in cui parlavo dei vari reperti, mettendoli in fila. Un’altra è arrivata a 20 minuti, per cui ho immaginato con il nostro regista Gabriele Cipollitti di poter fare una puntata che dura senza staccare: il famoso piano sequenza. Tutti i grandi registi lo hanno usato, però di solito sono riprese di massimo 10-12 minuti».

Anche la premiatissima serie britannica Adolescence è stata girata in piano sequenza. C’è un revival?

«Non lo so. Noi siamo partiti prima di Adolescence, ma purtroppo abbiamo sofferto di una bassa pubblicità: era una cosa che non si era mai fatta, però è rimasta un po’ di nicchia, anche se l’avevamo lanciata bene. Il piano sequenza può funzionare solo se hai un gruppo in cui sono tutti eccellenti: ho la fortuna di avere direttori, operatori, tecnici, fonici, aiuto registi che si muovono in modo perfetto. E, in tv, serve anche un conduttore che è abituato: noi abbiamo unito il fatto che avevamo imparato a girare sequenze sempre più lunghe alla mia esperienza nel parlare in pubblico, visto che alle presentazioni dei miei libri vado avanti per oltre un’ora e un quarto. Così ho detto al regista: ma se per me allungare di 20 minuti non è un problema, perché non proviamo a fare qualcosa di migliore? Naturalmente, è un problema per tutti, perché al primo errore devi tornare indietro».

Appunto: quante volte avete dovuto girare tutto da capo per Versailles?

«Solo due volte. Mentre a Pompei avevamo tre giorni a disposizione, a Versailles avevamo solo un giorno, il lunedì di chiusura. Due riprese: la mattina abbiamo avuto un problema alla telecamera che è impazzita, andava a destra e sinistra, però sarebbe stato possibile utilizzarla comunque. Il pomeriggio abbiamo riprovato ed è andata bene».

C’è chi usa i neri per montare, impercettibilmente, due o più piano sequenza. Voi?

«Se il piano sequenza ha dei neri per unire due segmenti non è un piano sequenza. Quando ho girato Pompei avevo in mente 1917 di Sam Mendes che, in realtà, è un meraviglioso montaggio di più segmenti, e ho pensato che qualcuno avrebbe potuto inventarsi di aver visto un punto di contatto inesistente anche nel nostro lavoro. Quindi abbiamo messo dietro alla troupe un altro operatore che girava il dietro le quinte, e lo abbiamo fatto anche per Versailles, quindi abbiamo gli interi making of a dimostrare che non ci siamo mai fermati. E questa, tra l’altro, è una soluzione molto interessante per cui si può guardare il prodotto e, schiacciando un tasto del telecomando, vedere contemporaneamente il dietro le quinte. L’avevamo offerta a qualche piattaforma, ma non sono stati interessati».

Cosa ha in più Versailles in piano sequenza rispetto a una ripresa tradizionale?

«Un livello di comunicazione potentissimo perché sei in esplorazione. Siamo abituati ai programmi con i tagli, le inquadrature, gli stacchi, invece seguendo il conduttore hai un livello superiore di comunicazione che si basa soprattutto sul movimento. Lo spettatore guarda un dettaglio a destra, vede a sinistra un’altra cosa, non per forza quello che io ti sto spiegando e, di conseguenza, c’è questo aspetto sensoriale che aumenta l’emotività. La prima volta noi stessi ci siamo stupiti, è come un effetto 3D. Il problema è che la preparazione è molto complessa, perché a Versailles non è che ci hanno detto venite, fate le prove quando volete, abbiamo dovuto farle un lunedì precedente, in cui abbiamo preparato tutti i movimenti, piuttosto complicati in una reggia sconfinata».

Avete usato dei procedimenti teatrali o da diretta tv come i segni sul pavimento per indicare la strada?

«No, zero. È tutta memoria bruta. C’è un punto, che andrà in onda, in cui faccio un errore: apro la porta sbagliata mentre sto scendendo le scale perché invece di fare due piani ne ho fatto uno, chiacchieravo e non mi sono reso conto. L’ho salvata dicendo: guardate quante porte ci sono qui! Tra l’altro lì dietro si nascondeva la comparsa che faceva Madame du Barry pronta a scendere le scale anche lei. Non abbiamo avuto la possibilità di fare tutto alla perfezione. Nella prova del lunedì precedente, con il copione in mano decidevamo come metterci, sulla destra o sulla sinistra, attenti a non coprire la visuale...».

Mentre giravate non aveva il copione in mano, ma neanche un gobbo?

«No, 87 pagine imparate a memoria. È quello che fai a teatro, dove però in genere ci sono più persone, con uno che lancia la battuta all’altro. Le difficoltà sono state innanzitutto la lunghezza del testo, e lì entra in gioco la tua esperienza e la preparazione. Secondo, i movimenti dentro un testo che durerà due ore e venti: non devi sbagliare, né tu né l’operatore. E non deve interrompersi l’audio, non deve rompersi la telecamera, né scaricarsi la batteria. Terzo, quando si fa il percorso bisognerà stare attenti che non ci siano riflessi, quindi il gruppo che è con te deve mettersi in modo da essere angolato. Quarto, tu, conduttore, dovrai metterti in certi punti, e te li devi ricordare ogni volta, in modo tale che l’angolazione sia giusta perché l’operatore veda te e l’opera dietro. Poi devono dirti dove ti toccherà prendere tempo per consentire al gruppo che ti riprende di girarsi e fare un movimento. È una sorta di coreografia, tutta da ricordare»

Praticamente un incubo.

«Devi esserci tagliato e io penso di esserlo. Ho fatto l’asilo a Bruxelles dove mio padre era corrispondente del Telegiornale. A fine anno davano i premi per il disegno, per i lavoretti, per l’allievo modello, ma il mio se lo sono dovuto inventare, non c’era prima: il premio per l’eloquenza».

Versailles in piano sequenza è stato venduto all’estero?

«Io non lo so, non credo. Un po’ ci dispiace perché queste sono delle cose che nessuno ha fatto sul pianeta, come anche per Pompei»

Ma nemmeno Pompei è stato venduto?

«Che io sappia, no».

Ultima domanda: la Rai le ha rinnovato il contratto? Si è letto che c’erano delle resistenze.

«Ci stiamo lavorando».

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