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Sølve Sundsbø: le mie immagini al confine tra fantasia e tecnologia

Elena in Gaultier, uno scatto realizzato per la rivista francese Numéro #91. Model: Elena Sudakova 

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Il fotografo norvegese non è solo l’autore del nuovo, immaginifico Calendario Pirelli. È anche un audace sperimentatore tecnologico che, pur di dare forma alle sue visioni, non si ferma davanti a nulla: «Parto sempre da una domanda: che succederà se faccio questa cosa?»
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Sølve Sundsbø sembra l’incarnazione del celebre Viandante sul mare di nebbia del pittore ottocentesco Caspar David Friedrich. Nell’opera un uomo contempla la natura di spalle, lasciandoci lo spazio per entrare nella scena. Davanti a lui una densa bruma, un paesaggio impervio e misterioso fa da cassa di risonanza ai sentimenti umani. Sundsbø è norvegese, tutto nelle sue fotografie richiama lo spirito del Sublime raccontando di forti contrasti, di emozioni amplificate ma anche di spiritualità. «Friedrich raffigurava fitte foreste nelle quali mi sono sempre riconosciuto. Mi considero un romantico nel senso letterario del termine: non credo in un Dio in particolare, ma penso che se ne esiste uno certamente si manifesta attraverso la natura».

Cresciuto tra distese di ghiacci e fiordi, Sundsbø si trasferisce a Londra, dove oggi vive, senza mai smettere di ricercare una connessione con il suo mondo di origine. Della natura lo interessa la mutevolezza e la possibilità di cambiamento intesa co…

Sølve Sundsbø sembra l’incarnazione del celebre Viandante sul mare di nebbia del pittore ottocentesco Caspar David Friedrich. Nell’opera un uomo contempla la natura di spalle, lasciandoci lo spazio per entrare nella scena. Davanti a lui una densa bruma, un paesaggio impervio e misterioso fa da cassa di risonanza ai sentimenti umani. Sundsbø è norvegese, tutto nelle sue fotografie richiama lo spirito del Sublime raccontando di forti contrasti, di emozioni amplificate ma anche di spiritualità. «Friedrich raffigurava fitte foreste nelle quali mi sono sempre riconosciuto. Mi considero un romantico nel senso letterario del termine: non credo in un Dio in particolare, ma penso che se ne esiste uno certamente si manifesta attraverso la natura».

Cresciuto tra distese di ghiacci e fiordi, Sundsbø si trasferisce a Londra, dove oggi vive, senza mai smettere di ricercare una connessione con il suo mondo di origine. Della natura lo interessa la mutevolezza e la possibilità di cambiamento intesa come metafora di vita e di bellezza, per questo spesso le sue immagini sono popolate da figure ibride e in metamorfosi. Nella grande installazione video The Ever Changing Face of Beauty i corpi di un uomo e di una donna si fondono insieme a elementi organici e animali: le gambe sono travolte da fiamme, il volto assume i connotati di un rapace, mentre il resto del corpo è percorso da una pioggia d’oro in un processo di trasformazione continua. L’indagine sulla natura non è neutra, ma in dialogo con l’artificio, filtrata dall’utilizzo di tecniche che ci offrono la possibilità di guardarla da una prospettiva espansa. Sundsbø è infatti un audace sperimentatore: raggi X, scanner 3D ma anche pigmenti applicati su stampa sono alcuni dei mezzi di cui si è servito nel suo articolato linguaggio visivo.

Lei ha scattato l’edizione 2026 del celebre calendario Pirelli. In questo progetto sembra aver lavorato su un processo di astrazione e radicalizzazione della natura. È cosi?

«Fin dalla sua nascita, 60 anni fa, le location e le spiagge più belle del mondo sono state scenario del Pirelli. Io cercavo dei connotati che non riportassero al semplice piano di realtà, ovvero mostrare una bella donna in una bella cornice, ma risuonassero come universali. Per questo ho concentrato lo sguardo sui quattro elementi, sono andato all’archetipo».

Nel Pirelli, come in molto del suo lavoro, c’è una teatralità profonda e un forte pathos. Da dove nascono?

«Vivo una vita molto normale, porto i miei figli a scuola, cucino. Credo ci sia molta poesia nell’ordinario ma non è quello che cerco quando lavoro. Creo personaggi che amerei incontrare davvero, come la donna fatta di nuvole del Pirelli. Se fai un film sviluppi una storia, ma con la fotografia hai un solo fotogramma, io voglio far attivare chi guarda per costruire un suo personale arco narrativo che sviluppi un prima e un dopo lo scatto. E voglio suscitare risposte emotive intense».

Il suo lavoro è caratterizzato dalla capacità di unire passato e futuro in una sorta di retro-futurismo.

Sopra, Guinevere in Stephen Jones, da Another Magazine. Sotto, Issa Lish, da Vogue Italia 

«Spesso la domanda da cui parto è: che cosa succede se faccio questa cosa? Non il perché, ma il come. Puoi fotografare attraverso una tecnica piuttosto tradizionale e ottenere un risultato molto avanguardistico. Il punto non è usare nuove tecnologie, ma applicare la tua creatività in maniera dinamica. In questo la scienza è per me di grande ispirazione. I ricercatori sono profondamente audaci e si muovono per tentativi. Non vogliono necessariamente una risposta, spesso sono contenti di un fallimento perché gli consente di escludere e andare comunque avanti».

Lei ha realizzato la rivoluzionaria cover dell’album A Rush of Blood to the Head dei Coldplay. Lo scatto seziona il busto di una donna, campionandolo, in uno dei primi esperimenti di stampa 3D. Che cosa ricorda di quell’esperienza?

«Era una foto che avevo realizzato per il magazine Dazed & Confused. Mi chiamarono dicendo che Chris Martin la voleva usare come copertina. La sua ambizione era avere un’immagine iconica al pari del prisma dei Pink Floyd. Credo sia stato molto deluso quando mi ha poi incontrato: si aspettava una sorta di scienziato tedesco e invece ha trovato me e la mia aria normale. Però ha funzionato, La Royal Mail ne ha perfino fatto un francobollo».

Sta lavorando a un nuovo libro che riguarda l’intelligenza artificiale. Di cosa si tratta?

«Ho usato una Ia di prima generazione ormai obsoleta e per questo interessante. Gli ho sottoposto una delle immagini di sole teste umane che la macchina spesso non riconosceva come “normali”. Ho lavorato sulla rielaborazione dell’errore nel rapporto tra uomo e macchina, cimentandomi con l’idea di accettabilità delle possibili forme del volto. Un tentativo per capire in che modo usiamo le tecnologie per rappresentarci e qual è la visione di noi che scegliamo di lasciare al futuro».

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