Un’aristocratica alla Costituente
di Claudia ArlettiRiservata, colta, agguerrita. Ma ignorata dalla storia e citata nelle occasioni ufficiali per dovere, senza pathos. Tra le 21 donne elette nell’Assemblea costituente in una moltitudine di oltre cinquecento uomini, viene da immaginare Ottavia Penna da qualche parte in fondo, all’ultimo banco dell’ultima fila, silenziosa ed evanescente, lontana dalle eroiche partigiane comuniste come Teresa Noce (nome di battaglia “Estella”) o Teresa Mattei (“Chicchi”), sopravvissute ad arresti, al confino, alle torture.
Come nasce la Costituzione, le parole di Teresa Mattei all'Assemblea costituente: "Finalmente la donna italiana è cittadina"
Ottavia Penna, unica eletta nelle file dell’Uomo Qualunque, è scansata anche dalle socialiste e ancor più dalle democristiane; esclusa dalle conversazioni e dalle cene di gala, non sarà mai partecipe dell’intesa magica, irripetibile, grazie alla qual…
Riservata, colta, agguerrita. Ma ignorata dalla storia e citata nelle occasioni ufficiali per dovere, senza pathos. Tra le 21 donne elette nell’Assemblea costituente in una moltitudine di oltre cinquecento uomini, viene da immaginare Ottavia Penna da qualche parte in fondo, all’ultimo banco dell’ultima fila, silenziosa ed evanescente, lontana dalle eroiche partigiane comuniste come Teresa Noce (nome di battaglia “Estella”) o Teresa Mattei (“Chicchi”), sopravvissute ad arresti, al confino, alle torture.
Come nasce la Costituzione, le parole di Teresa Mattei all'Assemblea costituente: "Finalmente la donna italiana è cittadina"
Ottavia Penna, unica eletta nelle file dell’Uomo Qualunque, è scansata anche dalle socialiste e ancor più dalle democristiane; esclusa dalle conversazioni e dalle cene di gala, non sarà mai partecipe dell’intesa magica, irripetibile, grazie alla quale un gruppo sparuto di donne e di ragazze tenne testa al maschilismo becero che attraversava tutti i partiti, senza eccezioni. Il gruppo che ci salvò – per dirne una fra mille – da un comma che avrebbe fissato in Costituzione l’indissolubilità del matrimonio.
Comizi e bambine
La baronessa Ottavia Penna in quel mondo che fibrillava si sentiva «un pesce fuor d’acqua», come scriverà lei stessa tempo dopo, ricordando la solitudine delle giornate romane. Diceva di essere entrata a Montecitorio «per un capriccio del destino». Ma non è propriamente così e il suo passaggio su questa Terra merita di essere ricordato con qualcosa di più della targa su un palazzo e della strada che il Comune di Caltagirone, dove ha vissuto, le ha dedicato. La distanza dalle altre elette, certo, è siderale: lei è di nobile e agiata famiglia siciliana; e, oltre che cattolicissima, è monarchica, dettaglio che non facilita le relazioni. Dio patria e famiglia resterà sempre il suo motto. Aiutare la povera gente, la sua missione. In Sicilia, per donne e bambini, è infaticabile. Fonda la Casa del Ragazzo che accoglie gli orfani e gli indigenti e dà loro, insieme al pane, un’istruzione. Conosce bene Luigi Sturzo e Mario Scelba, entrambi di Caltagirone, ma soffre i meccanismi e i giochi di potere dei partiti. L’affarismo diffuso le è intollerabile e non stupisce che i proclami populisti di Guglielmo Giannini e dell’Uomo Qualunque, che al Sud fanno tanti proseliti, abbiano conquistato anche lei.
Si candida dunque alle elezioni del 2 giugno 1946, raccogliendo 11.765 preferenze: unica donna eletta nelle liste del Fronte dell’Uomo Qualunque. Così il 25 giugno alle 16 eccola a Montecitorio, con gli orecchini di perla e gli occhiali scuri. In Sicilia ha lasciato tre figlie piccole e il marito, Filippo Buscemi, che è un medico da romanzo, uno che si precipita con la sua Fiat Topolino fra carruggi e macerie a ogni richiesta d’aiuto, senza prendere niente dai poveri. In campagna elettorale gli avversari avevano accusato Ottavia di fare politica contro il volere del capofamiglia e dell’anziana madre; falso, loro invece l’appoggiano, o almeno hanno rinunciato a contrastarla.
L’Uomo Qualunque la candida per sfida anche come presidente della Repubblica; ma una donna, per giunta monarchica, non ha chance. Il 28 giugno 1946 viene eletto l’avvocato campano Enrico De Nicola, democristiano, e al momento dell’acclamazione lei si alza in piedi con riluttanza. Rinuncia a far parte della commissione ristretta dei 75 chiamati a scrivere il testo della Carta («Ho tre bimbe in tenera età nella lontana Sicilia», si giustifica con Giuseppe Saragat che presiede l’assemblea). Non interviene, né presenta interrogazioni; sostiene emendamenti sull’istruzione professionale, sull’istituzione delle Regioni e sull’indipendenza dei magistrati. Quando si discute di garanzie costituzionali, chiede che si voti a scrutinio segreto, a tutela delle libertà del Parlamento.
Notti di coltelli
Ha fama di essere combattiva e intransigente. Il settimanale Oggi la paragona a Giovanna d’Arco. L’intesa con il sanguigno e dispotico Giannini dura poco. Penna ha osato criticarlo e lui, che l’aveva incensata, ora la copre di insulti in pubblico. La biografia che le ha dedicato la conterranea Cettina Alario (Ottavia Penna, la siciliana alla Costituente, Puntostampe) ne ricorda l’indole ribelle e la risolutezza con la quale si sottrae a un destino che inchioda le donne del Sud al silenzio e all’invisibilità. «Bisogna contrastare l’ideale maschile» dice Ottavia a un’amica. «Dobbiamo avere gli stessi diritti degli uomini, visto che siamo degli esseri eccellenti». Sembra di vederla, in tempo di guerra, lanciarsi in certe scorribande notturne nelle campagne di Caltagirone. Accompagnata dall’autista (è pur sempre un’aristocratica), s’intrufola nei magazzini dove i baroni tengono il grano destinato al mercato nero: con un coltello affilato taglia i sacchi per sfregio. Nottetempo, consegna la carne macellata nelle fattorie di famiglia ai calatini più poveri, con il rischio di essere arrestata perché il cibo è razionato e si deve distribuire con la tessera annonaria. La gente la rispetta.
Cettina Alario dalla sua casa di Caltagirone racconta al Venerdì: «Nel 1943, i ricchi e i nobili erano fuggiti dai bombardamenti lasciando le loro case in balìa della popolazione affamata. Un solo palazzo non fu toccato, indovini quale». Alario parla di Ottavia come se fosse un’amica: «A Roma le altre elette scambiavano per alterigia la sua riservatezza e lei ne soffriva». È orgogliosa di avere rimediato con il libro «al colpevole silenzio della città». Le figlie le hanno dato molti documenti. «I diari con i testi dei comizi, lo scambio di lettere con ministri e prelati e ogni sua azione mostrano che aveva una visione moderna dello Stato sociale. Nel 1948 risponde a una richiesta di denaro di Alcide De Gasperi per i disoccupati siciliani dicendo che va bene, lei non si sottrarrà, ma sarebbe meglio offrire lavoro invece che sussidi umilianti, e gli spiega punto per punto cosa andrebbe fatto. Le era chiaro il significato di comunità».
Strade e serie tv
E oggi? La fornace della famiglia a Punta Pisciotto, da dove uscirono i laterizi con cui fu eretta Tripoli, è una magnifica rovina usata tante volte come set del Commissario Montalbano. A Caltagirone, l’associazione Ottavia Penna, presieduta da Cettina in persona, aiuta le donne in difficoltà: ha avuto la sede in comodato d’uso dalle figlie della baronessa. Ma sulla targa della strada con il suo nome si legge “deputato”, al maschile, e l’indomita Cettina, classe 1947, sta per tornare alla carica con il Comune: vuole che sia sostituita e che sopra sia scritto una volta per tutte Ottavia Penna, madre costituente.
Sul Venerdì del 6 marzo 2026