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Spartan Race, la corsa più pazza (e imprevedibile) del mondo

Luca Pescollderungg, italiano campione del mondo in carica durante una Spartan Race: proverà a confermare il titolo a luglio a Morzine (Francia) 

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Fino a 55 chilometri da percorrere e 60 ostacoli da superare, tra fango e filo spinato, è praticata da 1,5 milioni di persone. Ma chi glielo fa fare? Ecco la risposta dell’italiano che ha vinto tutto
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Infangati e felici. Gli spartani del terzo millennio portano tronchi d’albero e catene di ferro, scavalcano staccionate e pareti scivolose e strisciano nei pantani sotto al filo spinato, in (precario) equilibrio tra gli ideali dell’antica Grecia e le acrobazie dei ninja warriors.

Le recenti evoluzioni olimpiche dello sci alpinismo – compresse nei formati sprint per le esigenze della tv, che paga e comanda – hanno fatto luce su un mondo di sfide sportive che incrociano forza fisica, capacità tecnica, resistenza mentale e spirito di adattamento. Giochi senza frontiere, per i detrattori da divano. Non la pensa così un milione e mezzo di persone che nel 2025 hanno partecipato almeno a una Spartan Race in 40 Paesi diversi, impegnandosi ad avanzare a forza di braccia tra sbarre parallele e pannelli inclinati, arrampicarsi su strutture a piramide o su reti cargo, ribaltare pneumatici, trascinare sacchi di sabbia, lanciare giavellotti, nuotare nei laghi e passare attraverso il fuoco, sempre c…

Infangati e felici. Gli spartani del terzo millennio portano tronchi d’albero e catene di ferro, scavalcano staccionate e pareti scivolose e strisciano nei pantani sotto al filo spinato, in (precario) equilibrio tra gli ideali dell’antica Grecia e le acrobazie dei ninja warriors.

Le recenti evoluzioni olimpiche dello sci alpinismo – compresse nei formati sprint per le esigenze della tv, che paga e comanda – hanno fatto luce su un mondo di sfide sportive che incrociano forza fisica, capacità tecnica, resistenza mentale e spirito di adattamento. Giochi senza frontiere, per i detrattori da divano. Non la pensa così un milione e mezzo di persone che nel 2025 hanno partecipato almeno a una Spartan Race in 40 Paesi diversi, impegnandosi ad avanzare a forza di braccia tra sbarre parallele e pannelli inclinati, arrampicarsi su strutture a piramide o su reti cargo, ribaltare pneumatici, trascinare sacchi di sabbia, lanciare giavellotti, nuotare nei laghi e passare attraverso il fuoco, sempre con il rischio dell’errore e dei giri di penalità, da percorrere con altri pesi aggiuntivi sulle spalle.

Un buco nella neve

In principio fu Joe De Sena, italo-americano di New York, e quella gara del 2000 nella natura selvaggia del Québec. Imprenditore e trader finanziario di successo, 57 anni, cresciuto a Howard Beach, un quartiere del Queens dominato dalla mafia di John Gotti, da lui stesso definito “un luogo che sembrava uscito da una scena di Quei bravi ragazzi”, De Sena capì che la battaglia con i chili di troppo, alleati con le ore passate al computer, non si poteva vincere facendo su e giù per le scale del suo ufficio. E così, dopo essersi trasferito in Vermont, iniziò ad allenarsi per partecipare alle ultramaratone. Quando in una corsa da 350 miglia nell’inverno canadese fu sorpreso da una bufera che lo costrinse a scavare sotto la neve per sopravvivere, ebbe l’idea e inventò la Death Race: fino a 48 ore di resistenza fisica e mentale estrema che – come da nome, quanto mai esplicito – potevano attirare un pubblico limitato.

Non come le Spartan Race, nate nel 2009 come variante più adatta al grande pubblico, che ha subito risposto, sollecitato da una massiccia campagna di investimenti. A credere nel progetto e a finanziarlo anche il Raptor Group di James Pallotta, presidente (molto poco amato) della Roma dal 2012 al 2020.

A ognuno il suo

Con la solidità economica, le Spartan Race si sono strutturate in diversi formati: le Sprint, di 5 chilometri con 20 ostacoli, ideali per chi è alle prime armi. Le Super, con una distanza di 10 chilometri e 25 ostacoli. Le Beast, mezze maratone da 21 chilometri e 30 ostacoli. E le Ultra, le gare dei più esperti, che percorrono tra i 50 e i 55 chilometri, superando 60 ostacoli. Campione del mondo in questa categoria è Luca Pescollderungg, 34 anni, altoatesino di La Villa, in Val Badia, che nel 2025 a Morzine, in Francia, ha confermato il titolo del 2024.

Pescollderungg ha giocato a calcio fino all’Eccellenza, poi a 22 anni ha smesso per un infortunio al ginocchio. «Ma io senza lo sport non so vivere. Per questo un amico mi ha segnalato nel 2016 le Spartan Race. All’inizio ho pensato “che cavolata”. Ma rinchiudermi in una palestra non mi bastava più, e così a settembre di quell’anno mi sono iscritto nella categoria open, non competitiva, a una gara a Kitzbühel, in Austria. Mi sono divertito troppo e sono andato bene, alla terza uscita ero già sul podio, così mi ha contattato il team nazionale italiano di Spartan Race».

Un brand fortissimo che ha in parte oscurato l’Obstacle Course Race, la categoria sportiva di cui fa parte (un po’ come succede tra Triathlon e Ironman) e che attrae anche bambini e ragazzi dai 4 ai 15 anni, a cui sono dedicate le Spartan Kids.

Chi vince e chi inganna

Ma non tutte le Spartan sono uguali. Nel 2026 in Italia ce ne saranno quattro: a Orte, Nevegal, Misano Adriatico e Gubbio, «però io a Misano non andrò», spiega Pescollderungg, «perché correre sulla spiaggia, in piano, non è il mio forte. Sono molto più competitivo su percorsi con grandi dislivelli, simili alle mie montagne, per questo punto a confermarmi nel mondiale Ultra di luglio, ancora a Morzine, su un tracciato di sofferenza e di fatica». Che sono gli elementi fondanti delle Spartan Race, temuti ma anche desiderati da chi le affronta: «Sai gà che avrai le tue crisi», dice il campione del mondo, «ma sai anche che resistendo le supererai e ne riceverai tanta adrenalina. Per chi non fa sport è difficile capirlo però il fiatone, le gambe che bruciano, il sapore dello sforzo che senti in bocca sono sensazioni bellissime, una droga naturale».

Ma nelle discipline di fatica spesso girano altre droghe, che di naturale non hanno nulla: «So che qualcuno ha imbrogliato», dice l’atleta altoatesino, «ho visto avversari che battevo sempre darmi distacchi da un quarto d’ora in certe gare, ne ho visti altri scomparire per anni e ricomparire all’improvviso, fortissimi. Dal 2016 ho avuto un solo controllo antidoping, ne vorrei di più, ma per il management di Spartan Race portano troppe controversie legali. Cerco di non pensarci ma mi chiedo come ci si possa rovinare la salute per uno sport in cui non girano tanti soldi. Anche io, da campione mondiale che si allena tutti i giorni, fino a 22 ore a settimana, continuo a lavorare nella cooperativa turistica dell’Alta Badia, che si occupa della manutenzione dei paesi e dell’organizzazione degli eventi. Sempre all’aria aperta, certo. Dove sono veramente libero».

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