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Da Ditonellapiaga a Emma Nolde: la musica italiana plurale femminile

Ditonellapiaga (Camilla Liconti) 

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Dalla dance raffinataal rap di Anna, dalla neotammurriata di La Niña all’indie. Ecco i nomi di cui vale la pena prendere nota
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Due anni fa Sara Gioielli è apparsa alla Madonna. A Pompei, nella Casa del Menandro. Madonna, quella pop ovviamente, aveva festeggiato i 66 anni con un party esclusivo nel sito archeologico, e Sara Gioielli era stata invitata a esibirsi in una performance solo voce e basi elettroniche che aveva fatto voltare la popstar per ascoltare attentamente. Cosa la rende speciale? L’uso della voce, di una potenza magnetica tale da non avere bisogno di altro. Non è da tutti mettere da subito così alta l’asticella, del resto tutto il suo percorso è piuttosto diverso dalla media: studi al Conservatorio, tre anni di militanza nel coro del Teatro San Carlo al fianco di Roberto De Simone, collaborazioni con nomi come Liberato e La Niña.

Carola Moccia, in arte La Niña, è un altro nome imprescindibile di questa nuova ondata di artiste che stanno ridefinendo il pop italiano con una sensibilità marcata verso la ricerca, il cantautorato, l’uso dell’elettronica, il recupero del folk. Negli ultimi anni le ra…

Due anni fa Sara Gioielli è apparsa alla Madonna. A Pompei, nella Casa del Menandro. Madonna, quella pop ovviamente, aveva festeggiato i 66 anni con un party esclusivo nel sito archeologico, e Sara Gioielli era stata invitata a esibirsi in una performance solo voce e basi elettroniche che aveva fatto voltare la popstar per ascoltare attentamente. Cosa la rende speciale? L’uso della voce, di una potenza magnetica tale da non avere bisogno di altro. Non è da tutti mettere da subito così alta l’asticella, del resto tutto il suo percorso è piuttosto diverso dalla media: studi al Conservatorio, tre anni di militanza nel coro del Teatro San Carlo al fianco di Roberto De Simone, collaborazioni con nomi come Liberato e La Niña.

Carola Moccia, in arte La Niña, è un altro nome imprescindibile di questa nuova ondata di artiste che stanno ridefinendo il pop italiano con una sensibilità marcata verso la ricerca, il cantautorato, l’uso dell’elettronica, il recupero del folk. Negli ultimi anni le ragazze che premono su un’industria ancora molto centrata sui maschi (le artiste sono poco più del 22% della scena musicale) sono sempre di più, e col numero cresce anche la qualità.

La Niña è arrivata e ha travolto tutti, come il ciclone equatoriale da cui ha preso il nome (no, non la Caravella). L’anno scorso ha vinto il Tenco per il miglior album in dialetto con Furèsta, disco “turbolento e selvatico” come lei. Napoletana classe 1991, laureata in filosofia con una tesi sull’andalusa Maria Zambrano, suona la chitarra battente, trasporta la canzone popolare ai tempi dell’autotune, ripesca l’energia delle tammurriate stile Nuova Compagnia di Canto Popolare.

La paragonano a Teresa De Sio; lei ringrazia e aggiunge Doja Cat, Mozart e Roberto Murolo ai suoi ascolti. Dal vivo ripropone l’antico Canto delle lavandaie del Vomero, per come racconta fatica e ribellione. Ha scelto di cantare in dialetto per immediatezza, non per retorica, infatti non ama gli stereotipi, compreso quello della “sorellanza”. Più che a parole la mette in pratica coi fatti, come molte delle sue colleghe: si fa squadra più di un tempo, tra duetti, progetti comuni, featuring, prese di posizione. Lei per esempio era andata a Sanremo 2025 per amicizia con Big Mama (avevano duettato in Lady Marmalade).

Per amicizia con Myss Keta , invece, è stata una delle Ragazze di Porta Venezia nel video dell’inno pop queer. La si riconosce per i capelli lunghi, lo stile total black mediterraneo: «Nei commenti ai miei post, a volte si legge: finalmente una che non si mette in mutande. Ma anche quello è un problema. Non mettermi in mutande è una mia libertà, e non significa che ci sia meno valore in chi sceglie di farlo. Se non capisci questo, allora non hai capito nulla. E mi vorresti intrappolare proprio nella dicotomia contro la quale mi batto».

Viene voglia di abbracciarla a leggere questo passaggio nell’intervista contenuta in Matrilineare. La musica italiana nelle parole delle cantautrici, libro di Piergiorgio Pardo (minimum fax), titolo preso da una compilation al femminile curata dai C.S.I. nel 1996. Parte saggio e parte mosaico di interviste, Matrilineare dà voce a tante protagoniste, comprese quelle dimenticate come Jenny Sorrenti, sorella maggiore di Alan, musicista tra folk e avanguardia, unica donna cui la Rca negli anni 70 concedeva di scrivere da sé i pezzi. Pensa dire oggi a Ditonellapiaga o Levante: “Ma sì, puoi scrivertele anche da sola le canzoni”. Loro lo fanno e basta. All’ultimo Sanremo – dove le donne erano un terzo dei big – ci hanno salvato dalla noia, specie Margherita Carducci, 29enne romana meglio nota come Ditonellapiaga, con Che fastidio! ha ricordato a tutti che il pop è divertimento, è ballo, è giocare con le parole, non prendersi troppo sul serio.

Negli anni molto è cambiato, in meglio e in peggio. La generazione del boom raccontata da Pardo poteva fare gavetta e costruire carriere durate tutta una vita, tant’è che Mina ancora fa dischi e Patty Pravo è appena andata a Sanremo. Con i talent si arriva più in fretta, e altrettanto velocemente si può uscire di scena. La scelta di Madame, a 24 anni già una star (terzo album in arrivo) di fermarsi per un paio di anni è stata vista come un privilegio. Nell’era dell’apparire a tutti i costi se sparisci vorrà dire che c’è un problema. «Lasciate in pace l’espressione artistica, fatela respirare», dice lei nel libro, «preferisco essere dimenticata perché non pubblico, piuttosto che essere dimenticata perché sono scarsa».

Ragionamento che non fa una grinza, finché non parte la logica omologante dei numeri a cui non si sfugge, anche se ti chiami Elodie o Emma Marrone. Pardo annota come il nome di Federica Abbate, nota autrice hit maker, «a Sanremo 2025 ricorreva sei volte, tre delle quali in brani di cantautrici: Rose Villain, Serena Brancale, persino Joan Thiele». E quel “persino” la dice lunga, considerato che Thiele è una delle più apprezzate cantautrici dell’ultima generazione.

Le outsider

Ci sono poi quelle che giocano con le proprie regole. Any Other non sembra neanche italiana, e non perché canta quasi sempre in inglese. Ma per qualità e caratura internazionale del progetto, creato nel 2015 da lei, Adele Altro, 32 anni, musicista e polistrumentista, punta di diamante dell’indie rock non solo femminile. L’amica Marta del Grandi, classe 1988, compone e canta in inglese per formazione cosmopolita; ha studiato canto jazz in giro per il mondo, dal Belgio al Nepal. Architetta di suoni raffinati ed evocativi come l’avant-pop della sua musa, l’islandese Emiliana Torrini, è un antidoto al tormentone a tutti i costi.

Le sperimentatrici

Sono poche perché fare ricerca non è più facile che ai tempi di Jenny Sorrenti. Ma dà soddisfazione. Daniela Pes, straordinaria musicista d’avanguardia nata in Gallura nel ’92, ha vinto il Tenco 2023 con Spira, ipnotico viaggio tra elettronica, folk sardo, mistica, tribalismo.

Le nuove reclute

Conti l’avrebbe tanto voluta a Sanremo: Emma Nolde, 26 anni, toscana, indole indie-pop, autrice attenta ai testi, era già finita sul radar di Spotify per l’album Nuovospaziotempo (2024), bellissimo lavoro. Attenzione anche alla catanese Anna Castiglia, Premio Tenco 2025 per la Miglior opera prima con l’album Mi piace: «Mi piace tanto il basso alla Jamiroquai / mi piace tanto scrivere come Mogol / mi piace cantare come il jazz / mi piace piacere, ma non mi do pace”. Dietro agli occhiali smisurati c’è il dono di un’ironia tagliente.

Anna e le sue sorelle

Rap e trap continuano a essere la cifra dominante della cultura pop. E Anna Pepe, 22 anni da La Spezia, l’anno scorso è stata la regina di Spotify con l’album Vera Baddie, 465 milioni di stream. Anna rivendica come empowerment femminile l’appropriarsi del trito linguaggio maschile della trap con tutto il repertorio di vida loca, soldi, sbronze, canne, sesso, per ribaltarlo e farne un’arma in mano alle ragazze. Anzi ragazzine, perché sono giovanissime le baddies che fanno di ogni suo show un gigantesco karaoke in rosa e cuoricini glitter. Va presa sul serio quando rivendica di essere diventata la rapper che le mancava quando era una teen e il mercato le offriva solo maschi.

Per lei le rapper italiane sono Ele A, Chadia Rodriguez e poche altre. Big Mama, certamente. La 26enne avellinese che studia, dice, per diventare Raffaella Carrà, è inarrestabile: quante rapper italiane sono andate all’Onu a tenere un discorso su bodyshaming e bullismo? Chi guarda avanti punta su due nomi. Vale LP, 26 anni, da Napoli, scrive rap sfrontati, con titoli come Stronza e Porcella. Marte, 22 anni, da Foggia, in Fuori Controllo annuncia: “La parità non mi basta”.

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