A Firenze l’arte di Mark Rothko, bella da piangere
di Tommaso PincioPiangere davanti a un Rothko. Potremmo definirla una manifestazione molto particolare della sindrome di Stendhal, il famoso malessere che coglie alcune persone alla vista di opere d’arte con un’eccessiva concentrazione di bellezza. O meglio, un arricchimento o evoluzione di questa sindrome, visto che tra i sintomi riportati nei manuali appaiono i capogiri, gli stati confusionali, la tachicardia, a volte anche le allucinazioni, ma non il pianto. Sul perché in tanti vengano spinti alle lacrime nel trovarsi al cospetto di dipinti che in apparenza non sembrano raffigurare alcunché di straordinario, se non distese di colore dai bordi incerti, si espresse a suo tempo anche il pittore: «Le persone che piangono davanti ai miei quadri vivono la stessa esperienza che ho vissuto io nel dipingerli» In tempi più recenti, un’altra artista molto nota, Marina Abramović, ha confessato di rientrare tra color che son sospinti a un pianto senza freni perché sopraffatti da «un miscuglio di silenzio, malin…
Piangere davanti a un Rothko. Potremmo definirla una manifestazione molto particolare della sindrome di Stendhal, il famoso malessere che coglie alcune persone alla vista di opere d’arte con un’eccessiva concentrazione di bellezza. O meglio, un arricchimento o evoluzione di questa sindrome, visto che tra i sintomi riportati nei manuali appaiono i capogiri, gli stati confusionali, la tachicardia, a volte anche le allucinazioni, ma non il pianto. Sul perché in tanti vengano spinti alle lacrime nel trovarsi al cospetto di dipinti che in apparenza non sembrano raffigurare alcunché di straordinario, se non distese di colore dai bordi incerti, si espresse a suo tempo anche il pittore: «Le persone che piangono davanti ai miei quadri vivono la stessa esperienza che ho vissuto io nel dipingerli» In tempi più recenti, un’altra artista molto nota, Marina Abramović, ha confessato di rientrare tra color che son sospinti a un pianto senza freni perché sopraffatti da «un miscuglio di silenzio, malinconia, sensualità, tragedia».
La grande mostra di Mark Rothko, con oltre 70 opere importanti, alcune finora mai esposte in Italia e visitabile a Firenze a partire da sabato 14 marzo, nelle sale di Palazzo Strozzi, rappresenta un’occasione imperdibile per provare dal vivo simili profonde emozioni, e semmai anche piangere. La mostra è inoltre – spiega Christopher Rothko, figlio del pittore – «il coronamento di un’indagine durata circa quindici anni alla ricerca del contesto migliore in cui esporre le opere». Rothko amava poco viaggiare e ancor meno la vita mondana. Era talmente preso dalla sua pittura da dedicare il minor tempo possibile ad altro. Evitava le lunghe conversazioni, non teneva un diario e la sua corrispondenza privata ammonta a poche lettere. In compenso – lo racconta un suo assistente – passava ore, a volte giorni, seduto nel suo studio a guardare e contemplare le sue tele per decidere quale colore stendere, che forma espandere. È venuto tuttavia tre volte nel nostro Paese, tra il 1950 e il 1966, visite che lo impressionarono moltissimo, anche se per molti versi vi era preparato.
Nato in Lettonia all’inizio del Novecento da un padre farmacista, Rothko arrivò negli Stati Uniti all’età di dieci anni, stabilendosi con la famiglia a Portland, nell’Oregon. Si impegnò in ogni modo pur di integrarsi e costruirsi un’identità nel nuovo Paese. Imparò l’inglese, abbandonò la sinagoga e la scuola talmudica, si rese disponibile a lavori umili di vario genere, scrisse articoli intensi, prese posizioni politiche, combatté le battaglie di un giovane ribelle. Compiuti diciotto anni, gli venne offerta una borsa di studio. Frequentò allora la prestigiosa università di Yale, dove studiò di tutto – francese, biologia, economia, filosofia – anche se il suo piano era diventare avvocato o ingegnere. Non ci restò molto. Scoprì che un povero immigrato ebreo in mezzo a protestanti dell’upper class era comunque un paria, anche se più intelligente della media. E cosa mai poteva fare un giovane paria di talento e molto inquieto se non l’artista? E dove mai poteva andare un giovane che avesse maturato la volontà di fare l’artista nell’America di allora se non a New York?
Nella città che già si prefigurava come una grande capitale dell’arte, Rothko diede inizio alla sua formazione pittorica perlopiù da autodidatta. Molto influì la lettura dei saggi di Bernard Berenson, il profondo conoscitore del Rinascimento che viveva in una magnifica villa sulle colline fiorentine. E poi le visite al Metropolitan, ad ammirare Beato Angelico, e alla Frick Collection che ospitava tanti altri maestri: Piero della Francesca, Filippo Lippi, Giovanni Bellini. Tutto ciò per dire che quando visitò per la prima volta l’Italia, oltre a essere ormai diventato una delle figure di punta della nuova avanguardia americana, conosceva già bene la nostra arte. E non soltanto la nostra pittura. A irretirlo era anche il senso dello spazio che egli percepiva in modo estremamente palpabile nell’architettura di città come Roma e Firenze, i tanti palazzi, le chiese sontuose, le piazze.
Se si vuole comprendere la pittura di Rothko, ma soprattutto da cosa scaturiscono i pianti incontrollati e il trauma spirituale che questa è capace di scatenare, bisogna proprio partire dall’importanza dello spazio. I suoi quadri sono spesso di dimensioni monumentali e concepiti per un luogo preciso, come lo era la pittura ad affresco. Non era interessato a rappresentare il mondo, né tantomeno a esprimere il suo io. Voleva che il quadro fosse un mondo e generasse nello spettatore quella forte sensazione di luogo che si prova in una piazza italiana. Pensandoci bene, non sono tanto i suoi quadri in sé a scatenare il pianto quanto lo starci davanti, il sentirsi di colpo risucchiati, parte di un mondo fatto di solo colore da cui sfarfalla una luce instabile. Si racconta che Michelangelo Antonioni abbia scritto una lettera a Rothko per dirgli: «Io e lei ci occupiamo della stessa cosa. Lei dipinge il nulla, io filmo il nulla». Non il semplice nulla, però. Il semplice nulla è niente, ma quando te lo trovi davanti, quel semplice nulla si trasforma in tutto e non resta che piangere.
Sul Venerdì del 13 marzo 2026