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Jeff Buckley, parla la madre: mio figlio voleva vivere

Jeff Buckley (1966-1997): il prossimo 17 novembre avrebbe compiuto 60 anni 

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Un nuovo documentario racconta il musicista scomparso a trent’anni. E Mary Guibert ricorda: «Prima di annegare rideva e cantava». Per poi aggiungere: «Ho dovuto dire no a Brad Pitt che voleva interpretarlo»
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«Sono stato ogni cosa sul palco: sbagliato, brutto, stupido, bello, arrabbiato, completamente innamorato, e ho anche perso i pantaloni. Ma non mi sono mai annoiato. Sul palco, non sono mai stato morto». Fa bene e fa male vedere It’s Never Over di Amy Berg (in sala il 16, 17 e 18 marzo), sentire forte la voce di Jeff Buckley. In vita pubblicò un solo, prodigioso, disco in studio, Grace, e tanti live (Sony pubblica Live at Sin-è, ampliato a 34 brani, e il 17 aprile Live À L’Olympia rimasterizzato). Il docu rivela video inediti e segue la sua parabola: l’abbandono del padre (il cantautore Tim Buckley), l’ossessione per la musica, il successo, con quella voce che arriva dove vuole, in dialogo con gli spiriti. Poi il crollo, «l’eccessiva domanda di anima», la brama d’anonimato perché «senza vita normale, non c’è arte». Nel 1997, a trent’anni annegò. Diceva che avrebbe raggiunto il massimo fra i 60 e i 100 anni, e: «Non finirò come mio padre con un’etichetta sull’alluce». Quindi no, non è l…

«Sono stato ogni cosa sul palco: sbagliato, brutto, stupido, bello, arrabbiato, completamente innamorato, e ho anche perso i pantaloni. Ma non mi sono mai annoiato. Sul palco, non sono mai stato morto». Fa bene e fa male vedere It’s Never Over di Amy Berg (in sala il 16, 17 e 18 marzo), sentire forte la voce di Jeff Buckley. In vita pubblicò un solo, prodigioso, disco in studio, Grace, e tanti live (Sony pubblica Live at Sin-è, ampliato a 34 brani, e il 17 aprile Live À L’Olympia rimasterizzato). Il docu rivela video inediti e segue la sua parabola: l’abbandono del padre (il cantautore Tim Buckley), l’ossessione per la musica, il successo, con quella voce che arriva dove vuole, in dialogo con gli spiriti. Poi il crollo, «l’eccessiva domanda di anima», la brama d’anonimato perché «senza vita normale, non c’è arte». Nel 1997, a trent’anni annegò. Diceva che avrebbe raggiunto il massimo fra i 60 e i 100 anni, e: «Non finirò come mio padre con un’etichetta sull’alluce». Quindi no, non è l’ennesima vittima del rock. Ne parliamo con Mary Guibert, che fa quello che nessuna madre dovrebbe: gestire degli amabili resti. Per non farlo fare, male, ad altri.

Il docufilm le ha regalato sorprese?

«Sì, la ripresa dalla mongolfiera del concerto di Page & Plant nel 1995. Finora avevo solo il racconto di Ben Harper: lui e Jeff dovevano incontrarsi sotto palco per sentire insieme le canzoni dei Led Zeppelin. Non si presentò. Il video lo mostra arrampicato al traliccio, altissimo, per farsi investire dai decibel della sua band preferita. Folle».

Si fa luce su aspetti di suo figlio che non conoscevamo?

«Le esibizioni di Jeff erano rabbiose e dolenti, è passato per un tipo afflitto, malinconico, ma qui si capisce quanto fosse divertente. Dal vivo si interrompeva per fare battute. Se camminavi con lui, d’un tratto danzava attorno al lampione cantando My Fair Lady».

La prima volta che lo sentì cantare?

«In culla, vocalizzava i brani della radio. Pensai: “Oh no, sarà musicista!”. Si iscrisse al Musicians Institute per diventare un virtuoso della chitarra. Riteneva cantare un atto di vanità. Ma come si fa a non esplorare una voce così? Comprò libri sull’opera, assetato di sapere. Ricordava a memoria note, testi, poesie. C’è un vecchio film su una madre normale che ha per figlio un genietto. Il nostro rapporto era così».

Siete cresciuti insieme?

«Ero una mamma immatura di 17 anni, venivo da una famiglia violenta e relazioni sbagliate. Mi curavo con manuali di autoaiuto e guru, ma quel piccolo individuo mi restituiva la parte migliore di me. Mi ripeteva aforismi motivazionali, diceva che valevo e saremmo stati bene. Nessun amore è più grande di quello che supera i difetti, quindi nessuno mi ha amata meglio e più di lui. E si sente fino all’ultimo dei suoi messaggi in segreteria».

Come si preparò Jeff al tributo per suo padre Tim?

«Aveva nove anni quando Tim morì. Mai un biglietto, una telefonata. Jeff non fu nominato nel necrologio né invitato al funerale. A 25 anni lo chiamarono al tributo. Non voleva partecipare, poi cominciò a imparare i brani, li cantava sotto la doccia, un mese dopo decise di commemorarlo. Nessuno conosceva Jeff, gli organizzatori temevano non sapesse fare nulla. Alle prove calò un silenzio di stupore».

Jeff capì di essere rilevante al di là del cognome?

«Teneva più al suo pubblico che a diventare il nuovo Dylan. Sentiva la responsabilità del ruolo, pagava di tasca sua la band quando erano in pausa, per garantirgli un salario. Dopo anni di tour massacranti e alte aspettative su di lui, voleva un’altra strada. Stava per fare grandi cambiamenti».

Gli eroi di Jeff sono suoi fan. Mai pensato a un tributo con Led Zeppelin, Dylan, Morrissey?

«Jeff lo detesterebbe. T’immagini? Chi sale prima, chi chiude, l’ego, la competizione. Non era la sua etica né la sua estetica. Forse gli sarebbe piaciuto condividere con loro il palco, ma da vivo. Oggi preferirebbe l’omaggio di emergenti bravissimi».

Brad Pitt co-produce il doc. Perché gli rifiutò il biopic su Jeff?

«Al matrimonio con Jennifer Aniston mi invitò a pranzo per propormi il film, con lui protagonista. Risposi: “Tesoro, suoni, canti? Ti mettiamo le lenti marroni? La gente sa che sei Brad Pitt. Cosa direbbe il tuo amico Thom Yorke se dalla tua bocca uscisse la voce di Jeff?”».

E lui?

«Mi diede ragione, chiese in che altro modo poteva aiutarmi. A me serviva riversare e salvare decine di registrazioni di mio figlio e Brad, che aveva appena finito di girare The Mexican, pagò di persona il tecnico del suono del film per stare un mese a casa mia e archiviare tutto. Inestimabile».

Né alcol né droghe, la morte di Jeff fu accidentale. Ma i suoi ultimi messaggi allarmavano. Esclude tendenze suicide?

«Assolutamente. In altri messaggi è fuori dalla crisi per salvarsi dal vortice della fama internazionale, felice di rientrare in studio. Il testimone, il suo amico Foti, stava sulla riva con lo stereo e Jeff rideva. Si tuffò di schiena cantando Whole Lotta Love. Non era il grande e pericoloso Mississippi, ma il canale Wolf River. Un battello a vapore creò la corrente che lo risucchiò con i detriti. Dal tronco che raschiò via la carne dall’osso, il patologo ha dedotto che Jeff tentò in ogni modo di risalire. Voleva vivere».

Cosa lo rendeva unico?

«Era uno spirito indipendente. Non lo sentirai mai cantare due volte uguale. E poi empatizzava. Da piccolo abbracciò perfino il bullo che gli rubava i soldi. Jeff sentiva tutto, sentiva gli altri».

Nuovi ascoltatori lo stanno scoprendo su TikTok. A parte la totale libertà artistica, cosa spera imparino?

«È tutto nei testi. Vorrei che scoprissero le parole di The Sky is a Landfill, pieno di ammonizioni sulle pressioni del sistema. Quanto varrebbero oggi? Chi ha desiderio di verità, la troverà nelle canzoni. Il resto, la fama, l’apparenza, è per le menti ristrette».

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