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Quelli che mangiano la terra: argilla e ciottoli, lo spuntino è davvero speciale

Alcuni campioni di terra in mostra a Londra provenienti da 44 Paesi di tutti i continenti 
Dal 18 marzo in mostra a Londra decine di campioni di terre commestibili. Una degustazione (a proprio rischio e pericolo) di “prodotti” da mezzo mondo
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«Mangio la terra un paio di volte a settimana. Scelgo il tipo che preferisco a seconda dei miei gusti del momento, come si sceglie se mangiare pizza, pasta o riso», dice al Venerdì Dr. masharu, artista olandese con un dottorato in matematica che nel 2017 ha fondato ad Amsterdam il Museum of Edible Earth, progetto interdisciplinare itinerante che raccoglie più di 600 campioni di terra commestibile provenienti da 44 Paesi diversi, la cui collezione sarà in mostra dal 18 marzo al 26 aprile alla Somerset House di Londra. Dall’argilla rosa del Kazakistan al caolino della Costa d’Avorio, dall’ocra sudafricana all’ardesia indiana fino ai ciottoli cinesi. «Quando la mangio provo piacere, una buona sensazione di radicamento. È importante essere più vicini alla terra, perché ce ne stiamo allontanando. Raccogliamo tutti i tipi di terra che sono stati mangiati dall’uomo», racconta. «Se qualcuno li mangia, noi li raccogliamo».

Ma mangiare terra è quanto di più lontano dalla nostra cultura. Il Manu…

«Mangio la terra un paio di volte a settimana. Scelgo il tipo che preferisco a seconda dei miei gusti del momento, come si sceglie se mangiare pizza, pasta o riso», dice al Venerdì Dr. masharu, artista olandese con un dottorato in matematica che nel 2017 ha fondato ad Amsterdam il Museum of Edible Earth, progetto interdisciplinare itinerante che raccoglie più di 600 campioni di terra commestibile provenienti da 44 Paesi diversi, la cui collezione sarà in mostra dal 18 marzo al 26 aprile alla Somerset House di Londra. Dall’argilla rosa del Kazakistan al caolino della Costa d’Avorio, dall’ocra sudafricana all’ardesia indiana fino ai ciottoli cinesi. «Quando la mangio provo piacere, una buona sensazione di radicamento. È importante essere più vicini alla terra, perché ce ne stiamo allontanando. Raccogliamo tutti i tipi di terra che sono stati mangiati dall’uomo», racconta. «Se qualcuno li mangia, noi li raccogliamo».

Ma mangiare terra è quanto di più lontano dalla nostra cultura. Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali classifica la geofagia (questo il termine che indica tale pratica) fra i disturbi alimentari. Eppure non sempre è patologia: secondo il paleontologo britannico John Desmond Clark, per una vita docente a Berkeley, due milioni di anni fa in Africa c’erano già persone che mangiavano terra: nelle vicinanze delle cascate Kalambo, in Tanzania, è infatti stata trovata dell’argilla bianca assieme ad altri residui fossili di alimenti come radici, foglie e polline. Sera L. Young, collaboratrice del Museum of Edible Earth e membro della facoltà di Scienze nutrizionali della Cornell University, ha dedicato alla geofagia il saggio Craving Earth (Columbia University Press), divenuto il testo di riferimento in materia. “Accade in quasi tutti i Paesi”, scrive, “spesso all’interno dei segmenti più vulnerabili della società. Nonostante sia stata considerata una patologia per molti secoli, ci sono buoni motivi per pensare che sia una pratica adattiva. È diffusa nel regno animale e un certo numero di sostanze hanno proprietà medicinali o curative”. È però improbabile, avverte Young, che questa pratica apporti micronutrienti alla dieta, anche se alcune sostanze possono proteggere e disintossicare dagli effetti di agenti chimici e patogeni.

Elementi tossici e parassiti

«L’argilla per esempio disintossica il corpo. Le maschere all’argilla vengono comunemente usate per la pelle», dice ancora Dr. masharu. «Nella terra però possono anche esserci sostanze pericolose. E il paradosso è che questa situazione è stata causata dall’uomo. La presenza di metalli pesanti dipende dall’inquinamento, il quale a sua volta dipende dall’industria e dallo smaltimento dei rifiuti. La presenza dei pesticidi dipende invece dall’agricoltura, altra attività umana. Infine la presenza di parassiti rende il mangiare la terra non totalmente sicuro».

Insomma, lungi dal voler imporre la pratica, l’obiettivo della mostra-museo è quello di mettere a confronto diversi tipi di suoli commestibili provenienti dal maggior numero possibile di Paesi ed esaminare la diversità dei loro contesti storici e dei loro significati culturali. La collezione viene costantemente arricchita da nuovi materiali anche grazie alla natura nomade del progetto, ospitato di volta in volta in città e Paesi diversi. È possibile visitarla anche attraverso il sito web (museumofedible.earth), che per ogni tipo di suolo contiene una scheda che riporta composizione geologica, metodi di raccolta, contesto culturale e impressioni di gusto. Per esempio, nella scheda riguardante i pezzi di argilla Pemba acquistati a Paranam, in Suriname, si legge che vengono spesso mangiati come snack e che il loro sapore è «cremoso, terroso, di grana fine, leggermente affumicato e con un tocco di acidulo», mentre le barrette di ardesia prodotte dalla società indiana Chandtara, acquistabili online, sono «così saporite da creare dipendenza, morbide e croccanti».

Anche a Londra ci sarà un tavolo di degustazione. «L’atto dell’assaggio e l’interazione diretta delle persone con la terra sono elementi fondamentali e performativi, che distinguono il mio approccio dalle analisi solamente teorico-scientifiche», spiega l’artista. Posto che, come è scritto anche nel sito del museo, la pratica va messa in atto a proprio rischio e pericolo, per chi si volesse accostare il consiglio di Dr. masharu è quello di partire da prodotti controllati e approvati dalle autorità alimentari, come la terra curativa prodotta dalla tedesca Luvos.

Il pioniere tedesco

L’azienda è stata fondata nel 1918 a Blankenburg, in Sassonia, da Adolf Just, pioniere europeo della terra curativa che aveva sperimentato l’applicazione sia esterna sia interna di un sedimento eolico presente nella zona della catena montuosa dell’Harz. Questo sedimento contiene silicati, calcio, potassio, ferro, magnesio, rame e zinco, viene essiccato a 130 gradi per distruggere i batteri presenti e poi macinato e setacciato fino a diventare una polvere molto sottile. A seconda del grado di sottigliezza esistono diversi prodotti che, assicurano alla Luvos, possono combattere l’indigestione, l’acidità di stomaco e la sindrome dell’intestino irritabile, aiutare l’intestino messo alla prova da grassi e colesterolo e contrastare gli agenti inquinanti. La storia di Just rappresenta pressoché un unicum nel continente europeo, dove il mangiare terra non è certo una pratica comune. Ma cosa spinge le persone a farlo? Secondo Young, l’atto di mangiare, e quindi anche la terra, non è solo legato alla ricerca di nutrimento: è radicato nelle reti sociali, nei sistemi di credenze e nell’esperienza personale. “Vale la pena continuare a indagare questo fenomeno”, scrive, “perché si trova al centro del complesso essere bioculturale che siamo noi umani. Studiarlo è un modo per capire che cosa significa essere noi”.

Sul Venerdì del 13 marzo 2026

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