Il premio Nobel Joel Mokyr: “I dazi di Trump” una vera stupidaggine
di Giuliano AluffiPerché alcune innovazioni fanno crescere l’economia e altre no? E come mai, fino all’Ottocento, l’umanità è rimasta a lungo bloccata in lunghe fasi stagnanti nonostante tante invenzioni brillanti? Per lo storico dell’economia Joel Mokyr, fresco premio Nobel, il motivo è semplice: le idee geniali da sole non bastano. Per generare crescita serve un ecosistema diffuso di persone capaci di applicare le innovazioni, migliorarle e farle circolare, cosa che si manifestò per la prima volta in Inghilterra con la Rivoluzione industriale, quando il sapere teorico degli scienziati iniziò a dialogare con quello pratico di ingegneri e imprenditori. Da quel momento si diffuse in Europa la crescita fondata su quella che Mokyr definisce “conoscenza utile”, stabile e duratura. Fattori chiave: l’apertura a idee nuove, il libero scambio, la competizione tra Stati che incentivava la ricerca e il progresso, la libertà di movimento che proteggeva gli innovatori da censure e persecuzioni. Oggi invece il rigi…
Perché alcune innovazioni fanno crescere l’economia e altre no? E come mai, fino all’Ottocento, l’umanità è rimasta a lungo bloccata in lunghe fasi stagnanti nonostante tante invenzioni brillanti? Per lo storico dell’economia Joel Mokyr, fresco premio Nobel, il motivo è semplice: le idee geniali da sole non bastano. Per generare crescita serve un ecosistema diffuso di persone capaci di applicare le innovazioni, migliorarle e farle circolare, cosa che si manifestò per la prima volta in Inghilterra con la Rivoluzione industriale, quando il sapere teorico degli scienziati iniziò a dialogare con quello pratico di ingegneri e imprenditori. Da quel momento si diffuse in Europa la crescita fondata su quella che Mokyr definisce “conoscenza utile”, stabile e duratura. Fattori chiave: l’apertura a idee nuove, il libero scambio, la competizione tra Stati che incentivava la ricerca e il progresso, la libertà di movimento che proteggeva gli innovatori da censure e persecuzioni. Oggi invece il rigido protezionismo Maga e i nazionalismi risorgenti rischiano di soffocare proprio il meccanismo che ha messo in moto lo sviluppo moderno.
Cosa pensa dei dazi di Trump e delle spinte nazionaliste che stanno salendo anche nei Paesi europei?
«Non amo i dazi, e nessuno degli economisti che conosco li considera una cosa buona. I dazi sono stupidi: sono un modo molto inefficiente di alzare le tasse, che tende a ridistribuire risorse dalle persone senza influenza politica a quelle che ce l’hanno. Questo accade oggi in America e in tutti i sistemi protezionisti. Peraltro, nel mondo di oggi non è più possibile per una nazione isolarsi dal resto del mondo: ci sono così tanti modi per comunicare in modo istantaneo che non si può più restare isolati come lo era il Giappone prima del 1853. Perfino Paesi “chiusi” come la Corea del Nord, oggi, non sono realmente isolati».
In che senso?
«Nel senso che continua a hackerare i conti bancari e a sottrarre soldi alle grandi istituzioni finanziarie. Quindi, ecco, non sarebbe male che fosse un pochino più isolata! Quello che mi preoccupa un po’ sono invece i movimenti contro la globalizzazione, dove lo spirito iniziale di cooperazione tra nazioni viene rimpiazzato da qualcosa di molto più oscuro. Un approccio tipo “America First” alla lunga danneggerà lo sviluppo economico e tecnologico. E anche la pace: laddove c’è commercio, libero scambio e cooperazione, non ci sono guerre. L’unica guerra in corso oggi nel continente europeo è tra due Stati che, per motivi diversi, non fanno parte dell’Unione Europea».
Insomma, una bocciatura senza appello.
«Credo che ormai due terzi degli americani si siano accorti che quella dei dazi è una misura costosa e insensata. Tutto quello che fanno è deprivare i consumatori di ciò che desiderano. Ora, ad esempio, è diventato proibitivo acquistare le auto elettriche cinesi. Ma chi ci perde? Gente che, come me, ne avrebbe acquistata una».
Ci racconta come andò la telefonata da Stoccolma, quando le annunciarono il Nobel?
«Quel giorno mi sono alzato presto, ignaro che fosse il giorno del Nobel per l’Economia. Sono andato al computer perché il 13 ottobre era il giorno in cui Hamas doveva rilasciare i venti ostaggi israeliani, ma appena l’ho acceso sono stato sommerso di email. Ne arrivava una ogni pochi secondi. Pensai: “Ma… che diavolo?”. Iniziavano tutte con “Congratulazioni!”. “E per cosa?” mi chiedevo io. Poi ho preso il cellulare e ho visto una chiamata persa da un numero con un prefisso strano. Svedese. L’ho richiamato, e in un minuto la mia vita è cambiata».
Economia a parte, è nota la sua passione per la storia. Da che cosa nasce?
«Già a cinque anni leggevo libri di storia che trovavo avvincenti. Ed ero colpito dalla differenza tra questi e i romanzi o i fumetti. Mi dicevo: “Queste cose sono successe davvero, non sono inventate!”. Anche se non sempre, interpretando il passato, si riesce a fare tabula rasa del tempo presente. Un turista in visita al Metropolitan Museum un giorno fece notare a una guida che il ritratto, molto idealizzato, di George Washington fatto dal pittore Gilbert Stuart somigliava solo leggermente al grand’uomo. “Beh” rispose la guida, “forse non è così che Washington appariva allora, ma di certo è così che appare oggi!”. L’importante per gli storici è riconoscere queste contaminazioni ed evitare le analogie fuorvianti tra passato e presente».
Nella mente del Joel Mokyr giovane c’era già qualcosa che potesse far presagire un Nobel?
«Nulla. Ricordo molto bene il mio primo giorno di università alla Hebrew University di Gerusalemme: avevo scelto Storia ed Economia, andai a una lezione sull’Inghilterra medievale, con un professore molto giovane. Subito dopo la lezione, tornai a casa e scrissi una lettera a mia madre – le telefonate costavano troppo per me – dicendo che avevo deciso cosa fare nella vita: il professore universitario. Ora, ovviamente il 99,99 per cento dei professori non vincerà mai il Nobel: è così un po’ per definizione, giusto? E quindi io non ci ho mai sperato».
A proposito di speranza. Il suo lavoro spiega perché, grazie alla crescita sostenuta, la nostra vita sia migliorata negli ultimi due secoli. Ma “crescita sostenuta” sembra l’esatto contrario della “crescita sostenibile”. Che cosa pensa della “decrescita felice”?
«Non possiamo permettercela. Questa crisi climatica è la più grande che l’umanità abbia mai affrontato, e qualsiasi sia la soluzione, sarà costosa. Dove troveremo le risorse? Beh, nella crescita economica. Solo che non serviranno genericamente “più cose”, ma “più cose giuste”. Non Suv o grandi aeroplani, ma dighe per proteggere le città costiere dall’innalzamento del mare, condizionatori più efficienti, più sistemi per eliminare l’anidride carbonica dall’atmosfera, più eolico, fotovoltaico e nucleare. Tutte cose che costano. E poi bisogna finanziare la ricerca sulle tecnologie sostenibili, riqualificare i lavoratori nei settori “verdi” e così via. Per tutto ciò sarà necessaria più crescita, non meno crescita. E non sono soltanto io a pensarla così, ma il 95 per cento degli economisti».
L’Intelligenza artificiale, per lei, sarà di aiuto in questo percorso?
«Io trovo che sia utilissima per chi si occupa di ricerca e innovazione: fa risparmiare un mucchio di tempo, così si possono pubblicare più studi e, nella media, studi migliori. Credo che l’idea che l’Ia ci rimpiazzerà tutti e ci porterà a un mondo guidato dai robot sia fantascienza. Invece, aumenterà il nostro controllo sui fenomeni naturali: che si tratti di combattere il cancro, l’Alzheimer o il cambiamento climatico, quello che ci serve è il massimo della ricerca, e l’Intelligenza artificiale in questo è preziosa. Vede, uno dei grandi problemi dell’innovazione è l’accesso alle informazioni. Nel mondo può esistere l’informazione che mi serve per creare qualcosa, ma devo trovarla, capirla, interpretarla e farmela spiegare se è troppo distante dal mio campo. L’Ia può fare tutto questo: può potenziare l’interscambio virtuoso tra scienza e tecnologia».