Raffaele Giuliani: da TikTok vi sorpasso a sinistra
di Michele GravinoLa sinistra riparte da @raffagiulians? Ventiquattro anni ancora da compiere, figlio unico di una famiglia medioborghese di Terni, studente all’ultimo anno del corso di laurea magistrale in Psicologia clinica dell’università Lumsa di Roma, Raffaele Giuliani è probabilmente uno dei commentatori politici più ascoltati d’Italia. Lo è di sicuro per quella crescente fascia di pubblico – Generazione Z, ma non solo – che le notizie dal mondo le segue dai social più che dalla tv o dai giornali. Praticamente ogni pomeriggio Giuliani posta sui suoi profili un video su un fatto del giorno, che sia l’attacco americano all’Iran o la vittoria di Sal Da Vinci a Sanremo, il referendum sulla giustizia (vota No) o i decreti sicurezza del governo Meloni. Punto di vista, o Pov come si dice sui social: orgogliosa rivendicazione di antifascismo, attenzione ai diritti sociali e di genere, opposizione serrata alle politiche di Meloni, Trump, Netanyahu. «Mi rimproverano di avere astio contro la destra, ma la m…
La sinistra riparte da @raffagiulians? Ventiquattro anni ancora da compiere, figlio unico di una famiglia medioborghese di Terni, studente all’ultimo anno del corso di laurea magistrale in Psicologia clinica dell’università Lumsa di Roma, Raffaele Giuliani è probabilmente uno dei commentatori politici più ascoltati d’Italia. Lo è di sicuro per quella crescente fascia di pubblico – Generazione Z, ma non solo – che le notizie dal mondo le segue dai social più che dalla tv o dai giornali. Praticamente ogni pomeriggio Giuliani posta sui suoi profili un video su un fatto del giorno, che sia l’attacco americano all’Iran o la vittoria di Sal Da Vinci a Sanremo, il referendum sulla giustizia (vota No) o i decreti sicurezza del governo Meloni. Punto di vista, o Pov come si dice sui social: orgogliosa rivendicazione di antifascismo, attenzione ai diritti sociali e di genere, opposizione serrata alle politiche di Meloni, Trump, Netanyahu. «Mi rimproverano di avere astio contro la destra, ma la mia è una posizione filosofica, esistenziale: stare dalla parte degli oppressi contro gli oppressori», taglia corto lui.
Quello che colpisce, nell’era dello scrolling infinito e della soglia dell’attenzione minima – otto secondi, dicono autorevoli studi – è il formato: nei suoi reel Giuliani parla quasi sempre per sette-otto minuti di seguito. A parte qualche titolo di giornale o qualche breve immagine a stacco, l’inquadratura è fissa sulla sua faccia da bravo ragazzo (“maschio performativo” secondo qualche antipatizzante), con gli occhialoni tondi e i tatuaggi che spuntano dalla maglietta. Il tono è concitato e incalzante, con qualche invenzione lessicale polemica («i destropitechi», «gli americanoidi») ma in genere i fatti sono esposti con chiarezza e le argomentazioni sono articolate, quasi professorali («spieghiamolo punto per punto», «su questo ci torniamo dopo»). Il tasso di faziosità non è certo superiore a quello di un ospite medio di talk show. E i risultati sono sorprendenti: mentre scriviamo Giuliani ha poco meno di 600 mila follower su TikTok e più di 170 mila su Instagram («ma lì ho cominciato sul serio solo l’estate scorsa»). Ogni suo video fa centinaia di migliaia di visualizzazioni e decine di commenti, parecchi dei quali adoranti («sei bello come il comunismo»). E mentre parliamo seduti a un chiosco sotto la sua casa da fuorisede, un ragazzo gli si avvicina per dargli il cinque: «Oh, Raffaele Giuliani, grande!»
Allora, qual è il segreto del tuo successo? «Ma guarda, mi piacerebbe dire che è solo meritocrazia ma serve anche tanta fortuna. Non ho mai fatto corsi, non sono stato arruolato in una factory per influencer: ho cominciato da piccolo su YouTube parlando di videogiochi. Quando è uscito TikTok mi ci sono fiondato: all’inizio mi divertivo, facevo meme cazzari come tutti. Poi all’università mi è venuta voglia di esprimere quello che stavo studiando, e ho cominciato con brevi video a tema psicologico. La passione per la politica – che poi è anche psicologia sociale, no? – mi è nata nell’ultimo paio d’anni. Credo di aver intercettato una brama di informazione lunga, di approfondimento, che resiste all’ansia da scroll e da clickbait e alla disabitudine alla lettura che purtroppo colpisce tutti, anche me. Poi forse mi aiuta la giovane età: uno di vent’anni che parla di certe cose incuriosisce più di un cinquantenne. E l’impegno che ci metto si vede».
Ecco, come prepari i tuoi video? «Già a mezzanotte leggo i giornali del giorno dopo. Prendo appunti, faccio qualche ricerca, a volte chiedo informazioni a degli esperti con cui sono in contatto, di solito giovani ricercatori universitari, qualcuno l’ho anche intervistato in video. Poi nel pomeriggio registro, possibilmente tutto di seguito perché non mi piacciono i tagli, e verso le 17 posto il reel».
Com’è composto il tuo pubblico? «Su TikTok la maggioranza è più giovane di me, diciamo tra i 18 e i 20 anni. I miei coetanei si dividono tra TikTok e Instagram, dove compare anche gente più grande, fino ai 50 e oltre. Quelli li riconosco perché commentano con gli emoji, noi non li usiamo».
Ma monetizzi, hai qualche ritorno economico? «Finora praticamente nulla, su TikTok ci si può abbonare al mio profilo ma non lo pubblicizzo, comincio a partecipare a iniziative dal vivo ma nulla più di qualche rimborso spese. Ma non è che voglio sfondare come opinionista o influencer. Il mio sogno è fare il politico, io voglio vivere di politica».
Un’affermazione coraggiosa di questi tempi... «Lo so che per tanti il politico è un ladro o un furbo, ma io ci credo. Anche statisticamente ci sarà posto per qualche persona onesta, no? Ma prima devo studiare, sto per iscrivermi a Scienze politiche perché mi sembra la quota minima di preparazione tecnica necessaria per fare questo mestiere».
E come lo vedi il passaggio? Ti presenterai a un partito – e quale? – e gli porterai in dono i tuoi follower? «Ma no, penso che bisogna partire dal basso, voglio impegnarmi nella politica della mia città. Quanto ai partiti, la situazione della sinistra è un po’ buia, ma ci sono giovani che stimo nel Pd come in Avs e anche tra i Cinquestelle».
E però anche da sinistra ricevi critiche, come quando sei andato ad Atreju a intervistare i giovani meloniani… «Lì ho fatto un errore, credevo di poterli convincere con il ragionamento a cambiare le loro posizioni, per esempio sull’aborto. Ma era un’illusione. Ora penso che dobbiamo prima di tutto dibattere tra compagni e trovare proposte concrete. Come una legge che imponga la presenza in ogni ospedale di una quota minima di medici che l’aborto lo praticano. Continuando a discutere e a litigare con i destri facciamo solo intrattenimento».
Sul Venerdì del 20 marzo 2026