Processo a Ultima Generazione
di Stefania ParmeggianiSi era seduto sull’asfalto e aveva bloccato la via Aurelia, a Roma. Era stato insultato dagli automobilisti, accerchiato dalla polizia, portato via di peso e accusato di interruzione di pubblico servizio. Quattro anni e quattro mesi dopo, è stato assolto perché «il fatto non sussiste».
Davide, 26 anni, è un attivista del clima trascinato in una lunga battaglia legale per avere partecipato a un blocco del traffico a Roma il 7 dicembre 2021. Era una delle prime azioni di Ultima Generazione, compiuta, come le altre che seguiranno, tra lo sconcerto dei più. Oggi è ancora in prima linea: «Possiamo fare molto più di così e dobbiamo! La crisi climatica avanza e il nostro futuro si sgretola, le speranze per una vita in un ambiente sano e in equilibrio si fanno sempre più vane».
La dichiarazione, diffusa sui canali del movimento poche ore dopo l’assoluzione, sua e degli altri manifestanti, fa parte di una nuova stagione di lotta: dalle strade ai tribunali. Perché gli attivisti che dal 2021 han…
Si era seduto sull’asfalto e aveva bloccato la via Aurelia, a Roma. Era stato insultato dagli automobilisti, accerchiato dalla polizia, portato via di peso e accusato di interruzione di pubblico servizio. Quattro anni e quattro mesi dopo, è stato assolto perché «il fatto non sussiste».
Davide, 26 anni, è un attivista del clima trascinato in una lunga battaglia legale per avere partecipato a un blocco del traffico a Roma il 7 dicembre 2021. Era una delle prime azioni di Ultima Generazione, compiuta, come le altre che seguiranno, tra lo sconcerto dei più. Oggi è ancora in prima linea: «Possiamo fare molto più di così e dobbiamo! La crisi climatica avanza e il nostro futuro si sgretola, le speranze per una vita in un ambiente sano e in equilibrio si fanno sempre più vane».
La dichiarazione, diffusa sui canali del movimento poche ore dopo l’assoluzione, sua e degli altri manifestanti, fa parte di una nuova stagione di lotta: dalle strade ai tribunali. Perché gli attivisti che dal 2021 hanno fatto notizia con i blocchi del traffico, le secchiate di vernice idrosolubile sui palazzi del potere, il carbone vegetale nelle fontane e i blitz nei musei, si trovano ad affrontare una montagna di guai giudiziari: denunce, sanzioni, fogli di via, querele per diffamazione e procedimenti legali. Solo nel 2025: quasi 200 persone imputate, 224 udienze, 108 procedimenti aperti, trentadue avvocati.
Erano preparati. Quando Ultima Generazione è nata, abbiamo partecipato a un incontro online di reclutamento. Michele Giuli, un attivista che al tempo aveva 26 anni e che oggi è sotto processo per avere criticato Eni, diceva senza mezzi termini: «Vi chiediamo di fare disobbedienza civile e di essere disposti a farvi arrestare o denunciare». Chi accettava, veniva indirizzato ai seminari di formazione legale. Una palestra per limitare le conseguenze legali della disobbedienza civile.
Fino a oggi per 63 volte, tra assoluzioni piene, non luogo a procedere e tenuità del fatto, Ultima Generazione ha dimostrato «che la protesta non è un crimine». Ma, per meglio dire, non lo era. Perché mentre il movimento moltiplicava le azioni, il governo Meloni approvava nuove norme per colpire gli attivisti, non solo climatici.
Prima il “decreto ecovandali”, che a gennaio 2024 ha modificato alcuni articoli del Codice penale e ha inasprito le pene, fino a cinque anni di detenzione e sessantamila euro di sanzione per chi distrugge, disperde, deteriora o rende in tutto o in parte inservibili o non fruibili beni culturali o paesaggistici. Poi il decreto sicurezza 2025, che ha introdotto 14 nuovi reati. Tra questi, il blocco stradale: commesso da più persone, anche con l’utilizzo dei soli corpi, prevede fino a due anni di carcere.
Senza più finanziamenti
Risultato? Secondo Civicus, un’organizzazione internazionale da anni impegnata nel monitoraggio dello stato di salute della democrazia nel mondo, lo spazio civico dell’Italia è ormai obstructed, ovvero ostruito. Come in altri Paesi europei (tra cui la Germania, dove la procura di Monaco ha accusato le co-fondatrici di Letze Generation di avere formato un’organizzazione criminale), la repressione ha ridotto lo spazio per l’attivismo radicale. E la perdita di finanziamenti ha peggiorato il quadro: da più di un anno nelle casse del movimento sono venuti meno i soldi del Climate Emergency Fund, la non profit statunitense che sosteneva i gruppi europei del network A22 e che nell’estate 2024 ha deciso di concentrare gli sforzi in Nord America.
Oggi gli ecoattivisti italiani possono contare solo sulle donazioni dei simpatizzanti. Non si sono fermati, ma hanno cambiato strategia: non più blocchi stradali o blitz nei musei, bensì scioperi della fame, marce lente, flash mob, assemblee popolari, campagne di boicottaggio. L’obiettivo è tutelarsi, ma anche coinvolgere un numero più ampio di cittadini. Da ottobre Ultima Generazione invita a disertare i supermercati per colpire i profitti di chi è responsabile del cambiamento climatico, «la lobby del fossile e l’agribusiness», ma anche per boicottare i prodotti israeliani e fare pressione sul governo affinché fermi gli investimenti militari e riconosca il genocidio dei palestinesi. Nel frattempo, continua con i picchetti di solidarietà fuori dai tribunali.
Paola Bevere, penalista romana che da tempo segue gli ecoattivisti, parla di «accuse sproporzionate rispetto ai fatti realmente accaduti». E ci spiega come, nella maggioranza dei casi, queste decadono. «Per i vecchi blocchi stradali i tribunali tendono ad assolvere gli imputati perché il fatto non sussiste o perché non era previsto dalla legge come reato». Prima del decreto sicurezza, fermare il traffico con l’utilizzo dei soli corpi era un illecito amministrativo e così agli attivisti veniva contestata l’interruzione di pubblico servizio. «Ma questa non si è mai verificata perché i blocchi sono sempre stati brevi e non hanno mai impedito il passaggio delle ambulanze o fermato il trasporto pubblico».
Quando il decreto sicurezza è diventato legge, Ultima Generazione aveva già archiviato i blocchi stradali. I pro-Pal, invece, sono andati avanti e in queste settimane stanno arrivando centinaia di verbali e denunce per chi, lo scorso autunno, si è mobilitato per Gaza. «Alcuni ecoattivisti hanno sì partecipato ai cortei e ai sit-in per la Palestina, ma individualmente. Come movimento hanno scelto altre forme di disobbedienza civile», spiega Bevere.
Tutti hanno continuato a ricevere fogli di via, così come i colleghi di Extinction Rebellion. Ci sono attivisti a cui è impedito l’accesso a una decina di città, tra cui Roma, la principale piazza delle proteste. Chi non rispetta l’obbligo si ritrova sulle spalle un nuovo illecito penale, «ma poi il giudice penale ritiene i provvedimenti del questore illegittimi per carenza di motivazione: dovrebbero essere comminati solo a chi è pericoloso socialmente perché dedito alla commissione di reati. Abbiamo collezionato decine di sentenze favorevoli e anche una pronuncia della Corte di Cassazione».
Dalla Primavera al Laocoonte
E i blitz nei musei? «Dipende…». Paola Bevere cita casi eclatanti dove gli attivisti non sono andati a processo. È successo a Firenze: le persone che il 22 luglio 2022 si erano incollate al vetro protettivo della Primavera di Botticelli sono state prosciolte da tutte le accuse: non fu manifestazione senza preavviso, perché non si tenne in un luogo pubblico ma in un posto aperto al pubblico, non ci fu interruzione di pubblico servizio e neppure resistenza a pubblico ufficiale. Quanto alla colla sulla teca, «non costituiva un fatto penalmente rilevante per mancanza di offensività». Anche chi nel 2023 aveva lanciato vernice arancione lavabile contro Love, lo scultoreo dito medio di Maurizio Cattelan in piazza Affari a Milano, è stato prosciolto.
Dopo la legge contro gli eco-vandali le cose sono cambiate. Prima applicazione, ventimila euro all’attivista che aveva attaccato con del nastro adesivo di carta la foto dell’alluvione di Campi Bisenzio sul vetro di protezione della Venere di Botticelli, ancora una volta agli Uffizi. Peggio ancora è andata agli attivisti che nel 2022 si erano incollati al basamento del Laocoonte dei Musei Vaticani. Condannati a nove mesi con pena sospesa e al risarcimento di 28 mila euro, attendono il ricorso alla Corte di Cassazione del Vaticano. Anche Amnesty International ha partecipato al sit-in di solidarietà con gli striscioni della campagna “Proteggo la protesta” contro la criminalizzazione di chi manifesta pacificamente.
Criminalizzazione è una parola che usa anche Bevere. Lo fa parlando dei cinque attivisti che a Padova sono stati accusati di associazione a delinquere per avere partecipato ai blocchi del traffico e a un blitz nella Cappella degli Scrovegni: «In aula l’imputazione è caduta, ma è già grave che sia stata formulata». E lo ripete parlando delle sanzioni pecuniarie fino a diecimila euro introdotte per le manifestazioni non preavvisate: «La depenalizzazione dell’articolo 18 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza sembrava una buona notizia. Invece, è un peggioramento. Il penale ha delle maggiori garanzie difensive, mentre nel procedimento amministrativo queste sono ridotte e le modalità di impugnazione gravose economicamente».
Per ora, la decisione collettiva è quella di non pagare e capire se oltre al verbale arriverà anche l’ordinanza di ingiunzione, con la possibilità di ricorrere al giudice di pace. Poi c’è il nuovo strumento del fermo preventivo. «Formalizza una pratica già usata in modo irrituale», spiega Bevere. «Ora si può trattenere una persona sulla base di un sospetto, anche solo per la sua appartenenza a un movimento. È un mezzo di repressione preoccupante».
Quando non è in aula a difendere gli attivisti, Bevere partecipa alla formazione pubblica: «Io e i miei colleghi facciamo seminari su come manifestare senza ledere i diritti propri e altrui. Difendere lo spazio democratico della protesta è fondamentale. Gli ecoattivisti non sono criminali, ma cittadini che esercitano il diritto costituzionale di manifestazione del pensiero».
Sul Venerdì del 20 marzo 2026