Elisabetta II, la regina delle influencer
di Eva GrippaIl centenario della nascita di Elisabetta II si avvicina (21 aprile) e la royal family resta intenzionata a celebrarlo, benché non abbia mai registrato un gradimento tanto basso. Anzi, forse proprio per questo. Lo farà con una retrospettiva – la più grande di sempre – dedicata al suo inconfondibile stile, elemento che più ha contribuito a definirne l’identità visiva, consegnando The Queen al mito ben prima della morte. È infatti innegabile che la sua sagoma con cappellino e cappotto in colour match sia facilmente riconoscibile perfino da un bambino, eppure chi l’ha conosciuta davvero sa che a Elisabetta della moda non è mai importato granché.
Iniziò a orientare gli acquisti già alla tenera età di un anno, quando il suo primo ritratto pubblico, scattato da Marcus Adams…
Il centenario della nascita di Elisabetta II si avvicina (21 aprile) e la royal family resta intenzionata a celebrarlo, benché non abbia mai registrato un gradimento tanto basso. Anzi, forse proprio per questo. Lo farà con una retrospettiva – la più grande di sempre – dedicata al suo inconfondibile stile, elemento che più ha contribuito a definirne l’identità visiva, consegnando The Queen al mito ben prima della morte. È infatti innegabile che la sua sagoma con cappellino e cappotto in colour match sia facilmente riconoscibile perfino da un bambino, eppure chi l’ha conosciuta davvero sa che a Elisabetta della moda non è mai importato granché.
Elisabetta II: una lettera scritta da bambina, messa oggi all’asta, svela un suo talento sconosciuto
Iniziò a orientare gli acquisti già alla tenera età di un anno, quando il suo primo ritratto pubblico, scattato da Marcus Adams e pubblicato sulla copertina di Vogue, scatenò tra le madri dell’alta società una caccia all’abitino simile al suo: «La principessa Lilibet ha dato il via alla moda del giallo per le bambine», raccontava allora un commesso di Selfridges. Eppure, crescendo fu ben felice di lasciare il ruolo di fashion influencer a sua sorella, la principessa Margaret, “nata per brillare” secondo la nanny Crawfie; quella che piantava un capriccio infinito quando alla primogenita veniva concesso un timido strascico e a lei no, e che si indignava se i giornalisti la notavano indossare un cappellino dismesso da lei. Quella che presto imparò ad abbinare i look ai suoi occhi blu maliardi, fino a condurre con discreta sfacciataggine una rivoluzione a suon di scollature a Palazzo, all’insegna del New Look.
Un po’ per sincero disinteresse nei confronti della materia, un po’ per affetto verso la sorella, Elisabetta lasciò sempre che la moda restasse appannaggio di Margaret, condannando se stessa al dovere di vestire in modo appropriato e britannico. Ma fu pronta a farne uno strumento politico quando, prematuramente, la corona venne posta sul suo capo: aveva solo 25 anni e circa 37 milioni di sudditi da convincere di essere all’altezza del ruolo. La sua grandezza sta nell’aver scelto di andare lì dove nessuna regina si era spinta, usando abiti e gioielli non come orpelli, né più come manifestazione simbolica del potere, ma come mezzi per comunicare quello che a voce non le era consentito dire. È un riconoscimento di merito che non ha a che fare con il gusto, ma con la politica.
Con diplomazia
Per Elisabetta, uscire da Buckingham Palace con indosso l’abito “giusto” – non in fatto di tagli o di stile, bensì di corrispondenza rispetto al messaggio da veicolare – era una questione professionale. Come scrisse il Guardian, ha dato l’esempio di power dressing migliore di sempre, sviluppando una calligrafia sartoriale intrinseca alla sua identità; un concetto che Queen Elizabeth II: Her Life in Style (dal 10 aprile al 18 ottobre alla King’s Gallery di Buckingham Palace a Londra) illustra in maniera pratica, nel dispiegare un tesoro di 200 pezzi rubati al suo guardaroba personale, di cui 100 mai esposti prima.
Tra di essi, molti abiti rappresentativi dell’uso diplomatico della moda, usati in occasione di banchetti di Stato o visite ufficiali, come quelli messi in valigia per il viaggio del 1961 a Karachi: uno di Norman Hartnell, omaggio ai colori nazionali del Pakistan nella spettacolare plissettatura verde smeraldo che scende a cascata lungo la schiena, l’altro sleeveless e con corpetto aderente ricamato, cucito da Sir Hardy Amies così come Sua Maestà lo aveva disegnato, rispettando il suo desiderio di usare raso giallo perché quel colore rappresentava la salute e la prosperità in Pakistan.
La Rainbow Queen aveva infatti un’incredibile capacità di attingere al simbolismo per comporre i suoi outfit ed era personalmente coinvolta nel loro disegno: schizzi, campioni di tessuto e lettere scritte a mano ai suoi sarti o alla personal dresser, Angela Kelly, sono in mostra a testimoniarlo, assieme al registro di ogni apparizione pubblica dei capi, necessario per evitare di indossarli due volte nella stessa occasione o in presenza della stessa persona.
Tra i pezzi più curiosi, l’impermeabile in plastica trasparente precursore dei famosi ombrelli in pvc che la regina avrebbe utilizzato durante gli impegni ufficiali per restare sempre visibile al pubblico, anche in caso di condizioni meteorologiche avverse. Lo disegnò Hardy Amies negli anni 60, il visionario che da lì a poco Stanley Kubrick avrebbe chiamato per i costumi di 2001: Odissea nello spazio.
A capo coperto
Poi, ci sono i cappellini – Sua Maestà era convinta che la facessero “sembrare una pecora” ma si adattava a indossarli come parte dell’uniforme – e infine i capi che raccontano l’Elisabetta oltre la regina: gonne tartan custodite nel guardaroba di Balmoral e un carosello colorato di foulard Hermès, unico vezzo di stile si sia mai concessa.
Il viaggio è lungo come lo è stata la sua vita – 96 anni, 73 di regno – quindi i suoi capi ripercorrono e rispecchiano decenni di storia britannica, perché lo stile di Elisabetta è rimasto sempre uguale a se stesso, ma non ha mancato di aggiornarsi con i tempi, accorciando per esempio gli orli (seppur con moderazione) quando la rivoluzionaria Mary Quant portò le minigonne per le strade di Londra. «Nel corso del regno della Regina Elisabetta II, il suo stile distintivo è diventato immediatamente riconoscibile in tutto il mondo, rafforzando l’industria della moda britannica e influenzando generazioni di stilisti e couturier», spiega Caroline de Guitaut, curatrice della mostra e Sovrintendente delle opere d’arte del Re, cui si deve il merito di aver attribuito il giusto valore a quanti abbiano lavorato dietro le quinte, o meglio dietro le ante del guardaroba reale, come Christopher Kane, Erdem Moralıoğlu, o Richard Quinn, primo a ricevere il Queen Elizabeth II Award for British Design e l’unico a poter vantare di aver avuto la Regina seduta nel front row della sua sfilata.
Ogni capo è presentato al visitatore con un biglietto da visita: così si scopre per esempio che la proposta primavera/estate 2018 di Erdem attingeva all’amore della giovane Elisabetta per il jazz dell’Harlem Renaissance, o che la primavera/estate 2011 di Kane ne evocava l’immagine attraverso maglioni argyle drappeggiati sulle spalle. Testimonianze di un’influenza che Sua Maestà ha continuato a esercitare sulla moda fin da nonagenaria, ispirando i look di sfilata di Alessandro Michele per Gucci e Riccardo Tisci per Burberry.
Maestria artigianale
«Grazie all’archivio di moda della defunta Regina affidato alla cura del Royal Collection Trust possiamo raccontare la storia di una vita di scelte stilistiche ponderate. Il valore del soft power dietro i suoi abiti, l’eccezionale maestria artigianale dietro ogni capo. Nell’anno in cui avrebbe compiuto 100 anni, questa mostra celebrerà lo stile britannico unico della Regina Elisabetta e la sua duratura eredità in fatto di moda», continua Caroline de Guitaut.
E a fine visita, ognuno potrà perfino portarsi a casa un pezzo di Elisabeth: con tazze, strofinacci e scatole in latta della speciale serie della Royal Collection dedicata, o con il volume Queen Elizabeth II: Fashion and Style, con un contributo di Anna Wintour e un saggio di Amy de la Haye, docente di storia dell’abbigliamento e curatela al London College of Fashion.