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Cirino Pomicino, una vita da democristiano e una regola: “Non odiare è la chiave della felicità"

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Paolo Cirino Pomicino, ex ministro e leader Dc della prima repubblica, è morto oggi all’età di 86 anni. Ripubblichiamo l’ampia intervista rilasciata al Venerdì nel 2020, per i suoi 80 anni
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Ripubblichiamo l’intervista pubblicata sul Venerdì il 14 agosto 2020 all’ex ministro Paolo Cirino Pomicino, morto oggi a 86 anni.


Paolo Cirino Pomicino, 80 anni da democristiano, si alza di continuo con scatto attoriale, in cerca di un vecchio articolo o dell'ispirazione giusta per la risposta più tornita. Era 'o ministro nei ruggenti anni Ottanta. Il "padrone di Napoli", insieme a Giulio Di Donato e Francesco De Lorenzo.

Che fine ha fatto?

"Da quando ho smesso di fare politica ho cominciato finalmente a lavorare per la mia famiglia. Svolgo consulenze per aziende e amici. Sa, né io, né le mie due figlie, né la loro madre abbiamo una casa di proprietà, neanche a nostra insaputa".

Vuol dirci che non si è arricchito con la politica?

"Peggio, molto peggio. Ma la politica è stata il mio grande amore e va bene così. Alcuni in odio a me hanno purtroppo colpito le mie figlie. Ilaria, regista, per dieci anni aiuto di Lina Wertmüller, non ha più lavorato in Rai dopo due grandi successi sulla p…

Ripubblichiamo l’intervista pubblicata sul Venerdì il 14 agosto 2020 all’ex ministro Paolo Cirino Pomicino, morto oggi a 86 anni.


Paolo Cirino Pomicino, 80 anni da democristiano, si alza di continuo con scatto attoriale, in cerca di un vecchio articolo o dell'ispirazione giusta per la risposta più tornita. Era 'o ministro nei ruggenti anni Ottanta. Il "padrone di Napoli", insieme a Giulio Di Donato e Francesco De Lorenzo.

Che fine ha fatto?

"Da quando ho smesso di fare politica ho cominciato finalmente a lavorare per la mia famiglia. Svolgo consulenze per aziende e amici. Sa, né io, né le mie due figlie, né la loro madre abbiamo una casa di proprietà, neanche a nostra insaputa".

Vuol dirci che non si è arricchito con la politica?

"Peggio, molto peggio. Ma la politica è stata il mio grande amore e va bene così. Alcuni in odio a me hanno purtroppo colpito le mie figlie. Ilaria, regista, per dieci anni aiuto di Lina Wertmüller, non ha più lavorato in Rai dopo due grandi successi sulla prima rete per il veto della figlia di Nino Andreatta, mio storico avversario nella Dc".

I politici di oggi le sembrano più onesti?

"Noi eravamo onestissimi".

A dispetto delle sentenze di Tangentopoli?

"I contributi che avevamo li spendevamo interamente per finanziare la politica democratica. Senza partiti forti il mondo lo governa la grande finanza, o altri poteri impropri tra loro intrecciati e che non si lasciano mai votare".

Quanti processi ha subito?

"Quarantadue".

E quante condanne?"

Una, a un anno e otto mesi, per finanziamento illecito, per i cinque miliardi della famiglia Ferruzzi dati alla mia corrente nella vicenda Enimont. Più un patteggiamento di due mesi per un cumulo di accuse surreali".

In che senso?

"Nel 2003 andai con Giulio Andreotti a Milano, al decennale della morte di Guido Carli. Venni fermato da un signore: 'Si ricorda di me? Le devo chiedere scusa, sono Roberto Araldi, il vicepresidente della Padania Assicurazioni. Se non avessi detto ad Antonio Di Pietro di averle dato 400 milioni di lire, lui non mi avrebbe mai scarcerato'. Queste le accuse che ho patteggiato".

Cosa ricorda dei 18 giorni trascorsi a Poggioreale?

"Lessi Le mie prigioni di Silvio Pellico e la biografia di Sandro Pertini. Feci in silenzio lo sciopero della fame. Mi scarcerarono che pesavo diciotto chili in meno: uscii che ero un fico".

E come finì il processo?

"Tredici anni dopo fui assolto in udienza preliminare per un'accusa e per un'altra scattò la prescrizione, senza che l'avessi mai richiesta".

Le pesa non essere più 'o ministro?

"No. Il potere vero non è legato alla funzione, che è temporanea, ma alla autorevolezza propria. Ho cercato di spiegarlo tante volte all'amico De Mita, ma non l'ho mai convinto".

La politica cosa le ha dato?

"Mi ha tolto la balbuzie emotiva di cui soffrivo da ragazzo. Il primo comizio, al Cardarelli, per la paura lo feci tutto a occhi chiusi".

Lei era ministro del Bilancio quando esplose il debito pubblico.

"È vero l'esatto contrario. Nel 1991 il debito pubblico era di 839 miliardi, prima della pandemia era schizzato a 2400 miliardi. E nel frattempo ci siamo pure impoveriti. Negli anni Ottanta la crescita era del 2,5 per cento l'anno, in questi due decenni in media è stata meno dell'un per cento".

Come fa a dire che non avete scaricato tutto sulle future generazioni?

"Mario Draghi, quando era governatore di Bankitalia, mi telefonò per dirmi che, secondo uno studio della società degli economisti, il governo Andreotti-Carli-Pomicino-Formica, era stato il primo ad iniziare il risanamento. Infatti, noi avevamo ricevuto un disavanzo di 38 mila miliardi da Giuliano Amato, ministro del Tesoro nel governo De Mita, e consegnammo allo stesso Amato, divenuto premier nel 1992, un avanzo primario di tremila miliardi. Non dimentichi che c'erano il terrorismo e una inflazione a due cifre e non si poteva fare una politica fiscale restrittiva".

All'epoca si parlava di Sportello Pomicino, ricorda?

"Cavolate. Semplicemente accoglievo alcune poste di bilancio richieste dalle opposizioni, a cominciare da quella comunista, senza modificare i saldi. Tuttora credo che quel metodo aiutasse la coesione politica e sociale del Paese".

Come valuta l'attuale classe politica?

"Priva di visione. Siamo l'unico Paese che ha cancellato ogni cultura politica, con partiti personali dai nomi fantasiosi senza passato né esperienza. Risultato: zero elaborazione".

Cos'altro è cambiato rispetto ai suoi tempi?

"Vedo politici senza orizzonti, che inseguono la società invece che guidarla. Il Parlamento è diventato una cosa imbarazzante. Non decide più nulla. E poi mi colpisce il silenzio degli intellettuali. Viviamo un tempo ricco di slogan, e non avvertiamo le profonde distorsioni che avvelenano la vita di tanti, di troppi".

A cosa si riferisce?

"La finanziarizzazione dell'economia ha determinato spaventose diseguaglianze, per cui il 20 per cento degli italiani controlla il 72 per cento della ricchezza e nel mondo 46 persone hanno una ricchezza pari a quella di 3,5 miliardi di persone. Così non potrà continuare".

Che giudizio dà di Giuseppe Conte?

"Nella vicenda europea si è comportato bene, ma ciò non fa di lui uno statista. Spicca per la debolezza altrui".

Che famiglia è stata la sua?

"Borghese. Eravamo sette figli, sei maschi e una femmina. Sono cresciuto a piazza Cavour, la porta del rione Sanità. Un nonno materno era stato primario agli ospedali Incurabili e deputato giolittiano. Mamma era di una religiosità intensa. Quando mio fratello Mariano morì a 33 anni, toccò a me dirglielo. Si girò verso il quadro raffigurante la Madonna di Pompei, e disse angosciata: 'Non ti capisco, ma te lo affido'". (Si commuove).

Anche suo fratello Bruno, l'attore, è morto giovane.

"A 45 anni. Aveva iniziato insieme a Stefano Satta Flores e Mariano Rigillo. La vedova di Bruno ora mi aiuta nel mio lavoro: è la zia del sindaco De Magistris. La mia famiglia è ricca di artisti, e anch'io in fondo ho fatto un'attività para-artistica". (Ride)

Lei si è risposato a 74 anni.

"Si con Lucia Marotta, più giovane di me di ventisei anni. Quando ci rincontrammo io ne avevo 61 e lei 35".

Come andò?"

Eravamo entrambi freschi di separazione. Lucia era amica di mia figlia Ilaria. La incontrai davanti al cinema Barberini. 'Onorevole, come sta? E Ilaria? Da parecchio non la sento'. 'Dammi il tuo numerò dissi 'e ti faccio chiamare'. All'indomani però chiamai io. Impertinente" (Ride).

E come va?

"Da vent'anni siamo felici e sereni".

Quanto era durato il primo matrimonio?

"Trentatré anni. Ma si era consumato da tempo. Ha presente la Guerra dei Roses? Non abbiamo mangiato il gatto solo perché non ce l'avevamo. Avrei dovuto separarmi prima".

E perché non lo fece?

"Mi frenavano il pensiero delle figlie e la mia religione cattolica. Quando l'amore è irrimediabilmente finito, e la convivenza impossibile, non separarsi però è un errore, perché i figli respirano un veleno quotidiano".

Si riconosce nell'immagine del Divo, il film di Paolo Sorrentino?

"No. Mai fatto una festa in vita mia a Roma. A Napoli qualcuna sì, a Capodanno".

Lei è stato molto amico di Berlusconi.

"Amico è una parola grossa. Per alcuni anni ho tentato di dargli qualche consiglio, in genere mai accolto. Con lui condivido però l'obiettivo di arrivare a vivere fino a 120 anni, grazie anche a un trapianto di cuore nel 2007, e uno di rene l'anno scorso".

E come pensa di arrivarci?

"La regola è non avere risentimento alcuno. Come dissi anche Antonio Di Pietro: non odiare è la chiave della felicità".

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