Questa è la poetessa del dubbio. L’unica ad aver vinto due volte il Mercury Prize (uno dei rari riconoscimenti che tiene in considerazione i meriti artistici più di quelli commerciali). PJ Harvey, 56 anni, dieci album in trentacinque anni di carriera (il primo, Dry, è del 1992), è diventata un culto inafferrabile, indefinibile. Hanno provato, con poco successo, a crearle recinti: alternative rock, punk blues, art rock, indie rock, folk rock, avant-rock, feminist punk e persino grunge – etichette che vogliono dire tutto e niente; se realmente riuscissero a coesistere in una sola “cantantessa” equivarrebbe a definirla genio.
Per semplificare, Polly sta a Nick Cave come Joe Cocker a Janis Joplin, Leonard Cohen a Joni Mitchell, Thom Yorke a Björk. La sua produzione, scarsa, è contorta m…
Questa è la poetessa del dubbio. L’unica ad aver vinto due volte il Mercury Prize (uno dei rari riconoscimenti che tiene in considerazione i meriti artistici più di quelli commerciali). PJ Harvey, 56 anni, dieci album in trentacinque anni di carriera (il primo, Dry, è del 1992), è diventata un culto inafferrabile, indefinibile. Hanno provato, con poco successo, a crearle recinti: alternative rock, punk blues, art rock, indie rock, folk rock, avant-rock, feminist punk e persino grunge – etichette che vogliono dire tutto e niente; se realmente riuscissero a coesistere in una sola “cantantessa” equivarrebbe a definirla genio.
Per semplificare, Polly sta a Nick Cave come Joe Cocker a Janis Joplin, Leonard Cohen a Joni Mitchell, Thom Yorke a Björk. La sua produzione, scarsa, è contorta ma, sempre, rilevante («Non mi sento musicista per vocazione, io devo lavorarci»). Quasi mai Polly acchiappa l’ascoltatore per accarezzarlo e blandirlo, il più delle volte per aggredirlo e turbarlo. Chi non si è sentito trascinato per i capelli da To Bring You My Love (1995), la title song del suo terzo album (flusso di coscienza realizzato con l’inseparabile John Parish; già, Polly sta a Parish come Cave a Warren Ellis), arrivata durante la fulminante love story con Nick Cave e appena dopo l’ansiogena performance ai Brit Awards (la ripresa di Satisfaction degli Stones, insieme a Björk).
L’attacco di To Bring You My Love (I was born in the desert…) è micidiale – un inquietante offertorio alle ragioni del cuore; è quando ai concerti le ragazze urlano con lei e la platea ondeggia al ritmo di un mal d’amore. Conferma che per Polly la musica non è un evento naturale, traumatico piuttosto. Cave fuggì rubandole un pezzo d’anima quando in The Boatman’s Call (1997) le cantò Into My Arms, West Country Girl e Black Hair. PS: In attesa delle nuove canzoni (che potrebbero arrivare con molto ritardo) non perdetevi su YouTube i diciassette minuti live di Polly al Tiny Desk Concert del 2023, per l’uscita di I Inside the Old Year Dying, il suo decimo e ultimo album.
Sul Venerdì di Repubblica del 27 marzo 2026