Caravaggio, dieci passi in un mistero
di Melania MazzuccoIntorno alla Dafne di Bernini tumultua una scolaresca di francesi. Ma negli uffici ai piani alti non giunge il chiasso di Villa Borghese (una rissa “caravaggesca” per una foto rubata) né il sommesso brusio dei visitatori, che si aggirano nelle sale storditi da tanta bellezza. Conosco da anni Francesca Cappelletti, dal 2020 direttrice della Galleria Borghese: le sue pubblicazioni – o le sue curatele – sono ormai un appuntamento. Vengo a parlare del suo ultimo libro: Caravaggio. Una vita in dieci quadri, in uscita il 31 marzo nelle Scie di Mondadori. Una biografia del pittore italiano forse più conosciuto e amato nel mondo. Un’altra, si potrebbe obiettare. Una nuova, si può rispondere.
«Il sottotitolo della mia monografia del 2009 era Un ritratto somigliante» spiega l’autrice, «perché la questione dell’autoritratto è centrale per la storia dell’arte e ancor più per Caravaggio. I grandi maestri spessissimo hanno lavorato sulla loro immagine. Rembrandt lo possiamo seguire dalla giovane et…
Intorno alla Dafne di Bernini tumultua una scolaresca di francesi. Ma negli uffici ai piani alti non giunge il chiasso di Villa Borghese (una rissa “caravaggesca” per una foto rubata) né il sommesso brusio dei visitatori, che si aggirano nelle sale storditi da tanta bellezza. Conosco da anni Francesca Cappelletti, dal 2020 direttrice della Galleria Borghese: le sue pubblicazioni – o le sue curatele – sono ormai un appuntamento. Vengo a parlare del suo ultimo libro: Caravaggio. Una vita in dieci quadri, in uscita il 31 marzo nelle Scie di Mondadori. Una biografia del pittore italiano forse più conosciuto e amato nel mondo. Un’altra, si potrebbe obiettare. Una nuova, si può rispondere.
«Il sottotitolo della mia monografia del 2009 era Un ritratto somigliante» spiega l’autrice, «perché la questione dell’autoritratto è centrale per la storia dell’arte e ancor più per Caravaggio. I grandi maestri spessissimo hanno lavorato sulla loro immagine. Rembrandt lo possiamo seguire dalla giovane età fino alla vecchiaia. Anche Artemisia usava sé stessa e adesso si parla di self-fashioning per l’immagine di sé prodotta dalle artiste. Era cruciale per le donne proporsi in una maniera accettabile e attraente per i committenti, ma non si tratta solo di una questione femminile. E l’idea di Caravaggio di presentarsi come Bacchino malato fa riflettere».
È il primo capitolo. Michelangelo Merisi, milanese, formato presso Simone Peterzano, ma già indipendente, è arrivato a Roma “senza ricapito e senza provedimento”. Ha lavorato nelle botteghe di Lorenzo Siciliano e Antiveduto Gramatica, e nello studio del Cavalier d’Arpino. In seguito a un incidente (caduta? rissa?) è stato ricoverato all’Ospedale della Consolazione. Lo ospitano due monsignori, Pucci e Petrignani, di medio livello nella gerarchia della Curia. Ma Michelangelo sa quanto vale, e cosa vuole. «Il Bacchino è il primo autoritratto sicuro che conosciamo di Caravaggio» ricorda Cappelletti. «Con la frutta in primo piano: la natura morta era considerata la sua specialità. Negli autoritratti, gli artisti devono farsi riconoscere da un punto di vista fisionomico, ma anche attraverso il modo di dipingere. Però la cosa più importante è che si presenti come Bacco che spreme l’uva e inventa il vino. Un’allegoria dell’artista – dell’inventio: non è poco per un pittore malandato, ai suoi esordi, prima di incontrare i committenti importanti con cui sarebbe decollata la sua carriera».
Del Caravaggio romano, di cui è specialista, Cappelletti seleziona la Zingara (La buona ventura), Giuditta e Oloferne, la Vocazione e il Martirio di san Matteo della cappella Contarelli. Protetto dal cardinal Del Monte, dal banchiere Costa, da Vincenzo Giustiniani, Caravaggio brucia le tappe. Muta colori e soggetti, e attua la sua rivoluzione. Dipinge dal vero, con modelli reali, inscena le storie bibliche e sacre con un naturalismo scioccante. La sua ascesa è fulminea. «Ho scelto di riflettere su quadri che rappresentano dei nodi, delle svolte» dice la studiosa. «Nella sua vita e nel percorso creativo ci sono alcuni punti oscuri e altri più luminosi. Sembra una metafora, perché nei suoi quadri ha dato la luce sempre in una maniera così irregolare e drammatica».
Violento contrasto
Caravaggio è forse il pittore più studiato di tutti i tempi. Le meritorie e sistematiche indagini d’archivio sono culminate nel catalogo Caravaggio a Roma. Una vita dal vero, nel 2010, per il quarto centenario della morte. Nonostante ciò, violento è il contrasto fra l’esposizione di certi episodi, come l’omicidio di Ranuccio Tomassoni, e il buio tenebroso che avvolge altri periodi della sua vita. Cosa ha dipinto a Milano? Perché l’ha lasciata? Il biografo Mancini allude alla morte di un amico, forse un omicidio. Dov’è andato? «Non è detto che sia venuto a Roma subito dopo la divisione dei beni della madre, nel 1592» ritiene Cappelletti. «Avremmo troppo poche opere per un pittore che doveva lavorare per il mercato e mantenersi. Ma pure comprimere dal 1596-97 gli avvenimenti e le opere, con scarti stilistici così grandi, è complicato. E poi c’è un argomento ex silentio. Che sia stato quattro anni a Roma senza farsi notare è ipotesi difficile da credere. Faceva copie di devozione, “teste”, e ritratti, come quello dell’oste. Questa produzione, pure abbondante e seriale, non l’abbiamo individuata».
«Mi sono chiesta», continua la studiosa, «se scrivere una biografia tradizionale o una nuova monografia aggiornata, che tenesse conto di una bibliografia cresciuta in maniera esponenziale. I cataloghi devono avere le opere certe, le opere attribuite, le opere rifiutate – e in questo momento non mi è possibile esaminarle tutte. Così ho preferito uno sviluppo alternativo. La scelta di soli dieci quadri è stata sofferta: per esempio non c’è uno dei miei preferiti, L’incredulità di san Tommaso. Ma non è mai arbitraria. Ognuno rappresenta un momento della biografia o del percorso stilistico».
Il romanzo della Zingara
Cappelletti ha scritto molto di Caravaggio, e ha curato varie mostre. Questioni e modalità di interpretazione cambiano negli anni, e questo libro è un punto d’arrivo: ma anche una liberazione? «La Zingara», dice, «è un punto di svolta: le fonti la relazionano all’incontro col cardinal Del Monte – è un dato oggettivo. Ma il fatto che rappresenti la lettura della mano, cioè del futuro, è una suggestione romanzesca, che non puoi scrivere nella scheda di un catalogo. Questa formula apre alla libertà di interpretare il personaggio, senza indulgere troppo o illudersi di averne capito il “lato umano” – che rimane abbastanza sconosciuto, anche se, di rado, la sua voce affiora dai documenti. D’altro canto la sua personalità emerge di più nella maniera di affrontare soggetti a volte piuttosto consueti. In alcuni casi Caravaggio si confronta con una lunga tradizione iconografica, che brucia in un secondo. In altri, è nuovo anche il soggetto. Ma bisogna sapere quello che lui poteva conoscere e averlo studiato per trent’anni…».
Questo è un libro per tutti, anche per chi volesse avvicinarsi a Caravaggio per la prima volta? «Assolutamente sì. Il lettore non sarà avvilito da discussioni per specialisti: le datazioni, le discrepanze tra le fonti... Ho cercato di non interrompere il filo del racconto, e concentrare in duecento pagine le questioni principali, e i punti fermi. Le sue opere hanno la capacità di parlare ai contemporanei con una voce fortissima, e di non essere mai dimenticate. È vero che Caravaggio ha avuto sfortuna critica, ma gli artisti lo hanno compreso subito. Karel van Mander dice che a Roma tutti i giovani pittori volevano dipingere come lui. Questa influenza dura nel tempo. L’impatto di Caravaggio è stato immenso».
La Cattura ritrovata
Uno dei dieci quadri scelti è La cattura di Cristo. Nel 2005 la storia del suo ritrovamento è stata narrata nel libro Il Caravaggio perduto di Jonathan Harr. Da dottoranda, Cappelletti ha rinvenuto, con Laura Testa, l’inventario della collezione Mattei a Recanati: «Vedendo il nome Antìci Mattei sull’elenco del telefono di Roma» racconta, «mi sono fatta coraggio e ho chiamato. La persona che mi ha risposto ci ha aiutato. Il quadro era stato venduto in Inghilterra, e sono andata a Londra. Ma gli elenchi del telefono non sono tutti uguali. Ci sono stati momenti di sconforto. Il professor Calvesi diceva: siete arrivate al 1926 e non si trova il quadro? Mettete un annuncio sul Times...».
Per raccontare La cattura di Cristo, l’autrice rompe dunque l’obiettività del racconto. Ma sembra scusarsi della digressione: «Alla mostra del 2025, ha colpito tantissime persone che non sapevano niente di studi caravaggeschi. Per il dispositivo della narrazione, l’espressione dei personaggi, la resa dell’armatura… Doveva essere uno dei dieci quadri. Rappresenta il momento della gloria di Caravaggio, dopo la cappella Contarelli. Ma esitavo. Ho scritto la tesi negli anni 80. Ci davano da leggere il libro di Umberto Eco, che diceva: non bisogna mai scrivere “io” in un saggio scientifico. Fa parte del mio modo di pensare. Nella monografia del 2009 non c’è una parola sulla storia della scoperta. Qui potevo riferirne in modo sintetico. Per far capire che a un certo punto le opere vengono a cercare gli studiosi».
Un caso esemplare per spiegare ai lettori come funziona la ricerca storica. La riga di un documento rintracciato in un archivio forma un filo, che talvolta conduce anche all’opera. La presenza del ricercatore nel racconto avvalora il racconto stesso. Apprendere che fin da studentessa Cappelletti lavora sui documenti di Caravaggio, sulla committenza, sui viaggi dei suoi quadri – complicatissimi, anche per via delle copie – conferisce autorevolezza al discorso. La storia della ricerca insegna la ricerca, e può portare ad altre scoperte. «In un caso la fortuna ti assiste, in altri arrivi vicino, e ti fermi. Succede tante volte. A un certo punto sbatti contro il muro della storia, del silenzio. Altri dipinti di Caravaggio sono svaniti… La prima versione della Crocifissione di san Pietro, pendant della Conversione di san Paolo, ora a palazzo Odescalchi. Vengono venduti insieme. Uno solo torna in Italia, a Genova. L’altro era in Spagna sino alla fine del ’700. Poi forse è bruciato».
La morte di Caravaggio è l’altro punto oscuro. Mentre sappiamo molto del primo soggiorno a Napoli, a Malta, e in Sicilia, misteriosa appare la geografia della sua fine. Le fonti dicono che morì sulla spiaggia, mentre da Palo era diretto a Porto Ercole. Ma la distanza è troppo grande, per un uomo a piedi, sotto il sole. «Anche perché era ferito» osserva Cappelletti. «Quello che potremmo scoprire – ma forse è per te, un romanzo che devi scrivere tu – è l’ombra del nemico che lo insegue. Nell’ultimo periodo la sua fuga diventa sempre più convulsa, e coinvolge anche i mecenati dell’epoca di Roma, ma c’è un antagonismo fra la protezione di cui Caravaggio continua a godere e una forza avversa, molto concreta. Dagli archivi napoletani potrà emergere qualcosa e si potrà forse risalire all’identità di chi lo perseguitava. Nessuno dei Tomassoni. Era in corso la pace con la famiglia: avrebbe portato alla grazia. Forse con questo desiderio ossessivo e quasi accecante di voler tornare a Roma, si è accorciato la vita. Negli ultimi quattro anni fa tutto con quella speranza. Anche tornare a Napoli per imbarcarsi lo mette a rischio, perché all’Osteria del Cerriglio viene aggredito e sfigurato. L’eco arriva fino a Roma: lo danno per quasi morto. E anche dopo rimane l’incertezza. L’episodio di Palo non è chiaro. Comunque perde i quadri. Sembra un’idea romantica, ma è vera. La sua vita era la pittura. Tutto quello che fa lo fa come pittore, vuole tornare a Roma perché lì aveva avuto la gloria, e quindi aver perso i quadri lo angoscia fortemente. Uno specialista come Vincenzo Pacelli si era convinto che ci fosse una congiura contro Caravaggio – non la congiura poetica di morte e natura di cui parla nella celebre poesia Giovan Battista Marino, ma una specie di complotto. E Pacelli era uno storico dell’arte, professore all’università di Napoli...».
Ma chi fosse il regista di questa persecuzione non si è ancora scoperto. Un cavaliere di Malta? «Il biografo Baglione allude a una persona precisa. Forse non lo nomina perché all’epoca tutti sapevano chi fosse. Oppure non lo poteva nominare. Ma dice proprio: il suo nemico».
Caccia ai superstiti
Tra i misteri di Caravaggio ci sono pure i quadri già appartenuti al marchese Giustiniani, arsi a Berlino nel 1945. Perduti per sempre? Penso al paliotto delle figlie monache di Tintoretto. Nascosto dal 1940 in una miniera di sale, si pensava fosse stato distrutto all’ingresso degli alleati. Invece di recente Erasmus Weddigen lo ha ritrovato in un caveau svizzero. «La gente lì accampata ha testimoniato che il deposito che conteneva i Caravaggio non era stato bombardato. L’incendio si è sviluppato dopo. Possibile siano bruciati proprio quei quadri? Altre opere, più piccole, che erano lì, sono state ritrovate».
Chissà se Cappelletti vorrà cercare gli altri Caravaggio dispersi. Le chiedo se resterà il “suo” pittore. «Prima o poi» dice, «la monografia la scriverò. Ma dovrà portare qualcosa di nuovo, dopo un’ulteriore ricerca sulle opere perdute, le opere da attribuire, i buchi neri della biografia. Paradossalmente per Caravaggio abbiamo opere certe senza documenti, o documenti senza opera. Ma ora la Galleria Borghese è il centro della mia esistenza, e ha spodestato anche Caravaggio. Benché lui sia anche qui. Tra le molte ossessioni artistiche, Scipione Borghese aveva quella di Caravaggio».
La lascio alla programmazione della mostra del 2027, Diventare pittrici. L’educazione delle artiste fra Cinque e Seicento. Ma imminente è Le Metamorfosi di Ovidio, che aprirà il 21 giugno. Scendendo la scala a chiocciola, penso al padrone di casa. I Caravaggio della Galleria sono acquisizioni successive. Scipione Borghese comincia a operare nel mercato romano nell’estate del 1605. Come cardinale nipote del papa può comprare e commissionare tutto ciò che vuole. Ma il 26 maggio il pittore più bravo è fuggito. Scipione non si rassegna. Brama le sue opere, e le avrà. Il triangolo artista/collezionista/storica è la calamita di questo libro.
Sul Venerdì del 27 marzo 2026