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Bradley Cooper: “Sul mio primo set ho fatto sbattere la testa a Sarah Jessica Parker”

Bradley Cooper in una scena di È l’ultima battuta? in arrivo in sala il 2 aprile e oggi in anteprima al Bif&st (Photo by Searchlight Pictures/Jason McDonald, Courtesy of Searchlight Pictures.) 

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Nel nuovo film “È l’ultima battuta?” racconta la storia vera di un professionista in crisi con la moglie che si improvvisa comico. Cooper dirige ma recita poco. Come mai? Glielo abbiamo chiesto
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«Senti Brad, sono appena tornato da Amsterdam con una storia pazzesca e vorrei che mi dicessi cosa ne pensi. So che stai finendo Maestro, ma dammi il tuo giudizio». La mattina dopo squilla il telefono di Will Arnett: è Brad, Bradley Cooper, entusiasta, che non solo vuole fare il film, ma vorrebbe anche scriverlo insieme a lui, tanto lo ha colpito. Cooper e Arnett sono amici da 25 anni, da quando Amy Poehler, con Cooper nel film Wet Hot American Summer, gli presentò il suo nuovo fidanzato, Arnett. Nello stesso periodo, in un universo parallelo, John Bishop, rappresentante farmaceutico, depresso per la recente separazione, decide di entrare in un locale di Manchester e per non pagare il biglietto d’ingresso si iscrive alla serata open mic, salendo sul palco per improvvisare e raccontare ciò che stava succedendo in famiglia. Trovando la cosa terapeutica, continua a tornare, finché una sera entra la moglie nel pub. No spoiler. Nel film È l’ultima battuta? – in sala dal 2 aprile – Will Arn…

«Senti Brad, sono appena tornato da Amsterdam con una storia pazzesca e vorrei che mi dicessi cosa ne pensi. So che stai finendo Maestro, ma dammi il tuo giudizio». La mattina dopo squilla il telefono di Will Arnett: è Brad, Bradley Cooper, entusiasta, che non solo vuole fare il film, ma vorrebbe anche scriverlo insieme a lui, tanto lo ha colpito. Cooper e Arnett sono amici da 25 anni, da quando Amy Poehler, con Cooper nel film Wet Hot American Summer, gli presentò il suo nuovo fidanzato, Arnett. Nello stesso periodo, in un universo parallelo, John Bishop, rappresentante farmaceutico, depresso per la recente separazione, decide di entrare in un locale di Manchester e per non pagare il biglietto d’ingresso si iscrive alla serata open mic, salendo sul palco per improvvisare e raccontare ciò che stava succedendo in famiglia. Trovando la cosa terapeutica, continua a tornare, finché una sera entra la moglie nel pub. No spoiler. Nel film È l’ultima battuta? – in sala dal 2 aprile – Will Arnett interpreta Alex Novak, versione romanzata di Bishop, e la narrazione si sposta a New York. Bradley Cooper è il regista e co-sceneggiatore. Nel cast anche Laura Dern e Andra Day.

Cooper, frequentava il mondo della stand-up comedy prima del cinema? «Sì, sono cresciuto guardando Rodney Dangerfield e Richard Pryor, il mio preferito. Quando mi sono trasferito a New York a fine anni 90 per studiare all’Actors Studio Drama School ero un habitué del Comedy Cellar, che è il locale in cui è ambientata gran parte del film. Ci andavo spesso con Dave Chappelle, e con lui magari mi ritrovavo al ristorante The Olive Tree, circondato da comici che provavano le battute. È bellissimo essere vulnerabili davanti a un gruppo di sconosciuti, ma anche terrificante, ti mette a nudo, un’esperienza che ti rende umile».

Avete girato con pubblico vero? «Sì e no, non abbiamo mai girato con un pubblico completamente reale perché bisogna raggiungere la quota di comparse prevista dal Sag, l’organizzazione sindacale di cui fanno parte anche gli attori. Abbiamo cercato di renderlo il più autentico possibile, inserendo quelli che lavorano al Cellar. Come clienti invece abbiamo utilizzato attori che frequentano regolarmente spettacoli di stand-up. A loro non ho dato nessuna indicazione su cosa fare e dire, erano liberi di ridere oppure no, e siccome non faccio molti ciak, la loro reazione è completamente autentica».

Come si è preparato Arnett? «È stato coraggioso. Per fare il comico, ci vuole… fegato. Siamo stati in club come il Village Underground e il Fat Black Pussycat a New York, posti frequentati da molti turisti, dove nessuno sapeva chi fosse, e quando saliva sul palco si presentava come Alex Novak. Spesso andava male e rideva da solo. Ho scelto lui per questo film perché volevo dargli la possibilità di dimostrare l’enormità del suo talento. Mi ricorda un giovane Robert Mitchum».

Come ha lavorato alla sceneggiatura con Arnett e Mark Chappell? «Mi hanno chiesto di riscrivere il rapporto tra Alex Novak e sua moglie Tess. Gli ho detto che se non gli fosse piaciuta potevano farne quello che volevano, anche buttarla. E invece l’hanno apprezzata. Nessuna scena drammatica, nessun procedimento giudiziario, nessuna isteria. Solo due persone con figli che navigano tra i detriti dei loro vent’anni di vita insieme, si vedono come falliti, ma poi si rendono conto che non erano infelici del loro matrimonio, ma nel loro matrimonio, infelici di come erano diventati».

Ha diretto tre film, incentrati tutti su figure artistiche: prima A star is born con Lady Gaga e poi Maestro su Leonard Bernstein. È una scelta consapevole? «Forse dovrei analizzarmi di più, perché non ci avevo mai pensato prima che lei me lo facesse notare. Ma è un’affermazione accurata. Quello che ha di diverso questo film è che riguarda più che altro l’evoluzione del processo creativo, della produttività che ci nutre l’anima. Gli altri due film, invece, erano più sulla persona, sull’artista. Con questo film credo di essere cresciuto, come regista ma anche come uomo».

Smetterà di recitare per dedicarsi solo alla regia? «Adoro recitare, ma nella regia mi trovo più a mio agio, è lì che posso dare il meglio di me dal punto di vista artistico. Non mi sento di prendere decisioni, quello che succede, succede. Non sono mai stato un tipo da piani quinquennali o decennali, non mi piace pianificare le mie scelte artistiche».

Non essendo il protagonista, si è potuto concentrare maggiormente sulla regia? «Negli altri due film non avevo mai toccato la macchina da presa, mentre in questo ho fatto gran parte delle riprese, macchina in spalla. È stata una sfida nuova».

Un ricordo terrificante su un set? «A New York ho fatto 2.000 audizioni. Facevo il portiere in un hotel e intanto ci provavo, senza ansia. Quando ho ottenuto il mio primo lavoro in Sex and the City ero terrorizzato perché mi sono reso conto che ero arrivato a un bivio, avevo la possibilità di diventare davvero attore! Ero Jake, amore passeggero di Sarah Jessica Parker. E dovevo guidare una macchina col cambio manuale… essendo americano, non mi era mai capitato. Così mi hanno mandato a scuola guida, perché avevano paura che frenando bruscamente potessi far sbattere la testa a Sarah. Come è successo puntualmente durante le riprese. (ride) Nonostante le lezioni ho guidato malissimo».

Secondo lei quanto influirà l’Intelligenza artificiale nella realizzazione dei film? «Sarà sempre più presente, sia nella sceneggiatura che negli effetti speciali. Sono sicuro che è già molto più presente di quanto pensiamo. Darren Aronofsky l’ha utilizzata per creare una serie animata sulla Rivoluzione americana. Ovvio che, come tutto, bisogna saperla dosare, ma può essere uno strumento importante. Può aiutare».

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