Dario Bellezza, il più grande dei poeti dimenticati
di Nicola MirenziAll’esordio, con Invettive e licenze, nel 1971, Pier Paolo Pasolini accolse Dario Bellezza nel mondo delle lettere come “il miglior poeta della sua generazione”. La generazione era quella di Patrizia Cavalli, Maurizio Cucchi, Milo De Angelis, Giorgio Manacorda, Renzo Paris, Elio Pecora, Valentino Zeichen, la prima dopo il Sessantotto e le scorribande delle avanguardie, che avevano ripudiato politicamente e ideologicamente la poesia. Lui, invece, no: lirico fino a rischiare il ridicolo, viveva come un poeta nella Parigi dell’Ottocento. Amico di Alberto Moravia ed Enzo Siciliano, prim’ancora di Amelia Rosselli, burrascosi rapporti con Elsa Morante, ammirato da Anna Maria Ortese. Era il più giovane riferimento della società letteraria italiana, allo stesso tempo ultimo esponente di quel mondo alla maturità, e il primo del mondo nuovo che stava venendo. Eppure, oggi, a trent’anni dalla morte, avvenuta sotto il segno nefasto dell’Aids, poco sembra essere rimasto di lui. Chi volesse leggere…
All’esordio, con Invettive e licenze, nel 1971, Pier Paolo Pasolini accolse Dario Bellezza nel mondo delle lettere come “il miglior poeta della sua generazione”. La generazione era quella di Patrizia Cavalli, Maurizio Cucchi, Milo De Angelis, Giorgio Manacorda, Renzo Paris, Elio Pecora, Valentino Zeichen, la prima dopo il Sessantotto e le scorribande delle avanguardie, che avevano ripudiato politicamente e ideologicamente la poesia. Lui, invece, no: lirico fino a rischiare il ridicolo, viveva come un poeta nella Parigi dell’Ottocento. Amico di Alberto Moravia ed Enzo Siciliano, prim’ancora di Amelia Rosselli, burrascosi rapporti con Elsa Morante, ammirato da Anna Maria Ortese. Era il più giovane riferimento della società letteraria italiana, allo stesso tempo ultimo esponente di quel mondo alla maturità, e il primo del mondo nuovo che stava venendo. Eppure, oggi, a trent’anni dalla morte, avvenuta sotto il segno nefasto dell’Aids, poco sembra essere rimasto di lui. Chi volesse leggere i suoi versi, scoprire la sua prosa, farsi un’idea di chi sia stato, ha difficoltà a trovarlo. Fuori catalogo la raccolta Mondadori di Tutte le poesie, curata da Roberto Deidier. Introvabile Morte segreta, premio Viareggio per la poesia, pubblicato da Garzanti. Usato a 154,90 euro Libro d’amore, Guanda. «L’avversario c’è», dicono in libreria. Ma poi si correggono: «Ah, no, è quello di Emmanuel Carrère». Niente da fare nemmeno per Lettere da Sodoma, libro di culto per il mondo omosessuale tra la fine degli anni Ottanta e inizio Novanta, nonostante il gay pride, il movimento Lgbtq+, i gender studies e l’elogio della famiglia queer.
Poche ristampe Le grandi case editrici per le quali Bellezza ha pubblicato in vita non hanno fatto piani: nessuna ristampa, nessuna operazione anniversario. Fa eccezione la piccola casa editrice Rogas che ha pubblicato In morte di Pasolini, uno dei testi migliori scritti sull’assassinio del poeta, ma tirato fuori sintomaticamente a novembre 2025, ricorrenza dei cinquant’anni dall’omicidio, non per l’anniversario della morte di Bellezza. La casa editrice dell’Università Ca’ Foscari pubblica, scaricabile gratuitamente online, il suo esordio, Invettive e licenze. Altre due eccezioni, nel mondo della piccola editoria: per le edizioni Il Simbolo, esce Tra inferni e paradisi di Marco Beltrame, un libro che ricostruisce per la prima volta sia la biografia del poeta sia il suo lavoro teatrale, con un testo inedito, Ordalia della croce. E, per la stessa casa editrice, torna in un’edizione ampliata e definitiva il libro di Maurizio Gregorini, persona vicinissima al poeta negli ultimi mesi della sua malattia: Un incontro.Ma se l’editoria italiana non sa che farsene di Dario Bellezza, cosa dovrebbe farsene, invece, il mondo culturale? Perché bisognerebbe leggerlo, conoscerlo, studiarlo, amarlo, farlo amare, oppure criticarlo o contestarlo? Secondo il critico letterario Matteo Marchesini sono almeno due le ragioni essenziali. «La prima è che ha scritto poesie molto imperfette, ma in alcuni casi notevolmente intense, riuscendo a tratti nel miracolo di ricreare una tradizione che era finita». La seconda è che la sua poesia ha «una valenza storica, simboleggia alla perfezione la condizione di una generazione che prende le mosse in un territorio di rovine poetiche, dove sono caduti tutti i riferimenti del passato». La terza ragione la aggiunge Stefano Bottero, ricercatore e promotore (con Silvia Cucchi) di un convegno su Bellezza che si terrà alla Sapienza di Roma il 10 e l’11 aprile: la sua personalissima poesia, lontana dalla posa del letterato impegnato, «presagisce una tendenza che sarebbe diventata egemone nella letteratura contemporanea: l’idea di partire da sé, raccontare il proprio vissuto, come dicevano le femministe degli anni Settanta». Rimbaud e Pulcinella L’avevano soprannominato il Rimbaud di Monteverde, il quartiere romano dov’era nato, il 5 settembre del 1944, e cresciuto, in una famiglia piccolo borghese, cattolica e comunista, comunque repressiva. Quando la madre scoprì il suo primo romanzo, un testo erotico piuttosto osé, lo strappò via scandalizzata. I suoi lo volevano insegnante, non sapevano come maneggiare l’idea del letterato. Ma lui, la tesi pronta, rinunciò alla laurea perché sapeva che, se avesse insegnato, si sarebbe innamorato dei ragazzi che sarebbero stati suoi studenti, e l’avrebbero di sicuro cacciato, avvolto nella vergogna. Per non avere guai, preferì andarsene di casa. Conobbe Amelia Rosselli tramite Aldo Braibanti e andò a vivere con lei nel suo appartamento. Rimase giusto il tempo che servì a Rosselli per scoprire che Dario la sera pescava marchette a piazza Navona e le portava in casa. Marchette che puntualmente finivano per rubare quello che trovavano, soprattutto libri preziosi che rivendevano dai bancarellari. Ma intanto Bellezza aveva messo piede nella redazione di Nuovi Argomenti. La sua prima prosa, le sue prime poesie. E subito diventa un cocco di Moravia e Siciliano. Mentre Pasolini, che non sapeva come passargli qualche lira senza metterlo in imbarazzo, lo nomina suo segretario. “Ti amo perché vuoi sembrare maledetto e sei perseguitato dall’allegria”. Così gli scrive Barbara Alberti, sua grande amica, in una lettera. I riccioli neri, il foulard al collo, l’aria da bohémien squattrinato. Accanto alla maschera del tenebroso, spuntava spesso in Bellezza anche quella del Pulcinella. Sotto i portici della Stazione Termini si intratteneva a parlare con i ragazzi che facevano le marchette. Poi, quando se ne andava, quelli gli chiedevano “dicce come te chiami” e lui rispondeva tirando in ballo le più alte autorità letterarie: una volta “Cesare Garboli”, un’altra volta “Alberto Bevilacqua”, un’altra volta ancora “Giacomo Debenedetti”. Ma sapeva anche prendere in giro sé stesso. Racconta il suo amico Maurizio Gregorini che saliva sull’autobus affollato e ad alta voce diceva: “Ma che stai leggendo? Dario Bellezza? Ma ora pubblicano pure i froci in Italia?”.
Il teatro dell’io Considerato a lungo un pasoliniano, di Pasolini gli mancava senz’altro lo spirito del poeta civile. “Sono privo di quella corda”, diceva a chi glielo rimproverava, come fosse un vizio, una lacuna, una segreta complicità con la reazione. Frequentava e animava il mondo del sottosuolo culturale, le cantine teatrali romane, come il Beat ’72 – spazi alternativi alla programmazione dei grandi teatri ufficiali – dove, racconta Marco Beltrame, sono andate in scena «tutte le sue opere teatrali». Un teatro spesso in versi, «perché Dario Bellezza era sempre poeta», anche quando scriveva un dramma, oppure interveniva sui giornali. Il paradosso è che si interessava moltissimo di politica. Aveva militato al fianco degli omosessuali del Fuori! e anche del Partito radicale. Ma quando scriveva era interessato principalmente al teatro del suo io. Dal punto di vista strettamente personale, raccontava l’omosessualità. Per la prima volta, non solo come sesso, desiderio, peccato, ma anche come relazione, normalità, amore. Stretto tra la pulsione alla diversità e la spinta all’integrazione. Se un ruolo politico l’ha svolto – e l’ha svolto – è stato senza volerlo, indirettamente. “Io credo che non avrei trovato il coraggio di dire al mondo, di dire a casa, di dire nella sezione del mio partito, della mia omosessualità, senza la lettura delle poesie d’amore di Dario”, dice Nichi Vendola in un intervento pubblicato su Roma Gay News, nel 1997. Era già accaduto l’irreparabile. Bellezza era morto il 31 marzo 1996. E aveva avuto anche il tempo di entrare in scena, nel ruolo dell’appestato, in un dramma pubblico nazionale. Perché l’11 settembre 1995 il nucleo operativo dei carabinieri interviene in un laboratorio di Vitinia, vicino Roma, dove Giuseppe Marineo utilizza una macchina sperimentale, da lui inventata, per limitare i danni fisiologici dell’Aids. L’uomo è denunciato per esercizio abusivo della professione medica, la sua clinica chiusa, ma i media si scaraventano sul nome più noto tra i suoi pazienti, il nome di Dario Bellezza. Sbattuto sulle prime pagine dei giornali, l’Italia intera lo riconosce improvvisamente come malato di una malattia che lui aveva tenacemente nascosto a tutte le persone che gli stavano vicino. Erano gli anni in cui dire di avere l’Aids equivaleva a sperimentare la morte in vita. Anni in cui persino uno come Freddie Mercury aveva trovato la forza di dirlo solo poco prima di morire. Anni terribili, per Bellezza. Anni in cui andava al bar e gli servivano il caffè nel bicchiere di plastica. Per non correre rischi, “non si sa mai”. Anni in cui la maledizione che aveva per lo più finto, si abbatte su di lui realmente, con una forza micidiale. E lo spinge a chiudersi sempre più in casa. A non uscire. A non farsi vedere. Accentuando una trasformazione che era iniziata negli anni in cui aveva scoperto di essere sieropositivo, nel 1987, quando l’allegria aveva cominciato a venire meno, e la sua scrittura dolorosa aveva preso ad aderire alla perfezione con la realtà della sua vita. Sorridere nonostante tutto Ci sarebbero mai stati Pier Vittorio Tondelli e Aldo Busi senza Bellezza? E ci sarebbero stati allo stesso modo? È fondato chiederselo. Ma certo è che Anna Maria Ortese viene riscoperta dall’editoria italiana grazie a lui. Grazie all’insistenza con cui andava da Enzo Siciliano a dirgli che Il porto di Toledo era un romanzo irrinunciabile, nonostante Rizzoli le stesse facendo mille problemi per pubblicarlo. E quando la situazione si sblocca, Ortese gli scrive: “Devo ringraziarti, Dario, tutto questo lo devo a te”. Oggi servirebbe qualcuno che facesse altrettanto con Bellezza. Massimiliano Palmese ci ha provato, nel 2023, girando un documentario di valore: Bellezza, addio, ancora disponibile su Sky. L’attenzione si è riaccesa. «In giro per l’Italia spesso mi chiamano per proiettarlo e parlarne», dice al Venerdì. Ma non è bastato a far tornare Bellezza in libreria. La sua poesia rimane semi-clandestina, i suoi versi sempre più segreti. Anche se non necessariamente l’esperienza è amara. Anzi, chi lo scopre per la prima volta si trova necessariamente a tu per tu con quel primo, enigmatico verso di Invettive e licenze, quel verso che dice, nonostante tutto: “Ma non saprai giammai perché sorrido”.
Sul Venerdì del 27 marzo 2026