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Tra i valdesi di Calabria la lingua è d’oc

Una fuga dal Nord di centinaia di anni fa. Una strage. Un religioso al rogo. E ora una tradizione che resiste. A Guardia Piemontese, nel Cosentino, l’occitano si studia a scuola (e fa anche media)
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Silvio, dodici anni, fa la seconda media e a casa parla l’occitano. Ne va orgoglioso, e pure del forno di famiglia. «Ma non farò il panettiere, forse il medico non so», scandisce con voce sottile e ferma. È l’unico panificio, lo gestisce suo nonno. Sta proprio all’ingresso del borgo, accanto all’arco denominato “la Porta del sangue”.

Un fortino di resistenza

Su questo selciato ne dovette scorrere tantissimo in quel terribile giugno del 1561, quando tra gli stretti vicoli vennero massacrati centinaia di valdesi che avevano aderito alla Riforma e dunque erano braccati dall’Inquisizione. Come nel peggiore degli incubi, i soldati arrivarono di notte, trascinando la gente fuori, sgozzando donne e bambini, vecchi, vendendo come schiavi i pochi sopravvissuti e appiccando roghi. Di quell’eccidio parlano anche le pietre di Guardia Piemontese, arroccata sulle pendici della Catena Costiera, di fronte a impressionanti montagne alpine e a una vegetazione che risale addirittura a 80 milioni di anni fa. Si affaccia sul Tirreno cosentino, fu fondata dai seguaci di Pietro Valdo che arrivarono sul finire del XIII secolo dalle valli piemontesi e dalla Provenza, in fuga da povertà e persecuzioni. La Gàrdia, come è scritto sui cartelli stradali bilingue, è una sorprendente enclave dell’Occitania. Un luogo dove fortissime resistono quell’antica cultura e la lingua. La stessa con cui, nel canto XXVI del Purgatorio, tra i lussuriosi, il trovatore Arnaut Daniel – con lui, a espiare la pena, c’è il nostro Guido Guinizelli – “reo” di aver ceduto nei suoi versi alla passione, parla a Dante. L’Occitano, a La Gàrdia, si insegna a scuola. Fa media. L’istituto comprensivo intitolato all’ex sindaco Gaetano Cistaro, scomparso qualche anno fa, strenuo sostenitore di questa tradizione, è un fortino di resistenza per la salvaguardia della lingua occitana. Fino allo scorso anno la “custode” era una sola maestra, Silvana Pietramala. Quest’anno “ben” due: Antonella Leta, che insegna in terza, quarta e quinta alla primaria, e Maria Teresa Sacco, madrelingua, in prima e seconda. Un miracolo, considerando che Leta a settembre andrà in pensione. «Lottiamo per non far eclissare le nostre radici. Soltanto i bambini potranno salvarci», dicono Antonella e Maria Teresa, tenaci e appassionate. Emanuela Manganiello, la dirigente, viene da Vallo della Lucania, in Campania, due ore e mezzo di macchina all’andata e altrettante per ritornare a casa la sera. «Un sacrificio, ma ho trovato una comunità straordinaria». Lei, che con l’Occitano non c’entrava nulla, è diventata una partigiana: «Sfruttiamo anche il minimo finanziamento per organizzare iniziative, studi, gemellaggi, pur di non perdere questo patrimonio secolare». Cinque moschettiere: Emanuela Manganiello con la sua vice Giovanna Curcio e le due insegnanti di Occitano; e Gabriella Sconosciuto, responsabile del centro culturale Gian Luigi Pascale, il calvinista di Cuneo che venne prima arrestato a Guardia, dove era andato a incontrare i “fratelli di Calabria”, come li definisce in una lettera dal carcere, poi strangolato e arso sul rogo a Roma nel 1560, dunque un anno prima della strage. Gabriella, instancabile paladina della difesa di una lingua a costante rischio di estinzione, è anche la direttrice del Festival delle Riforme culturali, che quest’anno si svolgerà qui a inizio giugno. Con le pasionarie della Linguadoca, i bambini intonano per noi l’inno dell’Occitania, Se chanto significa “se canta”. Invece che di gesta eroiche e celebrazioni patriottiche, parla d’amore: “Devant de me fenèstra, ihi a un auselon, tota la nuèch chanto… chanto per ma mio, qu’es al luènh de ieu…, ovvero “davanti alla mia finestra c’è un uccellino, canta tutta la notte, per un amore che è lontano e che non si riesce a vedere”.

Seta, oro e cultura

«A me piace moltissimo quando si raccontano i fatti antichi dei valdesi» dice Iolanda, anche lei come Silvio in seconda media all’istituto comprensivo. Sua nonna Carmela Giglio, morta di recente a 92 anni, “memoria” di Guardia Piemontese, le narrava un episodio ogni sera. Adorava le pastette, biscotti di uova, farina, zucchero, latte e ammoniaca che si usava offrire ai matrimoni, così come i taralli con lo zucchero. Gabriel, compagno di Iolanda, suona l’organetto. La sua è una storica famiglia di La Gàrdia. A scuola con i suoi amici studia la lingua d’Oc, a casa sente parlare il Guardiolo, un misto dolcissimo di occitano e dialetto locale. E così è per le viuzze, in Comune, all’ufficio postale, al bar, dietro le finestre, nei portoni e nelle case profumati del pomodoro in cottura. E nel Laboratorio dell’abito guardiolo. Concetta Avolio, a capo delle Tramontane Guardiole, si chiamano così, ci parla di cuciti e manualità remota che hanno quasi del mistico. Qui le donne erano (e sono) in testa alla scala sociale. «Quando arrivarono gli esuli da Francia e Piemonte, tutte avevano un alto grado di istruzione. Alla morte, venivano vestite con questi abiti di seta e oro che vede. Segno del grande rispetto che quella comunità aveva per loro», spiega lo studioso Fiorenzo Tundis: è lui a guidarci, con il sindaco Vincenzo Rocchetti, nelle stanze del Museo Valdese. Rivelandoci man mano una storia suggestiva e potente. Tanto da poter stare, e alla perfezione, nella sceneggiatura di un kolossal.

Sul Venerdì del 27 marzo 2026

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