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I viaggi del Venerdì: Mediterraneo, un mare tempestato di giganti

La Tomba dei giganti di Coddu Vecchiu ad Arzachena, in Sardegna, è un sito archeologico nuragico. Foto Riccardo lombardo / reda / getty images 

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In Sicilia il più alto misurava cento metri. In Sardegna sorvegliavano le tombe degli eroi. Quelli greci riposano ancora a Naxos: per secoli i colossi hanno popolato il Mediterraneo. Tra leggenda e reperti archeologici. Quello nel nostro mare è solo uno dei tanti viaggi che il magazine in edicola il 3 aprile settimana propone ai lettori
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Perché stupirsi se qualche gigante nell’antichità sia arrivato anche in Sardegna?, si domandava il gesuita Antonio Bresciani nel suo Dei costumi dell’isola di Sardegna (1850). Del resto, continuava, esistono testimonianze di giganti vissuti in Sicilia, in Corsica, nelle Baleari, a Creta, a Cipro, a Rodi, perché dunque non qui? C’era un tempo – che non è detto sia finito – in cui dalle grotte e dagli scavi delle isole del Mediterraneo affioravano resti di giganti (di solito denti o tombe). Il più alto – 100 metri – pare fosse quello di Erice in Sicilia, scoperto nelle cavità delle montagne che tutt’oggi si possono esplorare nei dintorni del comune trapanese. Entrando in una grotta alcuni contadini si imbatterono nel suo cadavere, che diventò subito cenere, lasciando solo tre denti mascellari. Per Giovanni Boccaccio si trattava di Polifemo, per i locali di re Eryx, ucciso da Ercole durante un duello. Fatto sta che qualche secolo dopo un gesuita tedesco, Athanasius Kircher, si prenderà l…

Perché stupirsi se qualche gigante nell’antichità sia arrivato anche in Sardegna?, si domandava il gesuita Antonio Bresciani nel suo Dei costumi dell’isola di Sardegna (1850). Del resto, continuava, esistono testimonianze di giganti vissuti in Sicilia, in Corsica, nelle Baleari, a Creta, a Cipro, a Rodi, perché dunque non qui? C’era un tempo – che non è detto sia finito – in cui dalle grotte e dagli scavi delle isole del Mediterraneo affioravano resti di giganti (di solito denti o tombe). Il più alto – 100 metri – pare fosse quello di Erice in Sicilia, scoperto nelle cavità delle montagne che tutt’oggi si possono esplorare nei dintorni del comune trapanese. Entrando in una grotta alcuni contadini si imbatterono nel suo cadavere, che diventò subito cenere, lasciando solo tre denti mascellari. Per Giovanni Boccaccio si trattava di Polifemo, per i locali di re Eryx, ucciso da Ercole durante un duello. Fatto sta che qualche secolo dopo un gesuita tedesco, Athanasius Kircher, si prenderà la briga di andare a controllare di persona, scoprendo che la grotta non avrebbe potuto contenere un essere di quelle dimensioni, quindi qualcuno doveva aver esagerato.

All'interno del Venerdì del 3 aprile, 32 pagine di consigli per i viaggi di primavera 

In Sicilia ogni provincia ha il suo gigante, leggendario o reale che sia, come il telamone che sorreggeva il tempio di Zeus nella Valle dei Templi di Agrigento, alto otto metri e da qualche anno riportato in posizione eretta, o i giganti in cartapesta di Mata e Grifone – anche questi di otto metri – che ogni agosto sfilano a cavallo per Messina, celebrando la fondazione mitica della città. A inizi Cinquecento nelle grotte di San Ciro furono rinvenute centinaia di ossa gigantesche che diedero pure ai palermitani i loro giganti. A rovinare la festa fu, di nuovo, un religioso, l’abate Domenico Scinà, che fece notare la non casuale somiglianza tra quei resti e quelli di grandi animali che nella preistoria popolavano l’isola. Oggi quelle ossa, ricomposte a creare scheletri di elefanti nani, si possono ammirare al museo Gemmellaro di Palermo. E, osservando la cavità nel cranio destinata a ospitare la proboscide, si intuisce da cosa potrebbe essere nato il mito dei Ciclopi.

La torretta Pepoli a Erice (Trapani). Foto Lanzellotto Antonello / AGF 

Alle prove fossili, in Sardegna si aggiungono quelle archeologiche, scoperte da un contadino che nel 1974 arava i suoi campi nella penisola del Sinis. Dal terreno emerse prima un’enorme testa di pietra, poi frammenti di 44 sculture di figure umane: un esercito di arcieri, guerrieri e pugili alti fino a 2,5 metri e datati tra IX e V secolo a.C., uno dei più antichi esempi di statuaria in pietra a tutto tondo del Mediterraneo. Dalle due sedi in cui si trovavano, i giganti di Mont’e Prama sono appena tornati al Museo civico Giovanni Marongiu di Cabras: qui resteranno esposti in un percorso temporaneo fino all’inaugurazione dell’esposizione permanente, prevista per l’anno prossimo. Queste statue erano a guardia di una strada funeraria composta da 125 tombe individuali coperte da lastre di arenaria. Gli scheletri erano quasi tutti di maschi giovani e adulti, il che fa pensare si trattasse di un luogo di culto all’eroe, riservato alla sepoltura dell’élite guerriera.

Oltre a questa necropoli, in tutta la regione le tombe collettive di età nuragica – chiamate appunto “tombe dei giganti” – sono circa 800, formate da grandi blocchi di pietra piantati nel terreno a creare una parete a incavo. Tra le più interessanti quelle di S’Ena e Thomes, a Dorgali, e quella di Coddu Vecchiu. L’idea che questi complessi fossero sepolture di genti ciclopiche è durata nei secoli: ancora oggi diversi pseudostorici locali sono impegnati a divulgare online e attraverso autopubblicazioni le loro testimonianze di ritrovamenti di scheletri umani giganteschi fatti poi puntualmente sparire dalle autorità.

A quanto pare, tuttavia, i giganti che abitavano la Sardegna erano relativamente pacifici, nulla a confronto con quelli che a Mykonos si scontrarono con gli dei dell’Olimpo ed Ercole, e i cui corpi pietrificati oggi formano le enormi rocce dell’isola. Rappresentazioni di questa Gigantomachia sono numerose nei siti archeologici e nei musei delle isole greche. Secondo il mito, ogni gigante della battaglia aveva il compito di distruggere una divinità specifica, e il nemico di Polibote era Poseidone: il dio del mare seguì il gigante fino a Kos, lì staccò un pezzo dell’isola col suo tridente e glielo scagliò addosso, seppellendolo e dando origine all’isola di Nisiro. Ma la conformazione geologica e geografica non è l’unica traccia ciclopica nelle isole greche. Il gigante più maestoso e meraviglioso di tutti – il Colosso di Rodi, 32 metri di bronzo che dominavano il porto – fu distrutto da un terremoto e oggi lo si conosce solo tramite le cronache del tempo.

Restano numerosi invece i kouroi, statue raffiguranti giovani nudi con braccia lungo i fianchi, con la funzione di ex-voto o segni tombali, simili in questo ai giganti di Mont’e Prama. A Naxos si trovano alcuni dei più grandi dell’arte greca arcaica, tra cui quello di Apollonas: una statua incompiuta di oltre dieci metri, ancora sdraiata nella cava. Come non condividere le perplessità di don Antonio Bresciani, che a metà ’800 ancora si domandava perché “alcuni dotti uomini” si ostinassero a negare che “giganti fossero sulla terra in antichissimi tempi del mondo”. Magari fatti di pietra, cartapesta o parole: tutti comunque utili a ricordarci che è passato il tempo dei giganti, resta solo la possibilità di salirgli in spalla.

Sul Venerdì del 3 aprile 2025

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