Come arginare l'invasione delle telefonate spam
di Riccardo StaglianòAlzi la mano chi non riceve chiamate sul cellulare da qualcuno che vuole vendergli qualcosa. È un assedio. Ogni giorno, più volte al giorno. Si va dalla proposta di cambiare operatore («Il prossimo non mi farà ricevere chiamate come questa?» sarebbe l’unica risposta da dare) all’investimento “sicuro” in bitcoin. Per tacere dei tentativi di frode a ventiquattro carati, come l’addetta di una fantomatica Autorità per le regolazioni che chiedeva un bonifico per evitare una multa inesistente. Ognuno sa perfettamente di cosa parlo. Rispondere, attaccare il prima possibile e bloccare il contatto. Ma è come svuotare l’oceano con un cucchiaino. La lista dei miei “bloccati” ammonta a 216 numeri e non smette di crescere. Sarebbe bello, mi son detto, risalire a uno di questi scocciatori seriali. E ho provato a farlo a partire dall’apparentemente inoffensivo fisso milanese 02-5505714. Incrociando così un fantomatico “sottobosco” renitente al disboscamento. Una quantità di registri uno più inutile …
Alzi la mano chi non riceve chiamate sul cellulare da qualcuno che vuole vendergli qualcosa. È un assedio. Ogni giorno, più volte al giorno. Si va dalla proposta di cambiare operatore («Il prossimo non mi farà ricevere chiamate come questa?» sarebbe l’unica risposta da dare) all’investimento “sicuro” in bitcoin. Per tacere dei tentativi di frode a ventiquattro carati, come l’addetta di una fantomatica Autorità per le regolazioni che chiedeva un bonifico per evitare una multa inesistente. Ognuno sa perfettamente di cosa parlo. Rispondere, attaccare il prima possibile e bloccare il contatto. Ma è come svuotare l’oceano con un cucchiaino. La lista dei miei “bloccati” ammonta a 216 numeri e non smette di crescere. Sarebbe bello, mi son detto, risalire a uno di questi scocciatori seriali. E ho provato a farlo a partire dall’apparentemente inoffensivo fisso milanese 02-5505714. Incrociando così un fantomatico “sottobosco” renitente al disboscamento. Una quantità di registri uno più inutile dell’altro. E un’app che, forse, è un inizio di soluzione. Ma procediamo con ordine.
I registri, che fiasco
La prima linea di difesa legale contro i venditori telefonici è il Registro pubblico delle opposizioni (Rpo). Gestito per conto dello Stato dalla Fondazione Ugo Bordoni, sotto la vigilanza del ministero delle Imprese e del made in Italy, è un registro online dove il cittadino iscrive il proprio numero di telefono, fisso o mobile, e da lì in poi le aziende non possono più chiamarlo per proporgli contratti di ogni genere. In teoria. In pratica non funziona. Lo so perché sono iscritto e sono bersagliato come e più di prima. Spiegano che, se hai dato il consenso esplicito a un’azienda, magari quando hai sottoscritto la carta fedeltà di un tal negozio, quel “sì” ha la meglio sul “no” del Rpo.
Sta di fatto che il registro, come qualsiasi italiano dotato di cellulare potrà confermare, è un fiasco totale. Siccome, a quanto pare, molte chiamate provenivano dall’estero ma con numeri camuffati che li facevano sembrare italiani per non allarmare il destinatario, quest’estate l’Agcom, il garante delle comunicazioni, ha imposto agli operatori di controllare l’identità del numero chiamante. In pratica se chiamano, per dire, dalla Moldavia non possono più mascherare (spoofing si chiama) il loro prefisso sostituendolo con uno italiano di comodo ma devono rivelare il reale +373. Così, se il chiamato non ha parenti o affari a Chisinau, non risponde e almeno si evita parte della scocciatura. Questo è successo ad agosto. All’Agenzia rivendicano fieramente il fatto che le chiamate spufate si sono quasi azzerate. Quindi problema risolto?
Manco per idea. Perché le chiamate dall’estero, ancorché con prefisso visibile, sono continuate ad arrivare e soprattutto man mano sono state affiancate da un forte aumento di chiamate italiane, soprattutto da numeri fissi come il mio 02-5505714. A chi corrispondono i nuovi molestatori?
Lotta impari
L’ho chiesto a un esperto di Fastweb-Vodafone che, come l’ingegnere di Agcom prima di lui, preferisce non essere citato. Ha confermato che il volume complessivo delle chiamate non si è ridotto, ma si è semplicemente spostato sul nazionale. Il che non dovrebbe essere possibile perché se tu di mestiere fai il telemarketer onesto dovresti sincerarti che le chiamate che escono dal tuo centralino corrispondano a numeri reali, che hai comprato dai vari operatori. Per essere più chiari: numeri richiamabili. Mentre se provi a richiamare i fissi da cui siamo bersagliati, compreso il milanese cui do la caccia, nove volte su dieci ricevi solo il deprimente avviso «il numero non esiste». E qui ci imbattiamo in un altro registro, stavolta gestito dall’Agcom, quello degli operatori della comunicazione (Roc) ai quali i call center sarebbero obbligati a iscriversi. Se volete divertirvi, si fa per dire, basta che digitiate https://datiroc.agcom.it/numerazionicallcenter e potrete verificare a chi appartiene il numero che vi ha appena chiamato. Peccato che il grosso non si iscriva.
Chiedo: non c’è niente che possiate fare per denunciare i furbetti del Roc? «Quando riceviamo segnalazioni di numeri inesistenti le giriamo all’Agcom perché compiano le opportune verifiche». La verità è che molti piccoli operatori di telefonia, che dovrebbero assicurarsi che da un certo centralino escano solo chiamate “reali”, molto spesso non lo fanno e i numeri virtuali, invisibili, proliferano. Il “sottobosco” lo chiamano sia l’Agcom che l’uomo delle Telco che il Garante della privacy.
Un call center, milioni di squilli
Torno da mister Agcom per capire se le «opportune verifiche» portano mai a qualche risultato. Dice che, proprio di recente, hanno scoperto un piccolo call center di due-tre persone che da solo generava alcune decine di milioni di chiamate al mese. L’hanno segnalato alla Polizia postale e al Nucleo frodi tecnologiche della Guardia di Finanza che cercheranno di andare fino in fondo.
Senz’altro non va fino in fondo l’ufficio stampa della Gdf che, per quando andiamo in tipografia, non riesce a mettermi in contatto con un loro specialista. Più reattivo è quello del Garante della privacy la cui rassegna stampa comprende una multa da 3 milioni di euro per Acea Energia e 850 mila euro per società che le procacciavano contratti via telefono. Oltre alla prima confisca di banche dati di numeri usate per campagne di telemarketing/teleselling illegale, sanzionate per un milione e ottocentomila euro. Ma la sensazione che la lotta sia impari resta.
In rete gente che sembra sapere il fatto suo spiega che il teleselling funziona quasi sempre per conto terzi: se piazzi un contratto, prendi una provvigione. Oltre al centralino serve una lista di contatti, fornita dal committente o comprata online. Costi per telefoni e software: tra i cinquecento e i duemila euro. Un teleseller medio fa 150-300 chiamate al giorno. Ricavi: da 30 a 120 euro per contratto venduto. La media di vendite è tra due e dieci al giorno per operatore. Poche, ma sufficienti per non far appassire il famigerato “sottobosco”.
Dalle app una speranza
Tra le associazioni di consumatori il Codacons è tra le più attive nel denunciare il fenomeno. Avendo perso fiducia nei registri e nell’autoregolamentazione – d’altronde, a sentire Einstein, follia è continuare a fare la stessa cosa aspettandosi risultati diversi – a fine 2024 ha presentato una proposta di legge alla Camera per mettere fuorilegge il teleselling. A meno che non sia stato esplicitamente il consumatore a richiedere di concludere il contratto per telefono. O, per dirla col tecnichese che imperversa in questa materia, passare dall’opt out (ti posso chiamare salvo che tu dica che non vuoi) all’opt in (non ti posso chiamare a meno che tu abbia detto di volerlo). Sin qui non è andata lontano.
Nel fallimento di quelle pubbliche, non ci resta dunque che esplorare difese private. Tipo la app Truecaller che sembra in grado di avvisarti se è meglio non avere a che fare con chi ti sta chiamando. La app è svedese ma l’efficientissimo ufficio stampa Hitesh Bagat risponde dall’India, uno dei loro mercati più grandi.
Mi spiega che ormai la usano circa 500 milioni di persone, soprattutto nei Paesi emergenti dove il problema è più sentito, e che mentre nella versione base per Android è gratis, per iPhone bisogna pagare 3,99 euro al mese. Per avere cosa, in cambio?
«Se la chiamata non sembra spam, viene identificata con colore blu. Se è addirittura verificata come proveniente da un’azienda in regola, verde. Mentre se è sospetta, rossa. E questo lo sappiamo perché mettiamo insieme le quantità di segnalazioni dei nostri utenti, a beneficio di tutti».
Un meccanismo simile a Tellows, altra app che socializza le segnalazioni degli utenti, e le indica gratis o le blocca a pagamento. A dispetto del trionfalismo di mister Agcom sull’efficacia delle misure anti-spoofing, Bagat conferma che, anche loro – al netto dell’ovvia constatazione che hanno un interesse a amplificare il problema tanto quanto i nostri regolatori pubblici ce l’hanno a minimizzarlo – avrebbero calcolato, negli ultimi sei mesi, un raddoppio di chiamate non richieste sui telefoni italiani («Una media di novemila spammer in più al giorno»).
Una funzione nuova, e abbastanza decisiva, che hanno introdotto è la “protezione familiare”. Che permette, ad esempio, a un figlio di monitorare in tempo reale le chiamate agli anziani genitori e – almeno nel caso dei telefoni Android – intervenire per chiudere da remoto conversazioni pericolose. Una specie di salvavita Beghelli contro i truffatori. Non l’ho ancora provato ma, se funziona bene come la sua identificazione chiamate standard, potrebbe essere una svolta.
Il titolare dello 02-5505714 resta sconosciuto. Ma i suoi simili, per il momento, squillano in rosso e li ignoro con meno sensi di colpa. Non è ancora la soluzione, ma è un deciso passo avanti.
Sul Venerdì del 3 aprile 2026