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L’orrore via social

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Non ci ha reso indifferenti. Ci ha radicalizzato: vediamo solo il dolore della parte che abbiamo scelto
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Avevo da poco compiuto 17 anni quando mia madre venne a svegliarmi col caffè caldo, la mattina di un giorno di fine febbraio, e dopo aver alzato le persiane mi disse: «La guerra è finita». Ricordo perfettamente la sensazione di sollievo che provai in quel momento. E ricordo quel che pensai: allora il mondo non è davvero impazzito; allora tutto ha ancora un senso.

Era la prima guerra del Golfo, si svolgeva in un luogo molto lontano dalla stanzetta in cui dormivo nel mio ultimo anno di liceo, eppure – credo fosse la sensazione di tutta la mia generazione – ero certa che mi riguardasse. Ho pensato spesso al motivo per cui le guerre spingano i ragazzi a scendere in piazza più di qualsiasi altra istanza. Succedeva allora e succede oggi, soprattutto è accaduto per il massacro di Gaza.

Potrebbe aver ragione Alessandro Baricco, potrebbe essere il loro modo di rispondere ai colpi di coda di un ‘900 morente. Una maniera per dire: guardate che noi, con questa roba degli eserciti e degli assassin…

Avevo da poco compiuto 17 anni quando mia madre venne a svegliarmi col caffè caldo, la mattina di un giorno di fine febbraio, e dopo aver alzato le persiane mi disse: «La guerra è finita». Ricordo perfettamente la sensazione di sollievo che provai in quel momento. E ricordo quel che pensai: allora il mondo non è davvero impazzito; allora tutto ha ancora un senso.

Era la prima guerra del Golfo, si svolgeva in un luogo molto lontano dalla stanzetta in cui dormivo nel mio ultimo anno di liceo, eppure – credo fosse la sensazione di tutta la mia generazione – ero certa che mi riguardasse. Ho pensato spesso al motivo per cui le guerre spingano i ragazzi a scendere in piazza più di qualsiasi altra istanza. Succedeva allora e succede oggi, soprattutto è accaduto per il massacro di Gaza.

Potrebbe aver ragione Alessandro Baricco, potrebbe essere il loro modo di rispondere ai colpi di coda di un ‘900 morente. Una maniera per dire: guardate che noi, con questa roba degli eserciti e degli assassinii e delle bombe, non vogliamo più avere niente a che fare. Oppure, quella tendenza a essere parte di tutto quel che accade nel mondo che anche io ho sperimentato da una piccola città del Sud Italia, è stata oggi rafforzata dai dispositivi che abbiamo in tasca.

In Da vicino. Raccontare la guerra oggi, uscito per Einaudi, lo scrittore Paolo Giordano riflette su com’è cambiato il nostro modo di percepire la guerra. E di raccontarla. Lo fa insieme a un gruppo di giornalisti che coraggiosamente coprono i teatri di crisi di questi anni folli. Nati negli anni 70, 80 o 90, molto diversi dagli inviati di un tempo, perché tutto è cambiato da quella prima guerra del Golfo che anche Giordano ricorda. Aveva 9 anni, e quel che vedeva in televisione erano luci verdi che squarciavano i cieli di Baghdad, ma – scrive – già all’epoca sembrava «osceno assistere a un’aggressione militare in tempo reale».

Così riparte dalla riflessione di Susan Sontag in Davanti al dolore degli altri, dalla sua denuncia della “tele-intimità con la morte e la distruzione”: rischiamo di non essere toccati adeguatamente da quel che vediamo. Di essere immersi in quel dolore, senza riuscire più a usare il raziocinio, l’analisi, la distanza che serve per capirlo, prima ancora che per raccontarlo. La vera comprensione delle vite squassate dai conflitti voluti da chi resta al sicuro nella propria reggia, e non penso solo a Putin, non può che avvenire avvicinando i propri corpi ai luoghi, ai volti, alle storie. C’è una cosa che Giordano dice nella sua introduzione e che ci riguarda tutti: non ci siamo assuefatti all’orrore, non è quel che è successo. Abbiamo invece operato un’assurda selettività dell’indifferenza. Siamo più coinvolti dal dolore della parte che abbiamo scelto, senza riuscire a vedere quello degli altri. “Così la guerra, nell’epoca dei social, ci ha radicalizzato uno per uno”.

Sul Venerdì del 10 aprile 2026

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