Leggo di una mamma che è diventata un’altra. Anche la mia. È morto il babbo lo scorso novembre – anche lui diventato un altro – e lei, mente già scricchiolante ma ancora funzionante, ha subito l’improvvisa vedovanza come un trauma insormontabile. Ad accudire mia madre siamo due figli e una signora assunta all’uopo: non siamo sufficienti, la mamma non dorme quasi mai, soprattutto la notte; agitata, visibilmente vittima di angoscia da smarrimento. Ha smarrito la sua intera vita, le sue stanze, le sue cose, le sue ragioni. Io e mio fratello mettiamo all’angolo l’amore per lei, la mancanza di lei, la nostalgia che proviamo per la “madre” e per la “donna” che è stata, altrimenti non riusciremmo a rispondere ai suoi bisogni quotidiani. Quest’altra lei costa molto, in tempo, in denaro, in interventi medici privati, in enorme nostra stanchezza, in dubbi irrisolvibili... e in assenza dalle nostre famiglie che rasenta la trascuratezza. Nessun aiuto da parte di chi dovrebbe, lo Stato. Le dico pe…
Leggo di una mamma che è diventata un’altra. Anche la mia. È morto il babbo lo scorso novembre – anche lui diventato un altro – e lei, mente già scricchiolante ma ancora funzionante, ha subito l’improvvisa vedovanza come un trauma insormontabile. Ad accudire mia madre siamo due figli e una signora assunta all’uopo: non siamo sufficienti, la mamma non dorme quasi mai, soprattutto la notte; agitata, visibilmente vittima di angoscia da smarrimento. Ha smarrito la sua intera vita, le sue stanze, le sue cose, le sue ragioni. Io e mio fratello mettiamo all’angolo l’amore per lei, la mancanza di lei, la nostalgia che proviamo per la “madre” e per la “donna” che è stata, altrimenti non riusciremmo a rispondere ai suoi bisogni quotidiani. Quest’altra lei costa molto, in tempo, in denaro, in interventi medici privati, in enorme nostra stanchezza, in dubbi irrisolvibili... e in assenza dalle nostre famiglie che rasenta la trascuratezza. Nessun aiuto da parte di chi dovrebbe, lo Stato. Le dico perciò, gentile Aspesi, la verità su quel che sento e penso: mia madre, quella donna forte e tenera che ho conosciuto dalla mia nascita, è morta al morso della malattia. Chissà per quali vie è arrivata un’altra persona: ospite inattesa in nostro affido, implacabile dovere. Cordialità. Diletta
Questa bellissima lettera, molto coraggiosa, rivela quello che è diventato “un implacabile dovere”. L’amore che una volta legava quella donna forte ai suoi due figli non c’è più: è un’altra persona, aiutata dal figlio e dalla figlia e da una signora che si occupa di lei, nella confusione delle notti agitate, del suo smarrirsi in quella donna ignota anche a lei. Quello che lei pensa, signora, è terribile, eppure comprensibile. Sua madre non c’è più, proprio come fosse morta: come si fosse spenta anni fa, e per di più non aiutata dallo Stato. Quella signora forte e dolce è sparita nel nulla. Eppure c’è ancora in voi due, fratello e sorella, il bisogno di aiutarla nella sua fine come fosse un dolore antico e irrinunciabile, come dice lei, “implacabilmente”.
Il Palazzo sull’orlo di una crisi di nervi
Aspesi, alla luce di questo tragicomico repulisti che la presidente del Consiglio ha avviato all’interno della sua già frammentata maggioranza – nella speranza di rifarsi una verginità di fronte agli elettori che l’hanno sfiduciata – quello che salta agli occhi è, ancora una volta, l’approssimazione del potere. Dentro il Palazzo – citando una lettera luterana di un Pasolini d’annata – si muovono uomini e donne che non sanno quello che accade fuori dalle mura dorate di chi riveste un ruolo. Da quando abbiamo ucciso i partiti, chiuso le sezioni, cancellato le scuole politiche, impedito ai cittadini di scegliere un rappresentante e non di farselo imporre per logiche di lista, i potenti ignorano quasi completamente il significato morale del proprio ruolo. Quei giovani che nessuno ha visto arrivare, che si sono fatti nominare rappresentanti di lista per esercitare il voto pure a distanza, che hanno letto e si sono informati, quei giovani, infine, che hanno cantato in piazza alla faccia dei parrucconi impaludati, erano mossi non dal vile ritorno di chi dà per avere ma dal disinteressato bisogno di esprimere un punto di vista. È chiaro che un giovane non possa mettersi nella trincea dei reazionari: le stanze della destra puzzano di muffa perché nessuno apre mai le finestre. Basterebbe riconoscere questo alla generazione del No per darle la speranza che la politica non sia un mestiere ma una missione. Una missione con molte falle, con molte rughe, con molti dispiaceri ma una missione. E i servi del potere finiscono in una crisi di nervi. Alessandro Basso, 37 anni, Pontecagnano Faiano (Salerno)
Questa fine davvero sorprendente del referendum ci ha spiazzato. Pur avendo votato No mi ero convinta, o mi ero rassegnata che vincesse il Sì e devo pure averlo scritto. Ma anche la signora Meloni non aveva alcun dubbio. I risultati le hanno fatto perdere la testa. Aveva appena detto che Delmastro con i suoi amici di mafia sarebbe rimasto in carica, e dopo i risultati, presa da una crisi molto femminile di rabbia, lo ha cacciato assieme alla povera sciocchina di FdI (anche lei parlava troppo) e finalmente si è liberata della disgraziata Santanché. Tutta gente che non meritava di essere al governo, gente incapace di capire e pensare, non si sa neppure perché. Eppure anche lei ha un Buttafuoco messo a dirigere la Biennale, che pur essendo fascistissimo e molto Islam fa quello che piace ai suoi coltissimi collaboratori e pare più democratico dei democratici. Ne avesse solo uno (forse Giorgetti) che sa quello che deve fare sarebbe già un bel salto. È rimasta così ferita, così stupita dal risultato, che voleva persino inventarsi subito nuove elezioni, con tutti i trucchi per tornare a vincere. Però lei mi dice che adesso sono i giovani, quelli che sanno dire No, che non vogliono la guerra e trovano scemo quel Trump che li sgrida perché non hanno una ragione per accettare quegli orrori.
E ora stiamo alla larga dal “campo largo”
Carissima, Amatissima Gioia di Vivere, ovvio che abbia esultato , ma ho voluto far consolidare questo bell’aspetto prima di gridare gli inevitabili peana. Avevo timore? Sì, avevo timore, avevano occupato tutto il cucuzzaro con le immagini, con le bestemmie... In realtà qualche segnale l’avevo avuto dai colloqui con alcuni ragazzi che frequentano il locale liceo scientifico, vicino allo spaccio dove mi procuro il fumo sotto mentite spoglie, per pudore. Poiché sono un pelino estroverso mi sono permesso nell’ultima settimana alcune provocazioni del tipo: non mi dire che sei in età per votare, pensa che noia. Risposta: certo che vado a votare, e voterò No, hanno rovinato la scuola, per le loro menti siamo spazzatura... e giù epiteti irripetibili: No, No. E No. Mi dicevo: è un segnale. Ma da questa città morta si potrebbe estendere questo messaggio ad altre realtà magari più evolute? Con una maggiore influenza di un vivere civile diverso e meno privativo del nostro territorio dimenticato da Dio e dalla Patria? Consiglierei loro di riflettere sempre prima di parlare, non hanno nulla in mano, un Campo Largo (che odio profondamente ) che non è un’espressione geometrica, ma dovrebbe essere Unità d’Intenti. Dove al primo posto debbono dar motivi di soddisfazione a questi ragazzi che hanno già naturalmente un percorso fosco, buio e accidentato. Ma chi ti ascolta Natalia mia? Non ci sono platee, non ci sono tribune. Ho tante possibilità di non partecipare ad un futuro di dolore e sofferenza. Invece no. Ho ancora il vezzo di prodigarmi per gli altri come in fondo ho fatto per tutta la vita. Nulla è impossibile. Ci stai? Serafino, Ascoli Piceno
Mi spiace di aver tagliato la sua lettera però senza tralasciare i vari No e No e la sua soddisfazione che era come la mia, che comprende pure l’odio per il campo largo. Si vorrebbe che almeno una volta la signora Schlein facesse una cosa sua.
Sul Venerdì del 10 aprile 2026