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Adele Bertei e le donne che volevano prendersi New York: a colpi di punk e queer

Un ritratto di Adele Bertei oggi (Monica Orozco) 

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Quando la musicista e artista arrivò nella Grande Mela negli anni 70 trovò una scena underground che voleva abbattere generi e codici: il movimento No Wave. «Eravamo brave», racconta nel suo memoir e qui. «Ma poi arrivò la gentrificazione»
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Lydia Lunch urlava le sue prime canzoni, Kathy Acker scriveva i suoi romanzi trasgressivi, Kathryn Bigelow iniziava a girare. Era il 1977, quando una giovane cantante queer di nome Adele Bertei lasciava la sua Cleveland, in Ohio, e sbarcava a New York, una città devastata ma anche la promessa di una rinascita. Punk, rock, jazz, funk, hip-hop, videoarte, performance e cinema si scontravano in una controcultura che, tra loft abbandonati e club underground, avrebbe dato vita alla No Wave. Un movimento artistico che contribuì a riscrivere le regole della creatività, della sessualità e del potere. Adele Bertei non è stata solo testimone dell’esplosione della No Wave: l’ha innescata. Come organista dei Contortions e assistente di Brian Eno era al centro della scena quando il punk si scontrò con il post-punk. Ma soprattutto ha intercettato una generazione di artiste che stavano abbattendo i confini del mondo patriarcale, reinventando generi e codici. Nan Goldin catturava ritratti illuminati …

Lydia Lunch urlava le sue prime canzoni, Kathy Acker scriveva i suoi romanzi trasgressivi, Kathryn Bigelow iniziava a girare. Era il 1977, quando una giovane cantante queer di nome Adele Bertei lasciava la sua Cleveland, in Ohio, e sbarcava a New York, una città devastata ma anche la promessa di una rinascita. Punk, rock, jazz, funk, hip-hop, videoarte, performance e cinema si scontravano in una controcultura che, tra loft abbandonati e club underground, avrebbe dato vita alla No Wave. Un movimento artistico che contribuì a riscrivere le regole della creatività, della sessualità e del potere. Adele Bertei non è stata solo testimone dell’esplosione della No Wave: l’ha innescata. Come organista dei Contortions e assistente di Brian Eno era al centro della scena quando il punk si scontrò con il post-punk. Ma soprattutto ha intercettato una generazione di artiste che stavano abbattendo i confini del mondo patriarcale, reinventando generi e codici. Nan Goldin catturava ritratti illuminati dai flash della fluidità di genere, Barbara Kruger decostruiva i media, Kiki Smith esplorava i misteri del corpo, Lizzie Borden sfidava il cinema stesso. Donne che hanno deciso di vivere la sperimentazione artistica e sessuale di un’epoca sulla loro pelle. «Ci chiamavano le guérillères», racconta Adele Bertei, che oggi nel libro No New York (Beacon Press) ripercorre quegli anni.

Nel 1977 si è trasferita a New York alla ricerca di cosa?

«Una comunità di “altri”, giovani musicisti che si ribellavano alla falsa speranza del sogno americano, facendo rumore. Il potere del suono, il modo in cui può letteralmente muovere la materia con energia e frequenza, è da sempre un’ossessione per me. Volevo fondare o far parte di band nello spirito anarchico e nell’amore per la poesia di Patti Smith. Quando sono arrivata non mi aspettavo di trovare anche pittori, scrittori e registi, tutti impegnati in collaborazioni incrociate, tutti animati dal desiderio di cambiare i paradigmi dell’arte in ogni aspetto. Soprattutto tante donne».

Lei scrive che New York era devastata, quasi come dopo una guerra. In che modo quel paesaggio urbano ha influenzato il radicalismo No Wave?

«Negli anni 70 alcune zone del centro di New York assomigliavano alla Napoli o alla Dresda del dopoguerra. Era una città pericolosa ma feconda di possibilità. Vivevamo in mezzo alle rovine rifiutando le bugie edulcorate dell’America bianca. Se i proprietari delle case popolari non appiccavano il fuoco per incassare i soldi dell’assicurazione, permettevano alle persone di occuparle abusivamente o di pagare un affitto minimo, anche di 60 dollari al mese. Nessuno di noi doveva lavorare in azienda per mantenersi, come fanno i giovani artisti di oggi. Questo ci dava la libertà assoluta di distruggere il vecchio e creare qualcosa di nuovo».

Come ha vissuto la sua No Wave?

«Come una creazione che partiva da un’estensione del mio sistema nervoso. Sangue intriso del fuoco dell’immaginazione. Ho visto il movimento come una rivolta contro la mercificazione nel cinema, nella musica, nell’editoria, nel teatro. Mi ribellavo contro qualsiasi idea che mi sembrasse l’antitesi della natura umana, che è esplosiva quando è imprigionata, estatica quando è libera. Sentivo l’arte come uno strappo delle camicie di forza che legavano la nostra immaginazione».

Se dovesse descrivere la No Wave attraverso un singolo incontro, quale sceglierebbe?

«Sicuramente quello con Nan Goldin nel 1975, quando mi mostrò le fotografie che aveva scattato ai suoi amici gay di Boston. La macchina fotografica di Nan catturava emozioni così complesse. Non erano perfetti né in posa, ma erano ritratti di sopravvissuti alla guerra e alla vergogna che la società cercava di imporre alle persone gay all’epoca. Sono rimasta sbalordita dalla vulnerabilità, dalla tenerezza e dalla bellezza delle foto. C’era orgoglio dentro il dolore e si poteva percepire, appena fuori dall’inquadratura, la violenza di un mondo che disprezzava l’amore queer. Nan e le sue foto mi aiutarono a trovare il coraggio di trasferirmi a New York City in un momento in cui era più pericoloso che mai».

Ricorda episodi emblematici dello spirito di quell’epoca?

«Suonare con i Contortions al Max’s Kansas City o all’Artists Space: alcuni concerti erano fuori controllo. La musica era un amalgama di rumore, funk, adrenalina e dadaismo. James Chance era un performer estremamente fisico, al punto da ferire il pubblico e se stesso. A volte scoppiavano risse, con James che veniva picchiato e George, il bassista ed io che intervenivamo per proteggerlo mentre il resto della band continuava a suonare. I concerti dei Contortions erano spesso la realizzazione del Teatro della Crudeltà di Artaud».

Cosa rappresentavano per lei l’arte e la musica in quel periodo?

«Erano tutto. E lo sono ancora. L’arte dà forma alla vita vissuta, all’esperienza. Gli artisti non insegnano alle persone cosa pensare, ma danno espressione a ciò che alcune persone stanno già vivendo. In questo senso, è politica senza volerlo essere. La musica e l’arte di allora erano una lotta in cui le forme venivano smantellate, contestate. Si sentiva nel corpo e nel sangue».

E il cinema?

«Subito dopo lo scandalo Watergate e la grazia concessa a Nixon alla fine del 1974, l’America non riusciva più a credere nelle sue istituzioni, proprio come oggi. Fu l’unico momento in cui Hollywood fu onesta e corse dei rischi come noi. Il 1975 e ’76 furono incredibili per l’uscita di film che esprimevano l’ansia americana, come Taxi Driver, Quinto potere, Qualcuno volò sul nido del cuculo. Una sera notai Robert De Niro al bar del Max’s Kansas City, dove proiettavamo un film, The Offenders, in cui recitavo anche io. Presentavamo un episodio alla settimana e uno di noi si esibiva, per raccogliere soldi per girare l’episodio successivo. Eravamo determinati a fare arte senza compromessi».

Il suo libro restituisce centralità alle donne della No Wave, spesso marginalizzate. Nan Goldin, Barbara Kruger, Kiki Smith, Lizzie Borden e lei, cosa avevate in comune?

«Dal mio punto di vista nessuna di noi si è lasciata limitare dalle convinzioni della società su come le donne dovrebbero comportarsi. Eravamo totalmente libere, al di fuori di ogni genere. Amavamo le artiste che ci avevano precedute, come Lee Krasner, Dora Maar e tante altre vissute nell’ombra degli uomini. Era la prima volta nella storia che donne provenienti dall’Europa, dal Giappone e da tutti gli Usa si riunivano in un unico luogo per fare arte e musica, segnando così un momento rivoluzionario».

Come assistente personale di Brian Eno, cosa l’ha colpita più di lui?

«Il suo orecchio attento. Era molto sensibile al tono e al timbro, alle sottigliezze del suono. E all’immaginazione».

Quali sono state le sue altre fonti d’ispirazione?

«Kiki Smith, la cui arte intreccia natura e femminile. La gentilezza di Kiki, il radicale “fuck you” di Kathy Acker, il fuoco del film Born in Flames di Lizzie Borden... frammenti di una storia da cui imparare e da portare avanti».

La fluidità di genere e sessuale era la quotidianità, non un dibattito. Cosa si è perso oggi di quel radicalismo?

«Capisco che alcuni si sentano più al sicuro in un’identità ben definita, soprattutto in questi tempi spaventosi, ma è estremamente limitante. Quando ci etichettiamo, il capitalismo esulta. Entriamo nelle piccole scatole della mercificazione che possono usare per venderci qualcosa, per controllare i nostri algoritmi, per manipolarci, metterci l’uno contro l’altro. Amare chiunque si voglia, cambiare quando si vuole o quando si ha bisogno di cambiare, era estremamente liberatorio. Quello spirito è stato sostituito da una cultura del giudizio e della divisione, che rende impossibile una vera rivoluzione. Avremmo bisogno di empatia».

Quando quelle estetiche ribelli sono diventate mainstream?

«La gentrificazione del centro di New York è iniziata negli anni 80, quando artisti poveri trasformavano le vetrine dei negozi in gallerie, riparavano edifici fatiscenti e trasformavano la discarica del centro in un parco giochi di fantasia ed eccitazione. I ricchi hanno approfittato del lavoro degli artisti poveri e hanno iniziato a trasferirsi lì, mentre l’Aids si insinuava nelle nostre vite. Improvvisamente tutto aveva un prezzo. La combinazione di queste forze è stata devastante per la scena culturale».

E lei che prezzo ha pagato?

«Firmai un contratto con una grande casa discografica e permisi all’industria musicale di portarmi via la voce».

Ma il suo spirito è rimasto ribelle…

«Ho vissuto con coraggio, anche se non sempre viene ricompensato. Ma non rimpiango la mia resistenza all’ipocrisia dell’industria musicale o a qualsiasi sistema che attribuisca alle donne un valore inferiore rispetto agli uomini. Nello spirito della No Wave, continuo a dire no anche quando la vita potrebbe essere molto più facile. Sono allergica a certi compromessi».

Sul Venerdì del 10 aprile 2026

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