La Lega riparte da Varese. E sogna un futuro senza Salvini
dalla nostra inviata Brunella GiovaraVARESE. Ci vorrebbe una Tavola rotonda, ci vorrebbe un Re Artù. Ma questo è il problema. Manca il re, un unico grande capo indiscutibile, come è stato Umberto Bossi. E se ci fosse, da queste parti, proprio dove tutto è cominciato, si respirerebbe una certa aria di trionfo. Nel frattempo, si consuma il lutto e si prepara il futuro, qui a Varés, ombelico di quel mondo autonomista e federalista – talvolta anche secessionista – che è stato la Lega Nord. E sul perché la Ur-Lega sia nata qui, è una bella domanda.
Perché proprio in provincia di Varese, il cuore battente di quel nuovo partito? «Per destino. O per la Provvidenza», risponde Giuseppe Leoni, che è stato il cofondatore assieme al Bossi, ed è un cattolico, di quelli di ferro. Uno che ci crede ancora, nell’Idea iniziale (altri traccheggiano, molti vogliono salvare la poltrona, e i più vecchi sono morti). Ha raccolto dall’amico morente il testamento politico: «Tu vuoi che la Lega finisca male?», gli ha detto l’Umberto il 7 marzo. E l…
VARESE. Ci vorrebbe una Tavola rotonda, ci vorrebbe un Re Artù. Ma questo è il problema. Manca il re, un unico grande capo indiscutibile, come è stato Umberto Bossi. E se ci fosse, da queste parti, proprio dove tutto è cominciato, si respirerebbe una certa aria di trionfo. Nel frattempo, si consuma il lutto e si prepara il futuro, qui a Varés, ombelico di quel mondo autonomista e federalista – talvolta anche secessionista – che è stato la Lega Nord. E sul perché la Ur-Lega sia nata qui, è una bella domanda.
Perché proprio in provincia di Varese, il cuore battente di quel nuovo partito? «Per destino. O per la Provvidenza», risponde Giuseppe Leoni, che è stato il cofondatore assieme al Bossi, ed è un cattolico, di quelli di ferro. Uno che ci crede ancora, nell’Idea iniziale (altri traccheggiano, molti vogliono salvare la poltrona, e i più vecchi sono morti). Ha raccolto dall’amico morente il testamento politico: «Tu vuoi che la Lega finisca male?», gli ha detto l’Umberto il 7 marzo. E lui ha risposto: no. «Allora devi radunare tutta la nostra gente e metterla sotto un’unica bandiera», e ha pure spiegato che «la dispersione dei voti porta alla morte della Lega», e che ci sarebbe voluta una nuova Pontida, tutti assieme, a ragionare del futuro, e senza odio, senza insulti. È morto prima che il suo progetto si realizzasse, il 19 di marzo.
Messe, fischi, vaffa
Un mese dopo, ci sarà una messa di ricordo, come si fa ancora nei paesi. Nell’abbazia di Pontida, dove si è svolto il funerale solenne, con varie contestazioni dei proto leghisti all’attuale segretario della Lega per Salvini Premier, che si è presentato in camicia verde, come ai vecchi tempi, disinvolto come sempre, e per questo si è preso fischi e urla e anche qualche vaffa.
I vecchi tempi sono passati, e sono stati ruggenti. Si ruggisce ancora, eccome, ma appare difficile riunire la diaspora leghista. Molti ci credono, non fosse che per quello striscione appeso al cavalcavia di Varese, “Grazie Capo / Padania libera”, che ha provocato sussulti di amore, orgoglio, fiducia. E, per pura coincidenza, il 18 aprile Matteo Salvini sarà in piazza Duomo a Milano, a ribadire la svolta sovranista che ha imposto alla sua Lega, assieme ad altri leader europei della stessa risma, tra cui potrebbe esserci pure Victor Orbán fresco di elezioni.
Potrebbe quindi partecipare anche alla messa di pace invocata da Leoni? Boh. Intanto Leoni prevede che «i fascisti europei a Milano scateneranno un casino, e io non voglio che i miei ci finiscano dentro».
Ci sono altri dubbi, nei fuoriusciti dal partito salvinista. Paolo Grimoldi, leader del Patto per il Nord: «Siamo disponibili a mettere insieme tutte le anime federaliste e autonomiste. Ma servono dei paletti». Uno, «che Salvini si prenda una lunga vacanza per i prossimi dieci anni, scelga lui il posto. E che passi subito un emendamento sui fondi accantonati per il ponte di Messina. Vanno dirottati sull’abbattimento delle liste di attesa nella sanità, e sul taglio delle accise».
Gallarate e poco altro
E come sia lo stato delle cose, lo spiega nel dettaglio Roberto Castelli, già ministro della Giustizia, oggi a capo del Partito popolare del Nord: «Esiste una galassia di partiti – noi compresi – e di associazioni, iniziative, che quantificherei in una cinquantina. E sì, dovremmo tutti ritrovarci attorno a una Tavola rotonda», a contrapporsi al partito di Salvini «che non è più espressione del Nord, e quindi lascerei da parte, in quanto uguale a Forza Italia, o a Fratelli d’Italia».
Un’operazione molto difficile, questa reunion, «e non solo perché nel suo partito non c’è più nulla dell’originale Lega», ma soprattutto perché «manca un Re Artù. Non è ancora nato», e forse nascerà, e forse proprio a Varés. Se poi davvero rinascerà, da quella galassia, un qualcosa di simile alla proto Lega, bisogna aspettare gli eventi, «ma è da lì che bisogna ripartire», per una specie di ritorno alle origini e al futuro, «a partire dai nostri valori, l’autonomia e il federalismo in primis».
Ed è persino naturale che la ripartenza sia da queste parti. Perché qui il fallimento della attuale Lega è evidente più che altrove. I Comuni conquistati negli anni Novanta, persi. Il famoso “asse del Sempione”, distrutto. Somma Lombardo, Busto Arsizio, Legnano (città simbolo), Cassano Magnago (dove è nato Bossi), Varese (e poi c’erano Milano, e Bergamo…), di tutta quell’onda verde resiste il sindaco di Gallarate, e non si sa per quanto.
1984, la firma dal notaio
Ma “Siamo tutti figli tuoi”, sta scritto sul lenzuolo appeso al balcone della prima sede, a Varese, piazza del Podestà. E figlio si sente ancora Giuseppe Bonomi, storico presidente della Sea, la società che gestisce gli aeroporti di Malpensa e Linate. «Ero un giovane avvocato, e il Bossi si piazzava nel mio ufficio a studiare le leggi. Che anno era? Il 1984».
Quell’anno lì, nacque la Lega Autonomista Lombarda, nello studio della notaia Bellorini, a Varese. Firmano i due, più Manuela Marrone, compagna del Bossi, e il rappresentante di commercio Moroni, il commerciante Brivio, l’odontotecnico Sogliaghi. L’anno dopo, Giuseppe Leoni viene eletto consigliere al Comune di Varese. Fu la prima vittoria, finita tra tafferugli e disordini vari «perché pronunciai un discorso tutto in dialetto. D’altra parte, su quaranta consiglieri, 36 non erano nati a Varese…».
Ed è vero che il modello autonomista era valdostano, e che poi arrivarono i piemontesi, i bresciani, i bergamaschi (e c’era già la Liga veneta, che però girava per conto suo), ma il nucleo fondante restò quello di Varese. Bossi e Leoni, poi arrivarono Attilio Fontana, avvocato, oggi presidente della regione Lombardia. E Roberto Maroni, avvocato anche lui, suo predecessore. E Giancarlo Giorgetti, oggi ministro dell’Economia, commercialista da Cazzago Brabbia, provincia di Varese, 782 abitanti.
Una specie di clan, alla scozzese, che ha visto negli anni lotte interne, ammazzamenti, tradimenti, vendette a lungo termine, in una brughiera minacciosa (e provate voi ad attraversare quella di Lonate Pozzolo e Malpensa, di notte).
Non sbagliavano quindi, i primi guerrieri che si presentavano a Pontida in kilt e corna, facili da fotografare, il prototipo del barbaro che avanza, c’era un qualche senso. Ma peggio del Macbeth, ripensandoci, per come sono andate le cose.
Contro il sistema
Bonomi: «Ricordo quando Bossi sfiduciò Silvio Berlusconi, dopo sei mesi. Che colpo», se lo ricordano ancora tutti. E quel coraggio, «di coagulare le persone attorno a un’idea di riforma dello Stato in senso federalista, e la volontà di andare contro il sistema». Era il Grande Nord sognato, con le piccole patrie che alzavano la testa, e i Comuni minuscoli innalzavano nuovi cartelli stradali in dialetto. Buguggiate? No, Bügügià, tremila abitanti che mandavano tanti saluti a quelli di Varés, che sono un’altra cosa dai buguggiatesi, sia chiaro.
Sul Venerdì del 10 aprile 2026