La marcia dei diritti è tutta a zig zag
di Claudia ArlettiUn monito della Consulta qui, un richiamo lì, ma niente, in Parlamento quando si tratta di diritti della persona e di autodeterminazione è invalsa l’abitudine di fingersi morti: se non ci fossero i giudici a dirimere le questioni più spinose sui diritti di single e coppie Lgbtq+, sulle ultime scelte e su certi lasciti odiosi del patriarcato, avremmo ancora le leggi di un Paese che non esiste più.
Lui&lui
Adesso, per esempio, c’è chi aspetta con apprensione la decisione della Corte Costituzionale su un caso sollevato dal Tribunale dei minori di Venezia: riguarda una coppia di uomini che chiede di poter adottare un bambino all’estero.
Hanno entrambi 40 anni, uno è un manager, l’altro gestisce un salone di bellezza; il tribunale ha accertato che tra loro sussiste …
Un monito della Consulta qui, un richiamo lì, ma niente, in Parlamento quando si tratta di diritti della persona e di autodeterminazione è invalsa l’abitudine di fingersi morti: se non ci fossero i giudici a dirimere le questioni più spinose sui diritti di single e coppie Lgbtq+, sulle ultime scelte e su certi lasciti odiosi del patriarcato, avremmo ancora le leggi di un Paese che non esiste più.
Lui&lui
Adesso, per esempio, c’è chi aspetta con apprensione la decisione della Corte Costituzionale su un caso sollevato dal Tribunale dei minori di Venezia: riguarda una coppia di uomini che chiede di poter adottare un bambino all’estero.
Hanno entrambi 40 anni, uno è un manager, l’altro gestisce un salone di bellezza; il tribunale ha accertato che tra loro sussiste «un legame molto solido e intenso» e che «traspare fiducia e stima nell’altro». Possiedono «risorse idonee a farsi carico di minori in stato di abbandono» e hanno espresso in aula il loro «grande desiderio di famiglia, di poter dare amore a un bambino», ma la cosa è impossibile perché la legge consente l’adozione alle coppie sposate eterosessuali, e soltanto da un anno la permette ai single. In estrema sintesi, ai giudici della Consulta il quadro che si presenta è questo: gli etero e i single possono adottare, la coppia gay non può, ma se i due si lasciano e ciascuno presenta l’istanza di adozione come single, allora sì che si può.
Ci vorrà un anno o giù di lì per sapere come finirà, dicono le avvocate trevigiane Eleonora Biondo e Valentina Pizzol che seguono il caso. Pizzol, attivista della rete Lenford, giudica grottesca la situazione, e non si può darle torto: «Se i nostri clienti divorziassero, ciascuno di loro potrebbe adottare un bimbo e, dopo, anche ricostituire l’unione civile, aggirando l’ostacolo». Quanto al tribunale dei minori di Venezia, che ha chiesto lumi alla Corte, non sembra avere dubbi: «Qualora persistesse il divieto di accesso all’adozione internazionale per le coppie unite civilmente, si produrrebbero effetti irragionevoli, discriminanti e non giustificati». Ma non saremmo a questo snodo se la Corte Costituzionale, con la sentenza numero 33 del 21 marzo 2025, non avesse scardinato e messo al passo con i tempi, almeno in parte, una delle leggi più immobili del Paese, la 184 del 1983 che appunto regola adozioni e affidi, aprendo la porta a un domino di novità cui andremo incontro, prevedibilmente, nel sonno dei parlamentari.
La giudice aspirante madre
Il quesito di legittimità era stato sollevato dal Tribunale per i minorenni di Firenze: Raffaella B., magistrata single, aveva inoltrato la propria «dichiarazione di disponibilità ad adottare un minore straniero» ed era risultata determinata e capace. Ma la legge italiana consentiva l’adozione da parte dei single solo nei casi speciali (quando, per esempio, un bambino era rifiutato da tutte le coppie etero cui veniva “proposto”, e non entriamo nel merito di quanto fosse aberrante questo meccanismo). Un anno fa, con il disaccordo del governo, la Consulta ha ritenuto il divieto contrario alla Costituzione e ha incrociato per così dire la sua riflessione con le norme della Cedu (la Convenzione europea dei diritti dell’uomo), che tutelano i diritti fondamentali, incluso quello individuale alla “protezione” di quella particolare aspirazione alla genitorialità che è la disponibilità ad adottare un minore straniero, peraltro con uno scopo di solidarietà sociale. Insomma, un po’ grazie all’Europa, Raffaella B. ha avuto ragione.
A questo punto s’intravede dietro l’angolo, per le coppie gay e per i single, la possibilità di accedere anche all’adozione nazionale, cioè di minori italiani. E, se allarghiamo lo sguardo, si nota che, con un giro largo e un po’ macchinoso, a forza di mettere mano alla legge sull’adozione e sullo status dei figli, e malgrado il Parlamento non ci pensi neanche lontanamente, l’Italia vada verso il pieno riconoscimento delle coppie omosessuali, per le quali non si registrava niente di nuovo dal 2016, cioè da quando il governo Renzi ha introdotto l’unione civile. Una tappa storica di questa marcia per traverso è la sentenza del maggio 2025: la Consulta ha stabilito che, nel caso di una coppia lesbica, anche la madre intenzionale (cioè non biologica) possa riconoscere da subito il figlio nato all’estero mediante procreazione medicalmente assistita (pma). Niente più adozione speciale, con test, colloqui e anni di attesa, bensì la semplice iscrizione sull’atto di nascita. Poi, certo, in assenza di indicazioni del Parlamento e dei ministeri, per mesi negli uffici anagrafe c’è stata tanta confusione: basta l’autodichiarazione? O servono i documenti della clinica per “provare” che c’è stata una pma? E siamo sicuri che l’ok del tribunale non serva più?
Ma, come spiega l’avvocato trentino Alexander Schuster, l’uomo della provvidenza di tante coppie omosessuali, gli assessorati si sono dati da fare per adeguarsi: «Milano per esempio funziona molto bene, anche i Comuni più piccoli si sono messi in pari, e ci sono le riviste di settore, iper specializzate, che spiegano come si fa. Vero che, nel silenzio del ministero, la prassi è diversificata».
Scacco matto
Alessia Crocini, dell’associazione Famiglie Arcobaleno, ben felice di questa sentenza, ricorda però che resta sbarrata ogni strada alle coppie uomo-uomo che vanno all’estero per la procreazione assistita cioè per il cosiddetto “utero in affitto” (espressione questa che un’attivista Lgbtq+ non userebbe mai, sia chiaro). Tornare a casa con un bambino nato da madre surrogata è un reato, anzi, un “reato universale”, come è stato pomposamente definito; e dunque, «perché intervenga la Consulta, bisogna che un tribunale sollevi il problema, servirebbe un casus belli». Ma chi andrà mai a mettere la testa nella bocca del cannone, rischiando di finire in cella?
Ultimo tassello.
In Parlamento chi è sempre in prima fila su questi temi, a detta di tutti, è la senatrice 5Stelle Alessandra Maiorino. Al Venerdì dice che l’abdicazione del Parlamento le fa una gran tristezza: «Un tempo almeno ci si provava, si facevano le leggi sul divorzio e sull’aborto, sapevi che arrivava il referendum, era la normale dialettica, il Paese andava avanti... Oggi si lascia fare ai giudici, poi in malafede li si incolpa di essersi intromessi». Lei su che cosa agirebbe subito? «La legge sulle unioni civili. Andava bene nel 2016, ormai è tempo del matrimonio egualitario». Ad averci il coraggio.
Sul Venerdì del 17 aprile 2026