Ogni volta che non sono in grado di uscire da un’impasse, mi affido al personaggio per tirarmi fuori. Chiedo cioè a qualcosa che esiste solo sulla carta di darmi una mano nella vita. Non che io sia bravo, ad inventarne. Mi sfianca infatti la coerenza, la lealtà che gli si chiede ad un rovello, e persino ad un contesto. Ma se sono nel guado di uno stallo in cui – detta come la vivo mentre accade – non so che fare di me stesso, l’idea che io possa essere il personaggio di un romanzo solleva molto del peso che non so portare. Come se lo potessi dividere con quell’altro (che sono sempre io), che certo saprebbe cosa farne, o come comportarsi, se fosse al posto mio ma dentro la cornice di un titolo e una copertina.
Non è tanto, me ne rendo conto, ma è quel che la scrittura mi può restituire dopo il tanto – o il tutto – che le dono di me stesso. E di solito funziona. Per attivarlo mi è sufficiente la radio mentre guido, sintonizzata su una stazione che ascolto soltanto quando non c’è nessun altro insieme a me. È una radio di musica texana, country prevalentemente. La musica è mediocre, ed è intervallata da pubblicità di aggiustatori, di garage, di medicine dimagranti e di avvocati pronti a schiacciare – così dicono – la controparte come un chiodo. Pur alla guida della nostra utilitaria, modesta anche nelle dimensioni, dentro quella musica e nel paesaggio texano oltre il finestrino, di colpo la mia vita si compatta. E io divento quel che non sono affatto: uno di loro, alla guida di un pick-up, che va incontro alla giornata e sa come affrontarla. Schiacciandola con decisione come un chiodo.
È una finzione, certamente, e delle più semplificate. Ma è, appunto, anche una restituzione per tutto il tempo che trascorro a farle diventare vere, quale che sia la realtà da cui sono originate. È la vita con la colonna sonora, in fondo, e credo sia un meccanismo naturale. Quello che un brano musicale d’improvviso porta in dote alla vita quotidiana: aggrega i fatti più insensati e più sconnessi nell’illusione di un significato. Non sono io, che goffamente provo a sopravvivere allo spauracchio della resa, ma al contrario sono il protagonista di una storia, ai titoli di coda. Che non vuol dire che abbia vinto o abbia perso, ma che c’era una ragione di solito sintetizzata dal titolo che campeggia sullo schermo o in copertina.
E così insomma, la stazione radiofonica texana funziona da attivatore. Parcheggio e poi la spengo, ma l’effetto dura ancora qualche ora. Eccolo qua, mi dico parlando di me stesso, il texano che cammina. Mi guardo bene ovviamente dal buttare un occhio alla mia auto parcheggiata, perché so che ritroverei la zucca. Ma non importa, è un’illusione sufficiente, una semplificazione che ho imparato dal leggere e scrivere le storie. Che tengono dentro quella e poi però anche la fase successiva, quella in cui di colpo tutto torna di nuovo a battere alle tempie come un dubbio, e al ritorno c’è soltanto una zucca – e non più un pick-up – da sfilare in retromarcia e poi riprendere la strada verso casa. Lo so perché non posso non vederlo, perché gli pneumatici delle altre auto accanto ai miei arrivano oltre la mia testa. Ma non importa, perché qualcosa l’ha portato a chiedere aiuto al personaggio. Qualcosa di buono me l’ha estratto, fare un giro da texano. Fosse anche soltanto una frase detta con decisione in una riunione di dipartimento. O a tenere con fermezza il timone della solitudine, a novemila chilometri dall’Italia, o nella vita senza colonna sonora in cui ci barcameniamo.
Sul Venerdì del 17 aprile 2026