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I Blues Brothers tornano in missione per conto di Dio. A fumetti

L’illustrazione di Felipe Sobreiro per The Escape of Joliet Jake (a luglio in Italia con Silver Quail). 

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I fratelli Jake ed Elwood in un’avventura inedita voluta dagli eredi di Dan Aykroyd e John Belushi. Che qui spiegano perché
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Per finire bene, tutto deve andare male. È la regola dei Blues Brothers, incuranti di incidenti illimitati, demolizioni, ex rancorose e truppe d’assalto, perché tanto hanno un mandante al di sopra della legge. In missione per conto di Dio salvarono l’orfanotrofio e soprattutto il blues, nel film che nel 1980 diventò di culto contro ogni logica di mercato: un musical anomalo con molta azione e niente sesso, sangue o droghe. Eccessi solo di velocità e di pollo fritto. Lasciammo Jake e Elwood nel penitenziario di Chicago e lì li ritroviamo nel primo graphic novel dedicato, Il ritorno dei Blues Brothers. La fuga di Joliet Jake, edito da Z2Comics (a luglio esce in italiano per Silvery Quail, Raven Distribution). È illustrato da Felipe Sobreiro, scritto da Luke Pisano (figlio di Judy, la vedova di John Belushi), James Werner e Stella Aykroyd, supervisionato da suo padre Dan, che in prefazione scrive: “Adoro che i due ora siano prigionieri-trofeo, leggendari come Al Capone, casinisti recidiv…

Per finire bene, tutto deve andare male. È la regola dei Blues Brothers, incuranti di incidenti illimitati, demolizioni, ex rancorose e truppe d’assalto, perché tanto hanno un mandante al di sopra della legge. In missione per conto di Dio salvarono l’orfanotrofio e soprattutto il blues, nel film che nel 1980 diventò di culto contro ogni logica di mercato: un musical anomalo con molta azione e niente sesso, sangue o droghe. Eccessi solo di velocità e di pollo fritto. Lasciammo Jake e Elwood nel penitenziario di Chicago e lì li ritroviamo nel primo graphic novel dedicato, Il ritorno dei Blues Brothers. La fuga di Joliet Jake, edito da Z2Comics (a luglio esce in italiano per Silvery Quail, Raven Distribution). È illustrato da Felipe Sobreiro, scritto da Luke Pisano (figlio di Judy, la vedova di John Belushi), James Werner e Stella Aykroyd, supervisionato da suo padre Dan, che in prefazione scrive: “Adoro che i due ora siano prigionieri-trofeo, leggendari come Al Capone, casinisti recidivi, fuorilegge musicali. Passiamo alla nuova generazione ciò che non deve essere dimenticato”. La storia corre dietro a una misteriosa valigetta e si svolge nel 1997, come sequel del film, niente a che vedere con la trama di Blues Brothers. Il mito continua uscito al cinema nel 2000, senza Belushi, morto nel 1982. Qui si ripristinano i due protagonisti, affiancati da altri adepti per comici disastri, ideati da chi oggi tutela il marchio.

«Sono cresciuta con mio padre e assicuro che c’è dell’Elwood in lui, specialmente alla guida», dice Stella Aykroyd al Venerdì. «Conosciamo bene il personaggio suo e di Jake, sappiamo cosa farebbero e cosa no. Nudità e profanazione non erano nella loro etica e abbiamo mantenuto questa purezza. Cosa potevamo aggiungere? Al tempo papà scrisse oltre 300 pagine di sceneggiatura e le spedì nell’involucro delle Pagine Gialle al regista John Landis, che le riportò a un formato “umano”. Potevamo recuperare quelle parti tagliate, invece abbiamo inserito rimandi alla nostra vita reale, che la gente ignora. Tipo il club 505, lo speakeasy che nel 1974 mio padre aprì a Toronto. Lì nacque la vera band dei Blues Brothers».

Fatti di famiglia, dunque. Dan Aykroyd s’interessa di teologia e paranormale? Allora il suo Elwood diventa reverendo e incappa nel soprannaturale. Poi c’è l’amicizia solida e surreale fra lui e Jake/Belushi. «Insieme interpretarono il sogno di chi lavora nelle cucine e passa i guai pur di suonare», spiega Werner. «Nel fumetto riveliamo per la prima volta il momento in cui i due diventano fratelli in orfanotrofio. Lo decidono, si scelgono, come avvenne nella realtà». Una connessione misteriosa. Spiega Pisano: «Dan e John erano personalità diverse affratellate dalla musica. Belushi amava l’heavy metal, cantava e suonava la batteria. Fu Dan a folgorarlo con il blues, e misero su i Blues Brothers ben prima degli sketch al Saturday Night Live e del film».

Secondo Stella Aykroyd, i due si sintonizzarono fuori e dentro lo schermo: «Mio padre racconta che a un certo punto, sul set, John non si trovava più. Allora si chiese: se fossi lui, dove andrei? Cominciò a camminare, vide una fattoria, bussò e il proprietario rispose: “Sì, il signor Belushi dorme sul divano”. Mangiava e riposava da sconosciuti, era soprannominato “l’ospite d’America”». Aggiunge: «Mio papà torna ragazzino quando ricorda l’emozione di sentir cantare i suoi miti nel film. Gli tremavano le gambe».

Stupisce che vi comparissero mostri sacri come Aretha Franklin, Cab Calloway, James Brown, Ray Charles, John Lee Hooker (che ispirò il look Blues Brothers), ma nel 1979 tirava più la disco music e nessuno più li ingaggiava. Quei giganti non sapevano cantare due volte nello stesso modo e il playback fu un incubo per le riprese. Tanto che James Brown, alla fine, cantò dal vivo. Ne uscì un film troppo “afro” per le sale degli Stati del Sud, ma il pubblico accorse, la colonna sonora dominò le classifiche e i diritti furono versati tutti agli autori originali dei brani. Eppure, i Blues Brothers furono tacciati di appropriazione culturale: «Fu invece conservazione culturale», sottolineano i tre autori su Zoom: «Fecero più loro di chiunque altro per il blues. Le carriere di chi partecipò al film si impennarono, migliaia di persone fondarono band, nacque la catena House Of Blues. La loro missione è oggi la nostra: tornare a far brillare il blues, portare la sua Bibbia ai giovani».

Nella trama, infatti, inseriscono dei tali CC Daniels e Dryfish, cioè Robert Johnson e Kingfish, la matrice del blues e l’ultimo erede, che nel film Sinners salva il genere con Buddy Guy. Inoltre, pubblicano The Lost Recordings, tredici tracce grezze dei Blues Brothers del 1978, mai sentite prima. L’attacco è una profezia di Dan Aykroyd: «In futuro tutto sarà elettronico e preprogrammato. Nel 2015 nessuno saprà più cosa sia il blues». Hanno ritrovato il cimelio nell’archivio di Judy Pisano, scomparsa da poco e custode della legacy. Suo figlio Luke ha prestato gli oggetti di scena originali alla Hall Of Fame, sperando diventi una mostra itinerante. «Le armoniche di mio padre invece sono sparse per casa» ride Stella, «gli occhiali da sole originali non si possono rimuovere dal suo cassetto». I tre conoscono anche la foto di Robert Prevost da Chicago, seminarista con collare, Fedora e occhiali scuri: «Papa Leone XIV è un fan, abbiamo inviato il fumetto a lui e al fratello».

La Bluesmobile che distrusse centro commerciale e palazzo civico (scena da Guinness dei primati per il maggior numero di incidenti d’auto) qui entra con la solita nonchalance nel museo di arte contemporanea, inseguita da vecchiette, polizia e commessi del Casinò. Mancano i Nazisti dell’Illinois: «Non volevamo essere timidi sulla politica» dicono, «sarebbe stato catartico buttare giù i neonazisti o il Ku Kux Klan ma abbiamo inventato nuovi avversari». Certo, l’epicità del film non si può riportare su carta. Sul set giravano venti ambulanze, tre elicotteri, centinaia di comparse, stuntmen, macchine-missili lanciate a 200 km orari e protette da Nostra Signora della Santa Accelerazione, ma c’è qualcosa che una pellicola non può fare e il graphic novel sì: riportare in vita John Belushi.

«Volevamo fargli fare un’altra avventura», spiega Aykroyd, «quando abbiamo visto il primo disegno di lui invecchiato, noi e mio padre ci siamo commossi. Ci ha reso felici e spezzato il cuore. Questo è il primo passo. Vogliamo trasformare il fumetto in un film d’animazione tipo Spider-Man. Un nuovo universo, in un’esperienza 4D con musicisti dal vivo ad ogni proiezione. Il blues deve trovare una piattaforma, nuovi fratelli. Se vuoi essere un Blues Brother, hai la musica come unica strada, il resto non conta. Perché Jake e Elwood possono mettere a fuoco il mondo, ma non brucerebbero mai un palco».

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