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Le città da ricchi. E quelle da poveri

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Panchine scomparse per non far sostare le persone. Spazi gratuiti ridotti. Dissuasori sonori anti-movida. Irrigazioni anti-clochard. Le metropoli sono cambiate «e non in meglio», spiega l’urbanista Elena Granata
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C’è il Jardin du Luxembourg a Parigi e c’è piazza della Repubblica a Monfalcone. Nel primo, oltre a un discreto numero di panchine, ci sono 4.500 sedie verdi – due secoli fa in ferro battuto, oggi in alluminio – che chiunque può spostare e sistemare dove più lo aggrada. Nel secondo c’erano un po’ di robuste panchine che l’ex sindaca turbo-leghista Anna Maria Cisint ha smantellato in nome del decoro. In altre parole, ci si sedevano troppe persone dal colore della pelle sbagliato. Risultato: anche i bianchi sono rimasti in piedi. O si siedono, pagando la consumazione, nel bar davanti al Municipio. La città è di tutti (Einaudi), avverte l’urbanista Elena Granata. O meglio lo era. Perché l’”architettura ostile”, o difensiva che dir si voglia, ha ingaggiato da decenni una lotta a bassa intensità contro migranti, poveri, ma anche bambini e tutti quelli che non vogliono/possono spendere per ogni singola utilità che il luogo dove viviamo è in grado di offrire. «Dal ’700 al ’900» ci dice l’urb…

C’è il Jardin du Luxembourg a Parigi e c’è piazza della Repubblica a Monfalcone. Nel primo, oltre a un discreto numero di panchine, ci sono 4.500 sedie verdi – due secoli fa in ferro battuto, oggi in alluminio – che chiunque può spostare e sistemare dove più lo aggrada. Nel secondo c’erano un po’ di robuste panchine che l’ex sindaca turbo-leghista Anna Maria Cisint ha smantellato in nome del decoro. In altre parole, ci si sedevano troppe persone dal colore della pelle sbagliato. Risultato: anche i bianchi sono rimasti in piedi. O si siedono, pagando la consumazione, nel bar davanti al Municipio. La città è di tutti (Einaudi), avverte l’urbanista Elena Granata. O meglio lo era. Perché l’”architettura ostile”, o difensiva che dir si voglia, ha ingaggiato da decenni una lotta a bassa intensità contro migranti, poveri, ma anche bambini e tutti quelli che non vogliono/possono spendere per ogni singola utilità che il luogo dove viviamo è in grado di offrire. «Dal ’700 al ’900» ci dice l’urbanista del Politecnico di Milano, «abbiamo costruito le città togliendo ai nobili per dare alla cittadinanza. Mentre negli ultimi cinquanta abbiamo imboccato un percorso inverso. Trasformandole in piattaforme che producono rendita perché mettono a disposizione ogni tipo di merce, dalle case su Airbnb, ai trasporti su Uber, al commercio su Amazon e via intermediando. Ma non ci rendiamo conto che, dicendo sì a questa spoliazione, stiamo liquidando il patrimonio di famiglia messo insieme dalle generazioni prima di noi. Già far notare che ciò accade è, secondo me, sovversivo».

Descriviamo i segni della spoliazione. Nel libro cita altri esempi di architettura ostile…

«Esistono tanti modi per far sì che la gente si muova e non stazioni. Tipo i dissuasori acustici che emettono ultrasuoni uditi bene dai giovanissimi, usati a Filadelfia per scoraggiarli dal frequentare certe zone della movida. O altri esempi presi da San Francisco: le aiuole con piante spinose per tenere lontane le persone o sistemi di irrigazione che partono in automatico solo con lo scopo di evitare che i barboni si mettano a dormire nei paraggi. Oltre, ovviamente, all’introduzione di braccioli in sempre più panchine, per impedire che diventino giacigli. Misure decoro-cratiche che hanno contagiato la sinistra, anche in Italia, in nome di una bonifica dello spazio pubblico che ne faciliterebbe la destinazione commerciale ma che finisce per penalizzare anche anziani, mamme e bambini che cercano solo un posto dove tirare il fiato. In controtendenza spicca il Brasile che ha emanato una legge, ispirata a padre Júlio Lancellotti, che vieta il design di spazi pubblici che ne ostacoli il godimento da parte di tutti».

Se la prende anche con la scomparsa della gratuità e con quella, meno banale, del buio: ci spiega meglio?

«Dalle sale d’aspetto nelle stazioni – sostituite da lounge per chi fa parte del club – ai bagni pubblici, la decimazione di spazi di gratuità è sotto gli occhi di tutti. Compreso il fatto che trovare un posto dove mangiare con 5-7 euro è diventato impossibile. Sembrano smottamenti da poco, ma formano la più grande trasformazione mai avvenuta, à la Polanyi, da città come luogo del progetto di vita a quella di piattaforma di merce e rendita. Per quanto riguarda il buio, ormai è interdetto anche di notte da illuminazioni sempre più aggressive. Che minano la normale alternanza sonno/veglia con conseguenze gravi sulla salute. I neuroscienziati hanno dimostrato che siamo così disabituati al buio assoluto che i bastoncelli, la parte dell’occhio deputata a gestire l’oscurità, non vengono quasi mai attivati».

Quest’ultima notazione non esonda un po’ il perimetro dell’urbanistica che lei insegna?

«Non credo. In questo libro provo a ragionare sui nuovi universali, visto che quelli classici sono entrati in crisi. Di loro fa parte il diritto all’acqua, sia potabile che come accesso alla balneabilità. A una città a misura di bambino. Possibilmente illuminata in maniera più umana. Come accade in alcuni begli esperimenti, come il ri-disegno delle luci di piazza don Gallo a Genova. Città che ha compiuto anche un’interessante risocializzazione di quattro ville nobiliari che portano alla spiaggia urbana di Nervi».

Altre misure per invertire la tendenza?

«Moltiplicare le cose che si possono fare gratis. Dall’ingresso equo nelle piscine pubbliche alla possibilità di sedersi in una piazza, a patto che sia ombreggiata. Dico questo perché spesso una tendenza alla monumentalità ha la meglio sulle considerazioni di usabilità. Nel libro la lista è più dettagliata e comprende Città 30, ripensare i percorsi casa-scuola per i bambini, ripensare le strisce pedonali».

Cita anche i dehors incoraggiati durante la pandemia. Belli, però oggi contendono spazio ai marciapiedi: che fare?

«Avevano senso in quella stagione, oggi bisogna tener conto di quando entrano in collisione con funzioni diverse. Tra le iniziative di buon compromesso faccio l’esempio di Seattle dove le strutture restano fruibili dalle persone dopo l’orario di chiusura dei locali. I teenager non sanno mai dove incontrarsi: potrebbero farlo anche lì! Oggi la città è il luogo di molti conflitti, tra turisti e residenti, tra giovani protagonisti della movida e anziani che vogliono dormire. La politica deve, laicamente, farsene carico. D’altronde già nel Medioevo c’erano manuali su come usare lo spazio pubblico in varie ore del giorno. Poi abbiamo perso la consuetudine».

Un conflitto è anche tra Airbnb e fisionomia delle città. Come si affronta evitando la via breve del populismo?

«Il ricorso a Airbnb per far quadrare il cerchio economico di tanti italiani è uno dei principali indicatori della natura povera del nostro lavoro. Abbiamo le case di proprietà e quelle mettiamo a reddito. Già ammettere che vada cercato un punto di equilibrio, invece di fingere come fa il nostro governo che possa pensarci il libero mercato, è un inizio di soluzione. Bisogna vedere città per città, evitando le monoculture turistiche. Lo stesso vale per la svendita del patrimonio immobiliare pubblico ai fondi stranieri. Come ci ricorda Salvatore Settis, già all’inizio del secolo lo Stato aveva impedito molte vendite all’estero di opere d’arte. Lo stesso dovrebbe oggi essere fatto coi palazzi di pregio. Ma il tema non è nemmeno sul tavolo».

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