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Son House: musicista, sant’uomo e peccatore

L’album del 1965 The Legendary Son House: Father of Folk Blues che contiene John The Revelator interpretata dal musicista, morto nel 1988 a 86 anni 

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La canzone di questa settimana è il classico blues “John the Revelator”
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Questa è musica del diavolo, strettamente imparentata col Nuovo Testamento: John The Revelator (Giovanni di Patmos, l’autore del Libro dell’Apocalisse), interpretata a cappella, esattamente come un canto di lavoro, dal leggendario Son House (1902-1988) – vent’anni fa ispirò l’omonima canzone dei Depeche Mode. Gospel + Blues. Sinners – I peccatori, il film plurinominato agli Oscar 2026, contiene metafore suggestive sulla storia della musica afroamericana del secolo scorso, avvalorate dalla presenza (potente, anche se solo un cameo) del novantenne Buddy Guy, uno dei grandi sopravvissuti del blues, erede della gloriosa tradizione di Blind Willie Johnson (che incise John The Revelator già nel 1930), Leadbelly, Robert Johnson e Furry Lewis.

La versione di John The Revelator registrata da Son House nel 1965 (ne esistono di precedenti) è nuda, potente come un flamenco che si accompagna col solo battito delle mani, la voce roca che evoca la vita travagliata di sant’uomo e peccatore del …

Questa è musica del diavolo, strettamente imparentata col Nuovo Testamento: John The Revelator (Giovanni di Patmos, l’autore del Libro dell’Apocalisse), interpretata a cappella, esattamente come un canto di lavoro, dal leggendario Son House (1902-1988) – vent’anni fa ispirò l’omonima canzone dei Depeche Mode. Gospel + Blues. Sinners – I peccatori, il film plurinominato agli Oscar 2026, contiene metafore suggestive sulla storia della musica afroamericana del secolo scorso, avvalorate dalla presenza (potente, anche se solo un cameo) del novantenne Buddy Guy, uno dei grandi sopravvissuti del blues, erede della gloriosa tradizione di Blind Willie Johnson (che incise John The Revelator già nel 1930), Leadbelly, Robert Johnson e Furry Lewis.

La versione di John The Revelator registrata da Son House nel 1965 (ne esistono di precedenti) è nuda, potente come un flamenco che si accompagna col solo battito delle mani, la voce roca che evoca la vita travagliata di sant’uomo e peccatore del Delta: si rifiutò fino a 25 anni di cantare canzoni laiche; si fece le ossa nell’infame penitenziario di Parchman Farm, nel Mississippi; visse di stenti durante la Grande Depressione; divenne un discepolo di Charlie Patton; come tanti colleghi fu cancellato dallo swing e riscoperto negli anni Sessanta (da Alan Wilson dei Canned Heat), quando i musicisti bianchi trovarono nel blues una inesauribile e redditizia fonte d’ispirazione (il fenomeno del blues revival fu travolgente tanto nel Regno Unito quanto negli Usa – un’appropriazione, o un esproprio che dir si voglia, iniziata con Elvis e ancora in corso, parallelo all’evoluzione del rock).

Nei pochi minuti di John The Revelator, Son House scrive la sua voluminosa autobiografia senza redenzione: figlio di schiavi, salvato dal gospel e tradito dal blues. Non è folk, è vita. PS: non perdetevi le versioni di John The Revelator incise da Tom Waits, Nick Cave e The Golden Gate Quartet. E quelle di Sam Moore & James Brown + Sharon Riley & Faith Chora e Taj Mahal in Blues Brothers 2000.

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