Il rugby azzurro è (anche) una cosa da ragazze
di Massimo CalandriOra tutti tifano per i rugbisti italiani, che hanno recentemente battuto i Maestri dell’Inghilterra. Giusto. Ma negli anni passati, quando gli azzurri facevano collezione di Cucchiai di Legno (il premio virtuale e crudele destinato ai peggiori), a tenere alto l’onore italiano, nelle mischie del Sei Nazioni, ci hanno sempre pensato loro: le ragazze. In 17 edizioni del torneo sono arrivate ultime una sola volta. Ogni stagione, almeno un successo. Due, tre. Hanno scritto pagine storiche: nel 2010, la prima vittoria di una Nazionale ovale a Cardiff, Galles, culla di questo sport. E quattro anni fa hanno raggiunto i quarti di finale nella Coppa del Mondo, traguardo che i maschi inseguono – invano – da sempre. Nel ranking mondiale sono in nona posizione. Gli azzurri? Un gradino più sotto: decimi. Corrono, placcano, lottano. Veloci, forti. Tecnicamente all’altezza, coraggiose. Determinate. Simpatiche.
Inconsapevole machismo
Il Sei Nazioni femminile 2026 è appena cominciato. L’Italia giocherà…
Ora tutti tifano per i rugbisti italiani, che hanno recentemente battuto i Maestri dell’Inghilterra. Giusto. Ma negli anni passati, quando gli azzurri facevano collezione di Cucchiai di Legno (il premio virtuale e crudele destinato ai peggiori), a tenere alto l’onore italiano, nelle mischie del Sei Nazioni, ci hanno sempre pensato loro: le ragazze. In 17 edizioni del torneo sono arrivate ultime una sola volta. Ogni stagione, almeno un successo. Due, tre. Hanno scritto pagine storiche: nel 2010, la prima vittoria di una Nazionale ovale a Cardiff, Galles, culla di questo sport. E quattro anni fa hanno raggiunto i quarti di finale nella Coppa del Mondo, traguardo che i maschi inseguono – invano – da sempre. Nel ranking mondiale sono in nona posizione. Gli azzurri? Un gradino più sotto: decimi. Corrono, placcano, lottano. Veloci, forti. Tecnicamente all’altezza, coraggiose. Determinate. Simpatiche.
Inconsapevole machismo
Il Sei Nazioni femminile 2026 è appena cominciato. L’Italia giocherà due partite a Parma: con la Scozia il 25 aprile, con l’Inghilterra il 9 maggio. A prescindere dal risultato, sarà una festa: gli italiani si sono innamorati delle ragazze del rugby. Nonostante i pregiudizi di molti. «Li vivo anche io, sulla mia pelle: ci sono molti addetti ai lavori che restano spiazzati, quando mi incontrano. Un inconsapevole “machismo”: hanno difficoltà a rapportarsi come fanno invece coi miei omologhi maschi. Un vero peccato»: Antonella Gualandri è il primo vicepresidente donna della Federazione rugby. «Ma ci sono anche tanti genitori ancorati al pensiero che questa sia una disciplina solo per maschi, violenta. Niente di più sbagliato: è un gioco di contatto, con regole precise. Adatto a tutte le tipologie fisiche. Soprattutto, è una scuola di vita. Rispetto, sostegno reciproco, coraggio e capacità di rialzarsi insieme. In campo – e fuori – non si è mai sole: è un messaggio potentissimo, soprattutto di questi tempi».
La Nazionale è un mosaico di storie da ascoltare. Giuliana Campanella, team manager e a suo tempo azzurra con tante vittorie ed esperienze, una vita con la palla ovale: «All’inizio rimani incastrata, poi diventa una malattia. Una storia d’amore». Aveva cominciato adolescente alla fine degli anni Ottanta, in una frazione di Messina, Castanea. «Amicizie, viaggi, avventure: libertà. E lacrime: come quando ho dovuto rinunciare ai mondiali del 2007, perché dovevo allattare la mia seconda figlia nata in Nuova Zelanda». Sorride serena: «Prima nel gruppo ero una sorella, poi una cugina un po’ più grande: ora mi sento quasi una mamma, per quelle che giocano».
Ninna-nanna in tribuna
La prima partita di rugby femminile giocata in Italia è della primavera 1980. Cinque anni dopo, l’esordio del campionato e delle azzurre, che a Riccione affrontarono la Francia: finì zero a zero. Una delle pioniere si chiamava Mansueta Palla, ma non fatevi ingannare dal nome: si prese due giornate di squalifica per aver colpito con un pugno un’avversaria. Fango e rimmel, scriveva vent’anni fa Corrado Sannucci, celebrando l’agonismo però al tempo stesso la “via italiana” al gioco, fatta di tecnica e rapidità, grazia e coordinazione più che forza bruta. Di queste ragazze ci si può fidare. Elisa Giordano, il capitano, dice che oggi la squadra ha soprattutto il pregio di «non mollare mai»: «E poi c’è unione, una famiglia vera, ma anche leggerezza, sorrisi. Ci divertiamo, a partire dalla playlist (musica techno e rap) che facciamo insieme, e ci accompagna negli allenamenti». Prima dell’ultima partita, sugli armadietti dello spogliatoio ciascuna di loro ha trovato una foto di quando aveva cominciato, da bambina: si sono commosse.
Anche Michela Merlo è una mamma, fino a poco tempo fa giocava nel ruolo di pilone. «Ho cominciato tardi, a 26 anni: prima tanta pallavolo, softball, pattinaggio. Questo sport mi ha fatto stare bene: con me, e gli altri». Ora è nello staff tecnico della squadra. Ai mondiali dello scorso anno ha portato con sé Pietro, dieci mesi, e per aiutarla le rugbiste si davano il cambio: quelle che non scendevano in campo, eccole in tribuna a cullare e cantare la ninna-nanna al piccolo.
Francesca Sgorbini, terza linea, protagonista in Francia dove ha già vinto uno scudetto. Aveva cominciato con le Formiche di Pesaro, a otto anni: «Mi incuriosiva quel pallone, gli strani rimbalzi. Alla fine del primo allenamento, ero coperta di fango dalla testa ai piedi. Mia madre mi si è avvicinata, preoccupata: “Hai visto che non era una cosa da femmine?”. Io l’ho guardata, scoppiavo di gioia: “È la cosa più bella del mondo”, le ho risposto».
Sara Tounesi sembra un’indossatrice. Ha dovuto appena dire addio al rugby giocato, dopo esperienze in Francia e Inghilterra, per colpa di un infortunio al ginocchio. «Mi piacerebbe dare un consiglio alle bambine italiane: fate tutto quello che vi rende felici. Io, la felicità l’ho trovata in questo sport. Mi ha fatto sentire me stessa: libera».
In questi anni il rugby femminile è diventato un fenomeno mondiale: giocatrici, spettatori, sponsor. Numeri in crescita esponenziale. In Italia però le tesserate sono circa 5.400. «Poche. Troppi club non hanno ancora una sezione femminile», spiega Antonella Gualandri. «Stiamo investendo, ma possiamo e dobbiamo fare molto di più, perché è un “prodotto” con un grande potenziale. Bisogna continuare a lavorare con forza sugli stereotipi, abbattendo i pregiudizi, portando questo sport nelle scuole e promuovendone il valore educativo e inclusivo. Il mio sogno è partecipare alle Olimpiadi con la squadra a 7 delle ragazze. Perché il rugby è bellissimo. La squadra maschile sta facendo delle cose importanti. Ma le ragazze, venite a vederle: sono straordinarie».