La mia vita da sindaco in Cisgiordania: “Resistere qui è un’impresa”
di Francesca Borri«In Cisgiordania, l’acqua spesso arriva da Israele. Ma con questo tubo, collegato a due nuovi pozzi, Nablus avrà la sua di acqua. E non dipenderà da nessuno. Solo che per pomparla, è necessaria l’elettricità, e l’elettricità arriva da Israele. E quindi, ho ordinato questo», dice, indicando uno scatolone giallo: un generatore. Un generatore a gasolio. Ma il gasolio? dico. Da dove arriva? «Da Israele». E con la guerra all’Iran, e il blocco di Hormuz, Israele ha subito sospeso le forniture. In Palestina i problemi non si risolvono: si spostano.
Husam Shakhshir, 68 anni, è il sindaco che trent’anni fa come oggi, il premier israeliano Yitzhak Rabin e il presidente palestinese Yasser Arafat avrebbero voluto. Professore di Diritto internazionale, una vita nella Croce Rossa in giro per il mondo, è un uomo minuto e calmo, pacifista senza se e senza ma: affronta tutto un tubo alla volta. Con pragmatismo. E una pazienza – e tenacia – infinita.
Ogni sua energia è dedicata alla costruzione dello S…
«In Cisgiordania, l’acqua spesso arriva da Israele. Ma con questo tubo, collegato a due nuovi pozzi, Nablus avrà la sua di acqua. E non dipenderà da nessuno. Solo che per pomparla, è necessaria l’elettricità, e l’elettricità arriva da Israele. E quindi, ho ordinato questo», dice, indicando uno scatolone giallo: un generatore. Un generatore a gasolio. Ma il gasolio? dico. Da dove arriva? «Da Israele». E con la guerra all’Iran, e il blocco di Hormuz, Israele ha subito sospeso le forniture. In Palestina i problemi non si risolvono: si spostano.
Husam Shakhshir, 68 anni, è il sindaco che trent’anni fa come oggi, il premier israeliano Yitzhak Rabin e il presidente palestinese Yasser Arafat avrebbero voluto. Professore di Diritto internazionale, una vita nella Croce Rossa in giro per il mondo, è un uomo minuto e calmo, pacifista senza se e senza ma: affronta tutto un tubo alla volta. Con pragmatismo. E una pazienza – e tenacia – infinita.
Ogni sua energia è dedicata alla costruzione dello Stato palestinese che in base agli Accordi di Oslo del 1993 avrebbe dovuto essere pronto in cinque anni. Trent’anni dopo, l’area della Cisgiordania sotto controllo palestinese ( l’Area A) è il 18 per cento del totale e Gaza non esiste più. La Knesset, intanto, ha appena approvato l’impiccagione per i palestinesi che uccidono un israeliano. Anche se, in genere, a essere uccisi sono i palestinesi.
Soldi dall’estero
Qui intorno, sono tutti coloni. «So che le cose di cui mi occupo sembrano cose minime. E tecniche. Ma sono profondamente politiche. Perché è solo così che consenti ai palestinesi di rimanere: e soprattutto, è solo così che dimostri che un governo, qui, c’è già, e funziona. Che non serve un Board of Peace», dice il sindaco snocciolando i dati dell’opera di cui va più orgoglioso: un impianto per il trattamento delle acque reflue da cui si avrà acqua per l’irrigazione. Un impianto da sessanta milioni di euro.
Finanziato dall’Unione europea. Trent’anni dopo, per i palestinesi è questo l’unico modo per costruire infrastrutture: ottenere fondi dall’estero. Non avendo il controllo delle frontiere, e della moneta, non hanno un’economia. Non si direbbe.
Nablus ha 180mila abitanti ed è una delle città più belle, e vive, dell’intero Medio Oriente. Nelle vie in pietra della sua Old City, tra hammam ottomani, e spezie e datteri, e il sapone che si fa come una volta, con l’olio, hai artigiani e artisti di ogni tipo e caffè in cui, la sera, ancora c’è il meddah, il cantastorie. L’al-Quds, qui, non è la moschea di Gerusalemme, ma il tempio dello knafeh: un dolce a base di formaggio per cui si viene in pellegrinaggio da mezza Palestina. Nessuno penserebbe che una città così sia sotto Occupazione. «Ma in realtà, proprio perché è uno snodo di commercio, Nablus è la città che più è stata stravolta dalle restrizioni alla libertà di movimento di questi anni», dice il sindaco.
«Ramallah è a quaranta chilometri: o magari il doppio. Non sai mai. A volte arrivi in un’ora, a volte in due, o tre. O non arrivi affatto», dice. E in effetti, basta guardare Google Maps. Con 210 insediamenti, 153 avamposti, 94 checkpoint, e 755 altre barriere, la Cisgiordania sembra un vetro in frantumi. «E in più, dall’Autorità palestinese ora non ci viene un centesimo. Perché dopo il 7 ottobre Israele, che riscuote le tasse per conto nostro, ha congelato ogni trasferimento», dice. «Come Comune, ho anticipato circa 55 milioni di euro, chiedendo prestiti alle banche. Ma adesso, le banche non hanno più niente. La mia unica entrata è l’Imu. Meno di cinque milioni di euro», dice mentre, con la tesoriera, cerca 282mila euro per il gasolio, o si fermerà tutto: i netturbini, i pompieri, i poliziotti, le ambulanze. Gli ospedali.
Quando Husam Shakhshir chiama, a Ramallah, il ministro agli Affari locali gli risponde subito. Ma non sa cosa dirgli, perché il problema non è a Ramallah: è a Tel Aviv.
Alle urne, alle urne
A Nablus come nel resto della Cisgiordania domani si vota per le elezioni amministrative. Dunque, per il nuovo sindaco: ma non importa a nessuno. Per molti, qui, l’Autorità palestinese non è che la polizia, a cui va il 23 per cento del bilancio: e che quando l’esercito israeliano piomba in città, si ritira. A Nablus, poi, si vota, sì: ma c’è un’unica lista. Quella che fa capo al presidente Mahmoud Abbas, che ormai governa da solo, con un mandato scaduto nel 2009. Abbas non ha voglia di rischiare, soprattutto non qui: perché è da Nablus che è sempre iniziata l’Intifada.
Dai tempi delle rivolte contro gli inglesi fino ai Lions’ Den, i 18enni della Fossa dei Leoni che nel 2022, armati di M16, hanno sfidato tutti, anche Fatah e Hamas, mobilitandosi su Instagram e TikTok. E che ora ti fissano dai manifesti ai muri, i manifesti dei martiri, come dicono qui: sono stati uccisi uno a uno. E i manifesti con i loro volti sono così tanti che sono uno sull’altro. A strati.
I sopravvissuti sono stati assunti dall’Autorità palestinese. Per Fatah e Hamas l’amministrazione è soprattutto un modo per distribuire stipendi. E assicurarsi consenso e lealtà. «Il comune di Nablus ha duemila dipendenti. Assorbono il 65 per cento del bilancio. E spesso, non sono né preparati né motivati. E non è così che costruisci uno Stato che è già complicato costruire», dice il sindaco. «Non tutto è colpa di Israele, qui».
Al momento, comunque, il sindaco paga solo il 50 per cento degli stipendi. E paga quando gli è possibile. Ma non si sente un po’ tradito? Ha attuato gli Accordi di Oslo alla lettera. Ha scelto di agire: senza mai reagire. E cosa ha ottenuto? Gli insediamenti ormai sono il 42 per cento della Cisgiordania. «Non è facile», dice Shakhshir. «Se avessimo immaginato che sarebbe andata così, non avremmo firmato. In fondo però a Oslo arabi ed ebrei hanno accettato l’idea che non si sbarazzeranno gli uni degli altri, che non è realistico: e questo resta vero», dice. Il punto, continua, è che Israele non è più quello di Oslo.
«Con l’assassinio di Rabin, è cambiato tutto. I coloni non sono degli esaltati sparsi qua e là. Dietro, c’è lo Stato. Che pianifica, finanzia, difende. Avanza. E non c’è partita. Ti sparano. E quindi l’unica, per ora, è rimanere qui. E aspettare. Ma Israele cambierà. Ancora. Gaza sarà il suo Vietnam: da Gaza, verrà fuori un Israele diverso», spiega. Nessun dubbio nella sua voce, anzi. «Oggi penso ancora di più di avere avuto ragione. Questa guerra infinita è la prova che la guerra non risolve niente».
Insieme ma sfiniti
«So che l’Autorità palestinese è molto contestata. Ma con questi poteri, e queste risorse, di più non è possibile», prosegue mentre si infila la giacca per una foto con uno degli al-Masri, una delle famiglie più facoltose di Nablus: hanno donato alla città una nuova scuola. Moltissimo qui – scuole, università, ospedali, parchi – viene dai privati. Inclusi i tanti che hanno trovato fortuna all’estero. E ora che dopo il 7 ottobre la capacità d’acquisto è crollata del 90 per cento e le ong sono andate via, è questo a salvare i palestinesi.
«Viviamo tutti insieme, qui: è tutto in comune. Ti aiuti tra parenti, tra vicini, tra amici. Ma anche tra sconosciuti. Nablus ha ancora i diwan. Gli spazi, spazi pubblici, in cui riunirsi per discutere, decidere, o anche solo per bersi un tè. Ed è questa la sua bellezza vera: la comunità», dice il sindaco. «Qui nessuno è solo. Però siamo sfiniti. Voi in Europa avete il mito della nostra resistenza e resilienza. E per ora, tiriamo avanti, sì. Ma non so per quanto ancora».
Sul Venerdì del 24 aprile 2026