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La città dei bambini

Non è un’utopia, ma un progetto di Francesco Tonucci per migliorare la vita di tutti. Felicemente
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Francesco Tonucci è uno scrittore, un vignettista, un pedagogista, ma soprattutto un visionario. Da decenni, lavora per rendere le città a misura di bambino. Lo ha fatto con un progetto del Cnr che dall’italiana Fano si è esteso a 15 Paesi, dal Portogallo alla Spagna fino al Perù e all’Argentina. Mi è capitato di vedere un documentario su di lui, e con lui protagonista. Non ha ancora una distribuzione (lancio un appello: è bellissimo). Lo ha girato Emanuela Tomassetti. Si intitola La città dei bambini: l’utopia di Francesco Tonucci e conduce chi lo guarda dentro a un incanto. Dentro cioè a un mondo in cui i bambini hanno dei luoghi, i consigli dell’infanzia, in cui poter dire cosa vorrebbero dalla loro città. Quali parchi, quali giochi, quali spazi, quali occasioni. Una città fatta per i più piccoli – spiega Tonucci da sempre – è una città migliore per tutti. Più aperta, più accogliente, più viva, più felice.

Francesco Tonucci è uno scrittore, un vignettista, un pedagogista, ma soprattutto un visionario. Da decenni, lavora per rendere le città a misura di bambino. Lo ha fatto con un progetto del Cnr che dall’italiana Fano si è esteso a 15 Paesi, dal Portogallo alla Spagna fino al Perù e all’Argentina. Mi è capitato di vedere un documentario su di lui, e con lui protagonista. Non ha ancora una distribuzione (lancio un appello: è bellissimo). Lo ha girato Emanuela Tomassetti. Si intitola La città dei bambini: l’utopia di Francesco Tonucci e conduce chi lo guarda dentro a un incanto. Dentro cioè a un mondo in cui i bambini hanno dei luoghi, i consigli dell’infanzia, in cui poter dire cosa vorrebbero dalla loro città. Quali parchi, quali giochi, quali spazi, quali occasioni. Una città fatta per i più piccoli – spiega Tonucci da sempre – è una città migliore per tutti. Più aperta, più accogliente, più viva, più felice.

La sua ultima idea è la campagna #ioescoagiocare, per rivendicare il diritto dei bambini al gioco autonomo, libero e all’aperto. Non a essere iscritti alle varie scuole calcio e scuole tennis (dei costi assurdi parliamo un’altra volta). Non alla competizione, ma al gioco. Invece di fare pensosi convegni sui danni dei telefonini, dovremmo cominciare a ridefinire lo spazio pubblico in modo che i più piccoli possano farne parte da protagonisti. Non ci si pensa abbastanza, non ci si lavora abbastanza, eppure sarebbe così semplice. Se solo si invertisse la scala delle priorità delle città: funzionali al lavoro, al consumo, alla produttività, e non al gioco libero e alla creatività delle giovani generazioni. Quando crescono è anche peggio. Per gli adolescenti, la proposta dello spazio pubblico è per lo più somministrazione alcolica: bar, sale gioco, marciapiedi dove stare in massa a bere e fumare.Nel documentario, Tonucci fa una riflessione che mi è sembrata rivelatrice: ci chiediamo spesso da dove arrivi l’adultizzazione dei bambini, il loro replicare troppo presto modelli anche negativi. E non pensiamo che fingersi “grandi” sia l’unico modo per loro di abitare questo spazio e questo tempo. Che non abbiamo costruito nient’altro. È paradossale che in Italia un pensatore come Tonucci – classe 1940 – abbia influito meno di quanto non abbia fatto all’estero. Ed è paradossale che il nostro Paese sia così indietro quando si tratta di servizi per l’infanzia: nel resto d’Europa ogni museo, ogni parco, ogni progetto è pensato considerando l’esistenza dei più piccoli. Non eludendola. A Roma ci sono voluti anni per rendere una strada su cui si affacciavano ben quattro scuole uno spazio pedonale. Gli abitanti del quartiere erano contrari: avevano paura di perdere parcheggi. Ora in quella piazzetta i ragazzini giocano a palla a volo. E per lasciare il telefonino, non hanno bisogno di divieti.

Sul Venerdì del 24 aprile 2026

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