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Una generazione di coinquilini forzati

Un frame di Due spicci di Zerocalcare. Per il 42 per cento dei Millennials i soldi e il costo della vita sono la più ingombrante fonte di stress (Netflix) 

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Sono più poveri (del 17 per cento) dei loro genitori e sono vittime dei social, cui devono dare in pasto la versione decente di sé. Una scrittrice racconta
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Nell’incipit fulminante e perfetto di Works – ci riferiamo qui all’edizione ampliata del 2022 – Vitaliano Trevisan scriveva: “A un certo punto non ne potei più. Ero stanco di arrancare sui pedali per non essere lasciato indietro, sapendo benissimo che comunque, malgrado tutti i miei sforzi, sarei rimasto inesorabilmente indietro”.

Era del 1960, lui, ma quelle poche righe sembrano oggi il manifesto della generazione che sarebbe arrivata poi. La nostra, la mia, quella dei nati all’inizio degli anni Ottanta e diventati adulti all’alba del nuovo millennio. Millennials, appunto. Eccoci. Allevati dalla vita di prima – senza cellulari, senza connessione, senza Google Maps, senza voli low cost – e traditi dalla vita di dopo, che ci ha accolti a braccia aperte, seducendoci con le nuove tecnologie e certi sogni di presunte libertà, salvo poi abbandonarci in mezzo a una strada: senza lavoro, se non precario, senza ferie,senza la possibilità di ammalarsi, senza pensione, senza soldi.

Abbiamo 30, …

Nell’incipit fulminante e perfetto di Works – ci riferiamo qui all’edizione ampliata del 2022 – Vitaliano Trevisan scriveva: “A un certo punto non ne potei più. Ero stanco di arrancare sui pedali per non essere lasciato indietro, sapendo benissimo che comunque, malgrado tutti i miei sforzi, sarei rimasto inesorabilmente indietro”.

Era del 1960, lui, ma quelle poche righe sembrano oggi il manifesto della generazione che sarebbe arrivata poi. La nostra, la mia, quella dei nati all’inizio degli anni Ottanta e diventati adulti all’alba del nuovo millennio. Millennials, appunto. Eccoci. Allevati dalla vita di prima – senza cellulari, senza connessione, senza Google Maps, senza voli low cost – e traditi dalla vita di dopo, che ci ha accolti a braccia aperte, seducendoci con le nuove tecnologie e certi sogni di presunte libertà, salvo poi abbandonarci in mezzo a una strada: senza lavoro, se non precario, senza ferie,senza la possibilità di ammalarsi, senza pensione, senza soldi.

Abbiamo 30, 40, 45 anni, la partita Iva, un conto perennemente aperto con l’analista – l’ansia di non farcela ci divora –, e due spicci in tasca. Sempre e solo due spicci in tasca.

Siamo la generazione che ha potuto studiare, la prima iperlaureata, quella che doveva migliorare, come sempre era stato fino a lì, la sorte della precedente.

Invece no.

Siamo i primi, nell’epoca moderna, a essere più poveri (del 17 per cento) dei nostri genitori.

Che tuttavia ci hanno insegnato ciò che a loro era stato insegnato: il senso del dovere e la maledetta abnegazione. Al punto tale da apparire oggi, agli occhi della GenZ – che è povera quanto noi, ma almeno si rifiuta di lavorare gratis, o in nero, per farsi le ossa nella prospettiva, un giorno, di un contratto indecente – cringe. Ecco, siamo quelli che abusano di parole imbarazzanti tipo cringe. E che hanno abusato d’alcol (abbiamo sdoganato e messo a sistema la bevuta lontana dai pasti, e fondato il binge drinking), di droghe cosiddette ricreative, e di lacca per capelli. Perché sì, alcuni di noi erano già adolescenti mentre il buco dell’ozono s’allargava e spopolava in tv.

Schiacciati fra il Sessantotto e Greta Thunberg, l’unica volta che abbiamo veramente protestato siamo stati massacrati di botte, perfino ammazzati. Era luglio, era Genova.

Ma il peggio deve ancora venire. Perché noi Millennials siamo anche, e soprattutto, la generazione senza casa.

Adesso, per favore: teniamo da parte quelli che l’hanno potuta comprare grazie all’aiuto di genitori benestanti o di genitori che hanno investito la liquidazione della loro pensione nella stabilità della prole. Nel resto dei casi, l’impresa è impossibile. Secondo l’agenzia Dire, a Milano, un giovane (perdonerete l’ennesima parentesi, ma è per precisare che il concetto di giovane si è curiosamente esteso agli over 40) impiegherebbe 147,5 anni per acquistare una casa. A Roma, 101, 2,a Firenze, beato lui, solo 95,7 anni.

Gli impiegati Millennials guadagnano in media 14 mila euro l’anno: i loro colleghi sessantenni prendono il 34 per cento in più. Dunque, alla precarietà lavorativasi aggiunge inevitabilmentequella abitativa. Che è così feroce e disperante da aver prodotto una figura sociale che prima degli anni Ottanta non esisteva se non in sporadiche, eccezionali circostanze: quella del coinquilino.

Se vuoi vivere da solo, devi vivere con altre persone: è il paradosso più clamoroso e ridicolo cui la mia generazione sia stata ed è sottoposta. I nostri genitori, nonni e bisnonni, pure se proletari, ci hanno mostrato che tutto quel travaglio avrebbe condotto di sicuro all’obiettivo principe: la casa di proprietà. Modesta, piccina, in periferia,ma di proprietà. A partire da quella, sarebbe arrivato il resto.

E invece, eccoci, ancora noi:la generazione senza il resto.

Consulenti occasionali, per cui il 27 del mese è un giorno come gli altri; schiavi dei lavori che non si possono rifiutare, metti che poi non ti richiamano; dunque, zombie workaholizzati, reperibili h24 come i cardiochirurghi. Senza essere cardiochirurghi; vittime dei social, cui comunque devi dare in pasto una versione decente di te; viviamo drammaticamente alla giornata.E quando si spacca un tubo, un dente o il tetto del condominio, flagello di dio, è tutto da rifare. Pure quei due spicci, spariscono.

Per il 42 per cento di noi i soldi, e il costo della vita, sono la più ingombrante fonte di stress.

Allora, in questo scenario, va da sé che immaginare di avere e crescere dei figli sia complicato. Ho fatto talmente tanta fatica, nella vita,da non aver mai speso un pensiero concreto su quell’ipotesi. Credo di non essermi mai chiesta davvero se ne volessi, perché ho sempre dato per scontato che in ogni caso non avrei potuto, non avrei saputo.E oggi che è biologicamente tardi, per immaginarlo, mi ritrovo comunque, mio malgrado, assediata dalle domande di una società novecentesca che ancora mi considera, in fondo, una che vive in modo provvisorio. «Eppure non ti manca niente», mi hanno ripetuto a lungo. Come se non essermi “sistemata”, così si dice dalle mie parti, fosse una macchia. La gente accetta e normalizza le condizioni di vita assurde della principale forza lavoro contemporanea, ma s’indigna e meraviglia davanti a chi, per scelta, non procrea. Lo splendido incipit da cui siamo partiti continua così:“Perfino in discesa venivo lasciato indietro”.

Care Millennials, cari Millennials. Non ci resta altro da fare: pedalare.

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