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Zerocalcare torna con “Due Spicci”

Michele Rech, Zerocalcare, 42 anni, nella sua casa di Rebibbia a Roma (Luigi Narici) 

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Arriva il 27 maggio “Due spicci”, terzo capitolo della serie di Zerocalcare. Un’analisi lucida sul passaggio d’età, tra debiti, impicci, amori, risate. «Pensare che passavamo il tempo a pia’ per culo i boomer...»
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Lo dice a fine intervista, Michele Rech: «Questa storia l’ho scritta durante un anno in cui non stavo benissimo in generale: c’è un senso di crepuscolo. In produzione si aspettavano qualcosa di più speranzoso». Effettivamente, Due spicci, serie conclusiva della trilogia per Netflix di Zerocalcare, iniziata con Strappare lungo i bordi e proseguita con Questo mondo non mi renderà cattivo, regala poche illusioni, ma molte risate – amare – e una lucidissima analisi sul passaggio d’età, su cose da adulti tipo gli affari, i buffi (intesi come debiti), gli impicci, le derive esistenziali, il passato che ritorna, il conformismo, la famiglia, la paura, il crimine, gli happy ending che sono una fregatura per allocchi.

Michele Rech ha 42 anni, due o tre capelli bianchi, sta più attento a quello che mangia, fa i conti con il tempo e il suo alter ego subisce questo influsso, anche perché l’Armadillo, ovvero la coscienza di Zero, gli intima di prendersi du spicci di responsabilità, nella vita.

Dunq…

Lo dice a fine intervista, Michele Rech: «Questa storia l’ho scritta durante un anno in cui non stavo benissimo in generale: c’è un senso di crepuscolo. In produzione si aspettavano qualcosa di più speranzoso». Effettivamente, Due spicci, serie conclusiva della trilogia per Netflix di Zerocalcare, iniziata con Strappare lungo i bordi e proseguita con Questo mondo non mi renderà cattivo, regala poche illusioni, ma molte risate – amare – e una lucidissima analisi sul passaggio d’età, su cose da adulti tipo gli affari, i buffi (intesi come debiti), gli impicci, le derive esistenziali, il passato che ritorna, il conformismo, la famiglia, la paura, il crimine, gli happy ending che sono una fregatura per allocchi.

Michele Rech ha 42 anni, due o tre capelli bianchi, sta più attento a quello che mangia, fa i conti con il tempo e il suo alter ego subisce questo influsso, anche perché l’Armadillo, ovvero la coscienza di Zero, gli intima di prendersi du spicci di responsabilità, nella vita.

Dunque: Zero è entrato in società nel bar di Cinghiale e le cose non vanno benissimo, anche perché Cinghiale si è indebitato alla grande per fare la festa di Comunione della figlia. Intanto, nel quartiere-mondo di Rebibbia si evolvono turbinosamente le storie, gli amori, le trame. Qualche cambiamento c’è stato anche nell’appartamento di Rech, naturalmente a Rebibbia: il padrone di casa è stato sloggiato dallo studio che ospitava i parti della sua creatività per fare spazio alla cuccia/gabbia di Ziggy (probabilmente Stardust), un meticcetto ramo caccia con delle macchie che potrebbero ricordare il makeup di Bowie ai tempi del glam rock. Questa indefinitezza è legata al fatto che Ziggy, prima, aveva un altro padrone che non poteva più tenerlo e ha messo un annuncio in rete, letto da Rech, che ha provveduto all’adozione. La gabbia, delle dimensioni più adatte a un montone in volo verso la Nuova Zelanda che a un cane di media taglia, serviva invece per evitare che nella precedente vita Ziggy distruggesse casa durante le lunghe assenze del suo ex padrone. Ora, sempre spalancata, serve a dargli sicurezza. Di Ziggy e del suo ruolo benefico toccherà parlare ancora.

Creata, scritta e diretta da Zerocalcare, la nuova serie di animazione Due spicci arriverà su Netflix il 27 maggio (la voce dell’Armadillo è di Valerio Mastandrea). (Netflix) 

Il personale è politico e nel suo caso anche fumetto e cartoon: visto che nelle storie lei riversa, travisandole, molte vicende che ha vissuto, c’entra niente la sua recente compartecipazione nell’Osteria Sauli a Garbatella con il bar di Cinghiale a Rebibbia di cui Zero diventa socio? «No. Quelli non hanno problemi né buffi e non hanno mai provato a fregarmi. Ma, in questi anni, avendo intorno un’umanità che ha avuto spesso bisogno di tamponare debiti e situazioni disastrose di vario tipo, mi è capitato di dover effettivamente dare una mano. Poi, questa esperienza l’ho trasformata nella storia del bar di Cinghiale perché mi serviva come snodo narrativo».

Una forma di restituzione a persone e situazioni che mette in pagina. «Sì, assolutamente. Io attingo alle loro vite per le mie storie, quindi mi sembra giusto rifonderli».

Ma oltre al ristorante di Garbatella ci sono state altre iniziative imprenditoriali? «No. Ci sono stati un sacco di prestiti in giro per sanare un po’ di cose».

E sono stati restituiti questi prestiti? «Uno su dieci, diciamo. Però ci sta».

Cinghiale che s’inguaia con una costosissima festa di Comunione rappresenta la mutazione piccolo borghese di una generazione? «Beh, in realtà più di un personaggio specifico. Nel senso che Cinghiale è il personaggio più integrato, tradizionale, meno strambo, meno alternativo di tutto il mio cast. Io non sono neanche battezzato, quindi questa roba l’ho sempre osservata dall’esterno, però vedo che certi sacramenti li frequentano tutti: molte delle persone intorno a me che hanno avuto figli li hanno battezzati. Quello che continua a sembrarmi incredibile è che in un Paese in cui la gente non ha soldi poi si spendono delle cifre astronomiche per questo tipo di cose, soprattutto i matrimoni».

Tempo fa mi ha detto: «Credevo che le mie storie fossero più generazionali, ora mi pare che le persone a cui dico qualcosa non si identifichino per età, ma per il senso di inadeguatezza e impiccio che hanno dentro». Vero. Però stavolta il passaggio di età si sente tantissimo. «Infatti questa è una scommessa. Cioè, non ho scommesso niente con nessuno, però è una roba che mi incuriosisce. Perché la prima serie, e in parte la seconda, hanno avuto anche un pubblico molto giovane, pure ragazzini di 8, 9, 10 anni. E invece mi rendo conto che qui parliamo di tematiche veramente lontane da loro, i figli, i problemi economici... I ragazzini molto piccoli riusciranno a sintonizzarsi? Onestamente, non lo so. Perché c’è un tema che non so quanto sia generazionale, però riguarda delle persone che certi passaggi li hanno comunque compiuti».

(Luigi Narici) 

Persone che la seguono da 15, 20 anni. «Mi seguono ancora gli stessi? Non lo so. Perché magari le persone che ti seguono dai 25 anni ai 40, i cartoni e i fumetti non li guardano più. Mica detto che sono gli stessi. Non ho dati. Se la mia teoria era vera, nel senso che la gente si aggancia su qualcosa di interno molto più che sugli elementi esterni, quegli stessi ragazzini lo possono ancora capire. Comunque, nella mia testa, questa è la fine di una trilogia e non ho idea di che cosa voglio fare poi da grande».

Io, nella mia testa, pensavo proprio allo smarrimento e dicevo che questo smarrimento lo può provare benissimo, perfino meglio, anche un vecchio. Solo che il vecchio non è appetibile da un punto di vista del marketing narrativo. «Infatti ho pure un pubblico di vecchi che mi ha conosciuto con Rebibbia Quarantine in televisione, perché la tv la guardano i vecchi: sostanzialmente è uno zoccolo duro dei lettori che hanno anche 70 anni».

Sociologicamente parlando, lei è un Millennial. Al momento, qual è il vostro peggiore disagio? «Ci siamo convinti di non essere invecchiati. Nel senso che abbiamo passato il tempo a pia’ per culo quelli più vecchi di noi, i boomer, la Generazione X, e ci siamo trovati adesso con dei ragazzini che giustamente sono adulti pur avendo vent’anni meno di noi, e che ci considerano dei vecchi, mentre noi non abbiamo ancora percepito che, effettivamente, per loro siamo dei vecchi».

Le posso dire che questo problema ce l’hanno anche i boomer. «Sì?».

Eravamo noi i forever young. «Voi ancora vi percepite forever young?».

Eh, un pochino… «Quando arriva il turno nostro, mi sento in imbarazzo su questa roba. E siamo la generazione che è la meno attrezzata per questo momento. Nati col modello dei boomer, ma quel tipo di società non esiste più, mentre i ragazzini che sono nati quando la crisi del 2008 si era già consumata si sono trovati attrezzati, scafati, per vivere un altro tipo di situazione. E noi siamo rimasti un po’ in mezzo, non siamo manco diventati troppo classe dirigente nonostante l’età».

L’identificazione con il lavoro era una truffa subita da noi boomer o un sogno proibito dei millennial? «Secondo me in quella fase storica non era una truffa, poi bisogna capire: io vengo dalla generazione che sperava che le persone potessero liberare del tempo per la loro vita e per emanciparsi anche dal lavoro, poi se in realtà nel tempo emancipato dal lavoro le persone non riescono a godersi niente perché sono povere, precarie, atomizzate, vuol dire che si è soltanto disgregata un’identità comune, nel senso che la gente non si percepisce più come classe e poi si fa fare le peggio cose. Però non lo so, per me è complicato, non ho un impianto antico da questo punto di vista».

Ma quante ore lavora al giorno? «Fino a un anno fa lavoravo 14 ore al giorno».

Si identificava con il lavoro. «Però ho preso un cane apposta perché da solo non ce la facevo a staccare. Il mio primo cane mi ha costretto a mettere delle priorità davanti al lavoro. Cerco di fargli fare una vita bella, quindi lo porto al parco un’ora e mezza la mattina un’ora e mezza al pomeriggio: ovviamente questa roba fa sì che poi devo smettere di lavorare alle tre di notte perché devo recuperare. Però, in qualche modo, mi aiuta».

Quei due spiccioli di responsabilità di cui sopra. «Eppure, dall’età della ragione, ho sempre desiderato ci fosse un cataclisma, un evento terribile che mi liberasse dalla responsabilità di assolvere certi compiti, come andare a scuola e altre incombenze. Da questo punto di vista il Covid è stato il momento in cui mi sono sentito meno fuori posto nella vita».

Il suo personaggio nella serie dice che a quarant’anni non ha mai avuto una convivenza. Deduco che anche lei… «Ho bisogno di stare da solo perché con le altre persone sono molto controllato e mi costringo a tenere una maschera di socialità che mi stressa: mi sembra di dover tenere viva una conversazione, di dover giocolare per intrattenere chi c’è davanti».

C’entra il successo o accadeva anche prima? «Già da ragazzo, se stavo con una persona più di quattro ore, quando tornavo a casa mi facevo i complimenti per essere riuscito a rimanere prestante per tutto quel tempo. Quindi, negli anni, l’idea della convivenza in cui non c’è mai il momento in cui ricarichi le batterie non era molto attraente. Ma adesso sto migliorando. Convivere con il cane un po’ mi aiuta».

Affermazione coraggiosa, quasi spericolata, che potrebbe alimentare la facile ironia dei poveri di cuore. E adesso, per spaventarli un po’, cambiamo tono e argomento: in questa terza serie ci sono le mafie, più del solito, no? Dipende dal fatto che sono più presenti a Rebibbia e in città o dalla rilevanza narrativa del filone criminale? «All’inizio mi andava di fare una storia con dei toni un po’ più noir che però, andando avanti, è diventata molto diversa dall’idea di partenza. Comunque, nel cercare di fare del noir ho attinto a delle situazioni che più o meno avevo incrociato non solo nel mio quartiere, visto che sono molto diffuse in città: poi, come sempre, io concentro tutto qua intorno».

Ai margini di queste atmosfere noir può capitare che una vittima si ribelli violentemente al suo carnefice. La predestinazione dei deboli e degli sfortunati, i destini tragici dei film in bianco e nero di Marcel Carné. «Avevo in mente due esempi, uno è, banalmente, il Canaro, poi diventato protagonista di un film, Dogman, che mi ha sempre fatto pensare alla persona cui è ispirato il mio personaggio: non ha mai ammazzato nessuno, ma ho sempre pensato che prima o poi avrebbe potuto farlo. In realtà c’è pure un’altra fonte d’ispirazione: un ragazzino di scuola mia che, dopo anni di vessazioni, sparecchiò completamente la faccia a uno di quelli che lo menavano; la dinamica della vittima che inaspettatamente si ribella e restituisce il male subìto ha sempre avuto molto fascino su di me».

Politica interna: in Italia siamo sull’orlo del baratro o della pochade? «Del baratro e degli scandaletti dei ministri non me ne può importare di meno, in un momento come questo».

Politica estera: quale animale del suo bestiario potrebbe essere Trump? «Non credo ci siano animali così. Forse un cane pazzo, nel senso che dice tre cose e il loro opposto nella stessa giornata».

Un’intervista è un’interazione sociale e lei, che ammette le sue difficoltà nelle interazioni sociali, è uno degli intervistati più disponibili e generosi che abbia mai incontrato. Chissà che stress: lo scaricherà con due ore di corsa con Ziggy? «Il fatto è che ho un grosso rispetto per il lavoro in generale, quindi penso che io sto lavorando, lei sta lavorando, e non ha senso creare situazioni difficili. Quando vedo gli intervistati rispondere a monosillabi mi chiedo perché non hanno rifiutato l’intervista».

Ma lei non si limita a evitare i monosillabi, va a fondo, si mette in gioco. «Eeeeh perché sono un coglione. Proprio un coglione. E poi me ne pento».

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