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MIles Davis, i 100 anni del dio del jazz

Miles Davis con la celebre tromba “Moon and Stars”, esposta a Pordenone (Anthony Barboza) 

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A Pordenone una grande mostra celebra il trombettista che nel 2026 avrebbe compiuto un secolo. Tra genialità e follia, come racconta chi ha avuto la fortuna di incontrarlo
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Non riesco a immaginarlo vegliardo, le mani artritiche che a malapena riescono a premere sui tasti della tromba, la voce ridotta al ruggito stanco di un vecchio leone del jazz isolato dal branco, gli occhi enormi piantati sul viso scheletrico, predatore trasformato in preda – dalla vita, dalla musica, dal suo fiero narcisismo.

Il 26 maggio Miles Davis (1926-1991) avrebbe compiuto cent’anni. L’assessorato alla Cultura, il Festival Jazzinsieme e il comune di Pordenone, Capitale italiana della cultura 2027, lo celebrano con una mostra “da ascoltare” (Miles Davis 100. Listen to This!, a Villa Cattaneo dall’8 maggio al 12 luglio), realizzata in collaborazione con l’American Jazz Museum di Kansas City, la House of Miles di East St. Louis e il sostegno della Davis Family. Il percorso audiovisivo, data l’enorme produzione musicale sparsa in cinquant’anni di carriera (almeno 60 album di studio e 40 live), è arricchito – oltre che dalle copertine dei dischi, a volte delle vere opere d’arte, gra…

Non riesco a immaginarlo vegliardo, le mani artritiche che a malapena riescono a premere sui tasti della tromba, la voce ridotta al ruggito stanco di un vecchio leone del jazz isolato dal branco, gli occhi enormi piantati sul viso scheletrico, predatore trasformato in preda – dalla vita, dalla musica, dal suo fiero narcisismo.

Il 26 maggio Miles Davis (1926-1991) avrebbe compiuto cent’anni. L’assessorato alla Cultura, il Festival Jazzinsieme e il comune di Pordenone, Capitale italiana della cultura 2027, lo celebrano con una mostra “da ascoltare” (Miles Davis 100. Listen to This!, a Villa Cattaneo dall’8 maggio al 12 luglio), realizzata in collaborazione con l’American Jazz Museum di Kansas City, la House of Miles di East St. Louis e il sostegno della Davis Family. Il percorso audiovisivo, data l’enorme produzione musicale sparsa in cinquant’anni di carriera (almeno 60 album di studio e 40 live), è arricchito – oltre che dalle copertine dei dischi, a volte delle vere opere d’arte, grafica e fotografica – dalle immagini scattate da Anthony Barboza (82 anni) dal 1971 (la storica session nella casa del trombettista, in West 77th Street, New York) fino alla copertina dell’album You’re Under Arrest (1985), stilosissimo, come sempre, in quel completo nero in pelle + Borsalino e una mitraglietta giocattolo (così si disse, ma chissà…), imbracciata al posto dell’inseparabile compagna di vita, la tromba.

Ci sono stati altri fotografi che hanno ritratto in maniera geniale, spesso in bianco e nero, quella maschera di ebano più fotogenica di Marilyn e James Dean messi insieme – da ricordare almeno quelle del grande Irving Penn (New York, 1 luglio 1986: quella mano! poteva essere solo la sua; sul petto nudo, glabro, stringeva la tromba) e del nostro Luciano Viti (Roma, 1987: enigmatico, funky, strafottente). Ma con Barboza fu un’altra storia. Anthony era famiglia.

Afroamericano, aveva fotografato lo scrittore cult James Baldwin, esponente di punta dell’orgoglio e della queerness neri che aveva marciato su Washington con Martin Luther King, Marlon Brando, Charlton Heston e Joan Baez; Miles, che per tutta la vita aveva predicato, veementemente e rabbiosamente, sulla questione razziale (con discografici, produttori, impresari, agenti e persino spacciatori e puttane), non si sarebbe mai negato a Anthony (certo per uno come lui, con l’abito sempre all’altezza del genio e la predilezione per gli stilisti giapponesi – Kansai Yamamoto (sì, quello di Ziggy Stardust), Issey Miyake, Yohji Yamamoto, Kohshin Satoh, Rei Kawakubo – la proposta di Irving Penn, che aveva realizzato innumerevoli copertine di Vogue, fu assai cool).

Quindi no, Miles Davis avrebbe preferito essere abbattuto piuttosto che vedersi invalido, incapace di agghindarsi (con i gioielli da protorapper), sedurre, aggredire, trasgredire, e soprattutto suonare: un semidio del jazz, con Charlie Parker… poi una rivoluzione via l’altra: stretti in due anni, Birth of the Cool e Kind of Blue, che basterebbero a definire una carriera, invece il bello doveva ancora venire, musica totale più che jazz tout court, spatolata di rock, funk e pop.

Ma che paura

Che bello averlo incontrato, non una situazione facile – ne esistevano con lui? – ma che emozione! Non aveva bisogno di parlare, ti fulminava con lo sguardo, e il messaggio era sempre: bianco di merda! In Italia aveva suonato tante volte, da quel primo concerto del 1964 al Teatro dell’Arte di Milano con Wayne Shorter e Herbie Hancock, fino agli affollatissimi set a Umbria Jazz, osannato come una pop star. L’ultima volta fu nell’aprile 1989: lo invitammo a International D.O.C. Club, la trasmissione di Rai 2 di cui ero autore con Renzo Arbore, Ugo Porcelli, Giorgio Battaglia, Adriano Fabi, Gegè Telesforo e Monica Nannini; chiese un compenso esorbitante, ma ne valeva la pena: registrò un intero set (con Kenny Garrett, Kei Akagi e John Beasley) che sbriciolammo in varie trasmissioni (ce n’è un frammento su YouTube, il resto nelle Teche Rai). Grande Miles!

Non ho mai temuto un artista come lui e James Brown. I promoter, si sa, tendono a risparmiare, ma non avevano fatto i conti con l’artista. Quando con la limousine arrivammo davanti all’hotel che avevano prenotato (un buon albergo sotto un cavalcavia della capitale, non esattamente centrale), Miles spalancò quegli occhi enormi – l’avevo immaginato un gigante (forse per via di quelle foto in cui si esercitava al pugilato) invece era fragile e magrissimo, i riccioli scomposti a nascondere la calvizie incipiente, le labbra assai sporgenti sul quel viso privo di adipe (si diceva fosse già malato di Aids), come se il bocchino della tromba gliele avesse gonfiate dopo decenni di pratica – si guardò intorno e ringhiò qualcosa di incomprensibile al suo assistente con quella voce rasposa che gli aveva lasciato un intervento malriuscito alle corde vocali.

Miles aveva detto: io qui non scendo – poi silenzio, senza imprecazioni, perentorio. Non c’erano cellulari, ci volle del tempo prima che si trovasse una soluzione e Miles fosse “depositato” in un albergo degno di …Miles (neanche a dirlo: pretese il cachet in contanti – diffusa pratica antitruffa: anche Nina Simone, Aretha e James Brown facevano lo stesso – salvo poi spenderne una buona parte nella boutique di Versace). Per non farmi trovare impreparato, avevo divorato l’autobiografia appena pubblicata, scritta con Quincy Troupe (Miles: l’autobiografia, minimum fax) dove, piuttosto inaspettatamente, si era raccontato con franchezza: la fuga dalla prospettiva di diventare dentista come suo padre, i primi passi da trombettista a St. Louis prima di unirsi al quintetto di Charlie Parker, la monumentale produzione con la Prestige e la Columbia, l’eroina, la devastante disintossicazione affrontata in solitudine, i cinque anni in cui si rifiutò di toccare la tromba, i leggendari anni newyorkesi: tante, troppe donne; tanto, troppo sesso; tanta, troppa cocaina; tante, troppe mogli, e alla fine un solo amore, l’attrice Cicely Tyson (fotografata sulla copertina dell’album Sorcerer, 1967), amante, amica, confidente, salvavita più del cortisone.

Finalmente Miles è nel camerino della Rai di Via Teulada, il problema è: chi osa bussare dopo che una segretaria è già stata presa a male parole per non aver capito il suo incomprensibile inglese? Mi faccio scudo con una parrucchiera che deve sistemargli il casco per la messa in piega. Per lui eravamo invisibili, inutili, invadenti. Sono sicuro che se gli avessi detto quanto lo amavo mi avrebbe ringhiato contro; sapeva che ero uno degli autori, stop, so che non avrebbe gradito la parola… giornalista e non l’ho mai pronunciata pur di rientrare in quel camerino.

Pochi mesi dopo, Artie Kaplan lo intervistò per Vanity Fair, il mensile americano (agosto 1989): Miles aveva lasciato il suo appartamento e viveva in una suite dell’Essex House, Central Park South. Non se la passava bene, di salute intendo (già a Roma aveva lamentato dolori alle ossa, ma c’era di peggio). Neanche io stavo benissimo, avevo poco più di trent’anni e mi dissero che forse non ce l’avrei fatta. Per una serie di disavventure in un ospedale della capitale finii a fare dei controlli in uno newyorkese. Feci carte false per alloggiare nel costosissimo Essex House (“Le possiamo dare una camera sul retro a un terzo del prezzo, stanno facendo degli scavi per un nuovo grattacielo, è rumorosissima”).

Poi scoprii che l’ascensore del residence non era lo stesso che portava alle camere. Sapevo che Miles era lì sopra (un receptionist, impietosito dalla mia devozione, mi narrava ogni giorno gli spostamenti – riceveva molto ma non usciva quasi mai). No, non l’ho mai incrociato, ma sapere che era tra quelle mura fu per me di grande conforto. Ognuno ha i suoi santi, in paradiso.

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