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Volti e voci resistenti

Flora Monti, classe 1931. Originaria di Monterenzio, sull’Appennino bolognese, è stata una delle più giovani staffette partigiane della Resistenza (Matteo Cesari e Paolo Cagnacci) 

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Partigiani, staffette, sopravvissuti alle stragi nazifasciste. Sono gli ultimi testimoni della Liberazione. E i protagonisti di un progetto multimediale che trasforma i ricordi in una riflessione sul futuro
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Sono ragazzi di 90, 100, 103 anni. Hanno le ossa curve e una pelle sottile su cui sta scritta la mappa del tempo. Sono vecchi, ma i loro ricordi sono giovanissimi. Negli occhi ardenti, nella voce che a tratti si spezza, la memoria è viva e presente. Il passato risale in un’onda dal pozzo degli anni e dilaga nell’oggi, e loro hanno di nuovo 11, 15 o 20 anni, corrono a perdifiato su una bici per portare un messaggio, si nascondono nel fitto degli alberi, imbracciano un fucile, trattengono il fiato per non essere visti: intorno, il vento muove le foglie dei boschi dell’Appennino, e vicino, sempre più vicino, il nemico li incalza.

Loro sono Gianni, Vera, Flora, Mario, sono tra gli ultimi testimoni diretti di una delle pagine più importanti della nostra Storia: la Resistenza. Partigiani, staffette, sopravvissuti alle stragi nazifasciste, che ancora possono raccontare cosa è significato essere giovani durante la guerra, e combattere per la libertà.

Sono ragazzi di 90, 100, 103 anni. Hanno le ossa curve e una pelle sottile su cui sta scritta la mappa del tempo. Sono vecchi, ma i loro ricordi sono giovanissimi. Negli occhi ardenti, nella voce che a tratti si spezza, la memoria è viva e presente. Il passato risale in un’onda dal pozzo degli anni e dilaga nell’oggi, e loro hanno di nuovo 11, 15 o 20 anni, corrono a perdifiato su una bici per portare un messaggio, si nascondono nel fitto degli alberi, imbracciano un fucile, trattengono il fiato per non essere visti: intorno, il vento muove le foglie dei boschi dell’Appennino, e vicino, sempre più vicino, il nemico li incalza.

Loro sono Gianni, Vera, Flora, Mario, sono tra gli ultimi testimoni diretti di una delle pagine più importanti della nostra Storia: la Resistenza. Partigiani, staffette, sopravvissuti alle stragi nazifasciste, che ancora possono raccontare cosa è significato essere giovani durante la guerra, e combattere per la libertà.

Dai versi di un poeta

Alla loro storia è dedicato Avevo due paure, un progetto fotografico di Matteo Cesari e Paolo Cagnacci (che presto diventerà un libro per Postcart Edizioni), e un documentario di Cagnacci e Theo Putzu, nelle sale in occasione dell’81° anniversario della Liberazione.

Il titolo, ispirato ai versi del partigiano Giuseppe Colzani (“Avevo due paure / La prima era quella di uccidere / La seconda era quella di morire”), è il punto di partenza di un viaggio tra i protagonisti, gli oggetti e i luoghi di un passato che sembra lontanissimo, ma che ha ancora molto da insegnarci.

Giulia Galleni, classe 1929, originaria di Carrara. Con lo scoppio della guerra abbandona gli studi liceali e sfolla con la famiglia per ripararsi dai bombardamenti (Matteo Cesari e Paolo Cagnacci) 

«Il progetto è nato da un confronto fra me e Matteo», spiega Cagnacci, «perché la Resistenza è sempre stata uno dei punti fondamentali della nostra formazione. Siamo cresciuti frequentando le case del popolo: il continuo echeggiare della Resistenza nelle parole delle persone che incontravamo in quei luoghi è diventato un bagaglio culturale che ci siamo portati dietro crescendo. Come fotografi, da anni lavoriamo sulla ricostruzione della memoria collettiva, e all’avvicinarsi dell’80° anniversario della Liberazione, sapendo che gli ultimi testimoni stavano scomparendo, ci è sembrato fosse arrivato il momento per affrontare questo tema».

La Resistenza partigiana fu un insieme di movimenti politici e militari, un’opera di guerriglia, una lotta clandestina in cui rischiarono, e spesso persero, la vita donne e uomini provenienti da diversi schieramenti ideologici, da differenti ceti sociali, uniti dalla comune causa di liberare l’Italia dall’occupazione nazifascista. Di questo capitolo fondante dell’identità italiana, di questi giorni febbrili che vanno dal settembre del ’43 al maggio del ’45, Cagnacci, Cesari e Putzu scelgono di raccontare gli eventi che hanno avuto luogo lungo la Linea Gotica, il fronte montuoso che tagliava in due l’Italia dal Tirreno all’Adriatico: da una parte gli Alleati, che risalivano faticosamente la Penisola, dall’altra i nazifascisti. In mezzo, sui monti dell’Appennino, Gianni, Vera, Flora, Mario e tanti altri come loro, che non erano nati per fare gli eroi, ma che non volevano rassegnarsi a un destino da oppressi.

Sulla Linea Gotica

«Il percorso geografico», dice Theo Putzu, «è quello che attraversa lo spazio della Linea Gotica che diventa teatro della storia. Il percorso emotivo è quello intimo e personale dei protagonisti che rivivono quei momenti ormai lontani come frammenti di una storia collettiva». «I protagonisti della Resistenza», continua Cesari, «sono stati ragazzi mossi da un senso di giustizia e dal desiderio di una libertà che, di fatto, molti di loro non avevano mai avuto, perché erano nati e cresciuti sotto il fascismo. I valori in cui si riconoscevano sono valori universali, ma costantemente minacciati».

Mario Neri, classe 1926, nato ad Argelato (Bo) (Matteo Cesari e Paolo Cagnacci) 

La Storia non è solo quella scritta nei libri: sta dentro le pietre, nella terra, negli occhi di chi resta. E ci parla. Cagnacci, Cesari e Putzu si sono messi all’ascolto, hanno disseppellito ricordi dal paesaggio, hanno soffiato via la polvere dai reperti conservati nei musei, hanno interrogato quelli che c’erano perché le loro voci non andassero perdute. Avevo due paure non è solo un viaggio nella memoria, è un viaggio per preservare quel che rimane e coltivare un’eredità ancora fertile. Con lo sguardo rivolto all’indietro, s’interroga sul futuro: su quello che, come italiani, vogliamo essere.

«Noi abbiamo avuto i nonni che ci hanno tramandato questi racconti», dice Cesari. «Ma ora che i testimoni stanno scomparendo, chi tramanderà i loro ricordi alle nuove generazioni?». «In questo momento», afferma Cagnacci, «è necessario tornare a parlare di Resistenza. Intorno a noi si combattono guerre: celebrare la lotta di un popolo oppresso diventa fondamentale. La Storia si ripete, e non dobbiamo mai dare per scontata la libertà che abbiamo».

Sul Venerdì del 24 aprile 2026

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