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La nuova sfida di Ghemon: «Ora voglio farvi ridere. Il rap può aspettare»

(Sam Cashell) 

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La musica. La fama. Sanremo. Poi la crisi: il cantante riparte dalla stand-up comedy e dai piccoli palchi americani con le serate di “open mic”. Lo abbiamo incontrato a New York per farci raccontare tutto
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NEW YORK. «Di giorno l’entrata non è quella ufficiale, bisogna passare dal ristorante affianco», dice Ghemon mentre si fa strada tra i tavoli di un locale messicano, prima di imboccare una porticina sul retro che, dopo una rampa di scale, porta all’interno del West Side Comedy Club.

Dentro, un gruppetto di altri aspiranti comici è seduto di fronte al piccolo palco dove ognuno si esibisce per cinque minuti, prima di scappare dall’altra parte della città, su un altro piccolo palco, per altri cinque minuti. Di questi open mic – si chiamano così, sono l’anticamera degli spettacoli veri, momenti in cui si prova il materiale nuovo – in tre mesi a New York Ghemon ne ha fatti più di 65. Un ritmo che non avrebbe mai potuto tenere in Italia e che qui, lontano da tutto – anche dal comfort della fama – lo ha fatto immergere in un’esperienza unica, sia dal punto di vista umano che professionale. «La comicità mi è sempre piaciuta, sin da quando ero piccolo. La prima volta che sono salito su un palc…

NEW YORK. «Di giorno l’entrata non è quella ufficiale, bisogna passare dal ristorante affianco», dice Ghemon mentre si fa strada tra i tavoli di un locale messicano, prima di imboccare una porticina sul retro che, dopo una rampa di scale, porta all’interno del West Side Comedy Club.

Dentro, un gruppetto di altri aspiranti comici è seduto di fronte al piccolo palco dove ognuno si esibisce per cinque minuti, prima di scappare dall’altra parte della città, su un altro piccolo palco, per altri cinque minuti. Di questi open mic – si chiamano così, sono l’anticamera degli spettacoli veri, momenti in cui si prova il materiale nuovo – in tre mesi a New York Ghemon ne ha fatti più di 65. Un ritmo che non avrebbe mai potuto tenere in Italia e che qui, lontano da tutto – anche dal comfort della fama – lo ha fatto immergere in un’esperienza unica, sia dal punto di vista umano che professionale. «La comicità mi è sempre piaciuta, sin da quando ero piccolo. La prima volta che sono salito su un palco a scuola ho fatto l’imitazione di un personaggio di Corrado Guzzanti, non ho neanche cantato», racconta, come a dire che questo desiderio di dedicarsi alla stand-up non è un colpo di testa, ma quasi un ritorno alle origini.

Quarantaquattro anni, numerosi dischi da solista, due Sanremo, di cui l’ultimo nel 2021, Ghemon ha portato in giro il suo spettacolo teatrale, Una cosetta così, fino a dicembre 2025. Quello nuovo, intitolato La prima volta, l’ultima volta, l’unica volta, debutterà il 24 novembre: dieci date in tutta la Penisola con materiale forse scritto all’ultimo, forse in parte tradotto da quello che ha sperimentato a New York, dove si è esibito per forza di cose sempre in inglese.

Ghemon, oltre Sanremo: "Non mi piace il rap misogino, adoro far ridere con la stand up comedy"

Un’esperienza che, rispetto a cantare, richiede una dose di coraggio in più. «Se non fai ridere, il silenzio lo sentono tutti. Se io faccio una battuta e nessuno ride, la battuta non esiste, mentre la canzone c’è, esiste di suo anche se non piace a nessuno. È proprio un procedimento diverso che in questa fase della mia vita trovo più attinente con quello che mi interessa e che mi fa felice. È tutto più reale: il fallimento, ma anche il senso di riuscita. Sul palco sei più nudo, ma sei tu». Come quando si presenta al pubblico americano dicendo che in vita sua ha fatto il rapper e alla battuta «sì, lo so, sembro un insegnante di yoga di Bushwick» tutti ridono. O come quando racconta dei topi nella casa di Tribeca che divide con una buffa anziana signora o delle sue visite dall’andrologo. «Ho fatto una serata al New York Comedy Club con un comico gigantesco che mi ha detto “vai, fatti i tuoi cinque minuti”. Sono entrato da sconosciuto, ho fatto il mio e quando il pubblico è scoppiato a ridere ho provato un’emozione mai provata». Per quanto lontana, Ghemon racconta che la consapevolezza di voler far ridere è arrivata più forte che mai nel momento più brutto, durante la depressione che l’ha colpito nel 2016. «Nella mia vita le cose andavano male e ho cercato conforto e distrazione in comici che parlavano proprio di quello che stavo vivendo io, ma lo facevano in maniera diretta, brutale».

Quello che mi fa stare bene

La vita però lo porta a fare altro, anche uno sfortunato Sanremo nel 2021, dopo il quale tutto cambia. «È stata la fine di un’epoca. Lì mi sono detto: adesso o mai più». Alla domanda se considera la sua carriera da musicista conclusa dice di no, ma «ora non è la mia priorità, non sono io. Una ragazza l’altro giorno su Instagram mi ha scritto: “Che bel racconto stai facendo di questa avventura newyorkese. Sono sicura che quando tornerai ci farai un bel disco sopra”. Ma questa esperienza non è fatta per raccogliere materiale e poi scrivere canzoni. Questo è quello che voglio fare, la cosa che mi fa stare più bene in assoluto, quella in cui vedo più potenziale espressivo. Ho fatto dischi, ho sperimentato soluzioni diverse, ma non voglio vivere con la pressione di dover stare al passo degli algoritmi, costringermi dentro canoni che non mi rispecchiano per sperare di piacere a una generazione di 30 anni più giovane di me. Anzi, se ci penso, allontanarmi è anche un modo per proteggerla, la mia musica».

Le cose che abbiamo in comune

Non parla di bicchiere mezzo pieno, ma di tutto pieno: non ha rimpianti, perché la stand-up per lui non è una soluzione di rimpiazzo, ma una scelta consapevole, rimandata per anni, voluta a tutti costi, anche fatta con sacrifici e rischio, una sfida avvenuta per tempo nella quale trova grandissima felicità e che, paradossalmente, lo riporta indietro ai tempi del rap. «Non mi sfugge che le due forme artistiche abbiano cose in comune, tra cui ahimè anche una predominanza di voci maschili su quelle femminili. Il rap è stato anche il tramite con cui da ragazzino scoprii i primi comici: frequentando i forum americani, spesso e volentieri mi imbattevo in discussioni su Dave Chapelle, Eddie Murphy, Richard Pryor. Loro sono stati i primi, poi quando sono passato a Louis CK c’è stata una specie di illuminazione». Ora i nomi che gli piacciono e che cita come ispirazione comprendono anche Gary Gulman e Mike Birbiglia, narratori della quotidianità. Un’esperienza, questa newyorkese, che ha affrontato volutamente da solo. «Ho avuto momenti belli, divertenti, ho sofferto la solitudine, mi sono esibito in posti assurdi davanti a gente che non aveva la minima idea di chi fossi. Se c’è una cosa che ho capito di me in questi tre mesi è che sono uno di quelli che, come dicono qua, “show up”. Ci sono, mi presento, non mi tiro mai indietro».

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