Julian Schnabel, intervista a un artista “multi-indisciplinato”
di Germano D'AcquistoJulian Schnabel entra in una stanza come entrerebbe in un quadro: spostando l’aria, ridefinendo le gerarchie, facendo capire in pochi secondi che l’inquadratura — da quel momento — la decide lui. A Château La Coste, in Provenza, dove dal 25 aprile al 15 agosto 2026 presenta una mostra costruita insieme all’amico Donatien Grau nella Galerie des Anciens Chais, il pittore e regista americano mette in scena qualcosa che somiglia più a un autoritratto disseminato che a una retrospettiva: una selezione di opere amate, scelte come si scelgono gli oggetti che continuano a parlare quando tutto il resto ha smesso di farlo. Dentro ci sono i plate paintings anni Ottanta, i velluti, le superfici attraversate da materiali trovati, e i lavori più recenti. E soprattutto c’è quella sua idea di pittura come gesto fisico, come intervento nel tempo prima ancora che nello spazio.
Figura difficile da contenere, Schnabel è uno di quegli artisti che hanno trasformato la propria vita in un’estensione del lavo…
Julian Schnabel entra in una stanza come entrerebbe in un quadro: spostando l’aria, ridefinendo le gerarchie, facendo capire in pochi secondi che l’inquadratura — da quel momento — la decide lui. A Château La Coste, in Provenza, dove dal 25 aprile al 15 agosto 2026 presenta una mostra costruita insieme all’amico Donatien Grau nella Galerie des Anciens Chais, il pittore e regista americano mette in scena qualcosa che somiglia più a un autoritratto disseminato che a una retrospettiva: una selezione di opere amate, scelte come si scelgono gli oggetti che continuano a parlare quando tutto il resto ha smesso di farlo. Dentro ci sono i plate paintings anni Ottanta, i velluti, le superfici attraversate da materiali trovati, e i lavori più recenti. E soprattutto c’è quella sua idea di pittura come gesto fisico, come intervento nel tempo prima ancora che nello spazio.
Figura difficile da contenere, Schnabel è uno di quegli artisti che hanno trasformato la propria vita in un’estensione del lavoro. La sua casa a Manhattan, progettata da lui stesso come un palazzo veneziano fuori scala, è un manifesto abitabile; la sua traiettoria, dagli esordi alla Mary Boone Gallery al successo cinematografico di Lo scafandro e la farfalla, è quella di un autore che ha sempre rifiutato di scegliere un solo linguaggio. Pittore, regista, designer, occasionalmente musicista: più che multidisciplinare, Schnabel è indisciplinato.
Quando lo incontro in videoconferenza, a New York è mattina presto. Indossa un pigiama a righe verdi e bianche – una scelta che non sorprende per chi è noto per presentarsi in vestaglia anche ai party. Ha una personalità prorompente. Ma accanto a questa dimensione, c’è un lato sorprendentemente generoso, persino affettuoso. Schnabel parla molto, devia spesso, ma lo fa come se volesse trascinarti dentro una catena di associazioni che passa con disinvoltura da Kurosawa a Tom Waits. È un flusso continuo, a tratti disordinato, ma sempre lucido nel punto in cui conta: la pittura. Lì torna preciso, quasi chirurgico. Tutto il resto – il mito, le polemiche, le critiche feroci – sembra scivolargli addosso.
Schnabel resta uno degli artisti più divisivi della sua generazione. Si accende, si concede. Si incupisce solo quando il nostro discorso tocca l’America di oggi: lì il suo tono cambia, la voce si abbassa, e per un attimo l’energia espansiva si contrae. È una crepa breve, ma significativa. Subito dopo torna Schnabel. Quello per cui ogni quadro è, ancora, un modo per capire cosa significa essere vivi.
In Provenza lei presenta una selezione che attraversa cinquant’anni: è una retrospettiva o un autoritratto mascherato? «Direi entrambe le cose, ma senza rigidità. Il curatore conosce molto bene il mio lavoro e negli anni abbiamo collaborato spesso. L’idea è stata quella di scegliere nove dipinti che rappresentassero momenti diversi del mio percorso. In fondo, si potrebbe dire che ogni dipinto, come ogni film, è un autoritratto. Ciò che resta è l’opera: il pittore, il regista, il poeta passano, ma il lavoro sopravvive».
In un luogo così controllato come Château La Coste, c’è spazio per l’errore – che è sempre stato centrale nel suo lavoro? «Quando si parla di “errore”, spesso si pensa al felice incidente. I nove dipinti convivono nella stessa stanza, ma ciascuno porta con sé rotazioni, conflitti, aggiustamenti interni. Frank Stella diceva che ci sono solo due domande: cosa dipingere e come dipingere. E in quello spazio accade questo: un dialogo tra opere realizzate dalla stessa mano, quindi legate tra loro, ma diverse per dimensione, materiali, pittura».
Ha sempre difeso l’autonomia dell’arte. Oggi è ancora possibile separarla dal mercato e dall’ideologia? «Sì. Nel corso della storia sono accadute cose terribili e continueranno ad accadere, ma questo non rende l’arte irrilevante. Quando si dice che Matisse dipingeva donne nude mentre il mondo era in fiamme, si insinua che il suo lavoro fosse secondario. Io non lo credo affatto. L’opera mantiene una sua autonomia, anche dentro il caos del mondo».
Non si è mai legato a uno stile preciso: è un modo per sfuggire a un’identità definita o per moltiplicarla? «Fare arte ha a che fare prima di tutto con la libertà. Se sei vincolato a ciò che gli altri si aspettano da te, sei già dentro una gabbia. E se qualcuno dicesse di sapere cosa sta facendo mentre dipinge, probabilmente mentirebbe. La cosa meravigliosa della pittura è proprio che non devi sapere fino in fondo cosa stai facendo. Quando dipingi, il conscio e l’inconscio si fondono. Quello che arriva alla fine del processo è una sorpresa. Per questo non penso che rifiutare uno stile unico sia una forma di fuga. È piuttosto una forma di inclusione».
Una volta ha detto di essere la cosa più vicina a Picasso. Lo pensa ancora? «Era una battuta. In realtà siamo molto diversi».
Se il presente è dominato dalla paura, l’arte ha ancora il compito di disturbare o dovrebbe offrire nuove forme di consolazione? «Non credo che le due cose si escludano. Quando chiedi se l’arte debba disturbare o consolare, credo che la risposta sia che innanzitutto debba aprire un campo di esperienza. Un oggetto artistico crea uno spazio in cui, come comunità di spettatori, ci ritroviamo a fare i conti con ciò che vediamo e con come lo vediamo. Anche per l’artista è così: spesso non sai dove stai andando, provi qualcosa che non avevi ancora fatto, e proprio lì scopri altro. Un oggetto conduce al successivo. È questo il cuore del lavoro».
I suoi film sembrano quadri in movimento. È il cinema che invade la pittura o la pittura che rifiuta l’immobilità? «Vorrei che il mio lavoro andasse oltre il rettangolo. L’arte, in fondo, non è solo dentro l’oggetto: accade nello spazio tra l’opera e chi la guarda. È lì che vive, ed è ciò che ti porti via con te. Ricordo la prima volta che vidi I Sette Samurai di Kurosawa: all’inizio del film ci sono questi cavalieri in armatura, nella pioggia, tra pozze enormi, gli zoccoli dei cavalli che schizzano acqua in bianco e nero. E ti chiedi: come può la pittura confrontarsi con qualcosa del genere? La risposta, per me, è nella quiete».
Un momento recente in cui ha avuto la sensazione di vedere qualcosa per la prima volta? «Due giorni fa, in Messico. Mio figlio ha una bambina piccola, nata il giorno del Ringraziamento, e io l’ho tenuta per la prima volta tra le mani nell’acqua di una piscina. Sentivo questa forza vitale in un essere minuscolo. Irradiava vita».
Ha delle “ancore” personali che la aiutano nei momenti bui? «Sì, certe canzoni di Tom Waits: alcune mi hanno accompagnato in periodi difficili, e nonostante la loro tristezza contengono qualcosa a cui posso sempre aggrapparmi».
Se oggi un giovane artista volesse essere libero, dovrebbe ignorare il sistema o usarlo criticamente? «L’idea stessa di “sistema” è già una trappola. Ci sono artisti che hanno lavorato per cliché di potere o per tendenze del momento. Ma poi ci sono figure come Marcel Duchamp o Man Ray, che hanno aperto possibilità immense senza conformarsi a una traiettoria lineare dell’arte. Quindi direi: dipingi ciò che vuoi, segui il tuo istinto. Ne verrà fuori qualcosa di diverso da ciò che fanno gli altri».
L’ultima domanda è sull’America di oggi: come è cambiata negli ultimi vent’anni? «Non direi negli ultimi vent’anni, ma negli ultimi due. Ciò che sta accadendo è una vergogna: il governo non rappresenta tutti noi, ma gli Stati Uniti restano un grande Paese. Se vogliamo evocare un’altra America, possiamo pensare al momento in cui Obama fu eletto, con Aretha Franklin che cantava al suo insediamento. O a Martin Luther King e Marlon Brando che marciavano per i diritti civili. O ancora a Walt Whitman, quando scriveva di Montauk Point. Facciamo quello che possiamo. Alla fine, ciascuno deve seguire la propria bussola morale».
Sul Venerdì del 24 aprile 2026