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Terremoto del Friuli, racconto dal Paese che non c’è

I resti della chiesa di San Bartolomeo a Portis (Udine). Molte furono le scosse che colpirono il Friuli nel 1976: le principali si verificarono il 6 maggio, l’11 e il 15 settembre. (Mauro Galligani) 

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Di Portis vecchio, raso al suolo dal sisma del 1976, rimangono solo macerie. Troppo pericoloso ricostruire. Così le nuove case sono nate altrove. Eppure il legame con questi luoghi è ancora forte
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(In questo buio, brilla una piccola luce. Che ci sia qualcuno, e a quest’ora, a Portis Vecchio? Ma è un attimo, scompare dietro la curva. E anche a tornare indietro, non c’è proprio nessuno).

«Dopo il terremoto, la gente cominciava ad andarsene. Allora abbiamo fatto la cooperativa, e costruito il paese nuovo». L’idea era di Valerio Pituelli, con cui la mattina presto si sale al cimitero che sarebbe dismesso, ma poi qualcuno riesce ancora a farsi seppellire, nel gran vento che tira da queste parti. Il paese nuovo è vicino, ma non dov’era ‘Puartis’, minacciato tuttora da una frana gigante, e basta alzare lo sguardo. Ecco il masso enorme che incombe, un giorno che non sappiamo scenderà a travolgere i ruderi, quegli ultimi.

Perciò ci sono due Portis, unico posto dove non si è potuto ricostruire, ma si è stati costretti a delocalizzare. In tutto il resto del Friuli già castigato dal Vajont, le case sono risorte dov’erano, e com’erano, quasi. Qui non era possibile. E questi sono posti famos…

(In questo buio, brilla una piccola luce. Che ci sia qualcuno, e a quest’ora, a Portis Vecchio? Ma è un attimo, scompare dietro la curva. E anche a tornare indietro, non c’è proprio nessuno).

«Dopo il terremoto, la gente cominciava ad andarsene. Allora abbiamo fatto la cooperativa, e costruito il paese nuovo». L’idea era di Valerio Pituelli, con cui la mattina presto si sale al cimitero che sarebbe dismesso, ma poi qualcuno riesce ancora a farsi seppellire, nel gran vento che tira da queste parti. Il paese nuovo è vicino, ma non dov’era ‘Puartis’, minacciato tuttora da una frana gigante, e basta alzare lo sguardo. Ecco il masso enorme che incombe, un giorno che non sappiamo scenderà a travolgere i ruderi, quegli ultimi.

Perciò ci sono due Portis, unico posto dove non si è potuto ricostruire, ma si è stati costretti a delocalizzare. In tutto il resto del Friuli già castigato dal Vajont, le case sono risorte dov’erano, e com’erano, quasi. Qui non era possibile. E questi sono posti famosi per tante cose ma soprattutto per una: dopo la prima scossa del Grande Terremoto (6 maggio 1976, ore 21 e alcuni centesimi di secondo) era già chiaro che si voleva rimettere tutto in piedi, con forza di volontà disperata, sennò non restava che emigrare, di nuovo e come sempre è stato da queste parti. E si contarono i morti, che furono 990 nella regione, e 400 solo a Gemona. A Venzone, 47, e il paese rientrò nella categoria “rasi al suolo”, e nella sua frazione Portis, i morti furono sei e si chiamavano Gemma, Giacinto, Lucia, Natalina, e c’erano due Margherite, tutti nomi di una volta.

Ricorda Pituelli che corse verso la chiesa di San Rocco a cercare sua madre, «perché essendo di maggio le donne andavano al rosario, la sera. Ma erano appena uscite, ed erano tutte vive». È stato un miracolo? Ma lui non crede ai miracoli, già da ragazzo era iscritto al partito comunista.

Il volo del grifone

Ora, la chiesa è un perimetro di fondamenta, il pavimento di seminato veneziano, come si usava. Un altare a cielo aperto, nel pieno vento. E case, poche rimaste dritte. Inchiavardate dentro certi castelli di legno che ne bloccano il crollo, le crepe in cui passa un pugno. In piedi però, con le tapparelle di alluminio robuste ed eterne, la prima ricchezza degli anni Sessanta. Restano spiazzi, tracce di case, in questo Portis Vecchio su cui talvolta vola il grifone, su nell’altissimo. Un unicum, tutto è rimasto come quel giorno di 50 anni fa, più o meno. E se si riesce a entrare in una delle case, ecco il calendario che si sta sfarinando, fermo a quel maggio. La cassa di legno con le bottiglie del ginger Sibas, che nessuno ha più riportato indietro per il cambio. All’ultimo piano, pavimenti di piastrelle squassate, è il memento di quello che è stato. Poi, c’è la polvere. Ma non lo si può definire un paese morto (guai a voi, se lo dite li offendete).

Piuttosto, reperto di archeologia contemporanea, e memoria viva, e persino palestra della scuola internazionale Serm Academy, ci vengono gli studiosi dei terremoti, i vigili del fuoco e la Protezione civile, e ingegneri da tutto il mondo a osservare dal vero gli effetti di un sisma sulle strutture, la tenuta del cemento armato e delle chiavi di volta, perché questo ha tenuto in piedi il poco rimasto. Ed è vero che non ci si può abitare, ma si possono coltivare gli orti, piantare i bulbi che fioriscono inaspettati, bellissimi. Sposarsi, perché San Rocco è consacrata, e anche celebrare un funerale o un battesimo. In fondo, nessuno se ne è mai andato da qui.

In uno spiazzo di piante giovani, arbusti e primi fiori, sta piantato un cartello orgoglioso, Cjase Valent Sigars. Significa che “qui c’era la nostra casa, e anche se non esiste più, questa era e resta la nostra casa”.

Intanto, scorrono i ciclisti che percorrono la ciclovia Alpe Adria, da Salisburgo a Grado, e si fermano curiosi al vecchio cartello “Portis/ Fraz di Venzone”, “fraz” di 288 abitanti che non c’è più, eppure c’è ancora. E sul perché non si sia rifatto il paese dov’era, la spiegazione è fissata al 15 settembre 1976, quando il terremoto scosse di nuovo il Friuli, e dall’alto della montagna venne giù quella frana. Un masso enorme precipitò fin sulla strada Pontebbana che porta alla Carnia e al Tarvisio, lì proprio dove c’era un muro su cui stava scritto “Portis deve rinascere qui”.

Il masso si portò via solo quella parola, il “qui”, poi si fermò, in pace, al centro della statale numero 16. «Non ci fu più discussione. La gente capì che bisognava andarsene», racconta l’ex sindaco Fiorenzo Valent (della sua casa, resta un pezzo di pavimento di cucina). Lo si incontra in una casetta di legno, costruita dagli Amici di San Rocco e cioè dalla parrocchia. E seduti vicino alla stufa economica, don Roberto Bertossi, pievano di Venzone nonché monsignore, ricorda che «questo era un paese di contadini, c’erano due osterie e l’alimentari». E su cosa significhi la parola memoria, risponde che è «l’esigenza interiore di sentirsi legati a chi è stato prima di te, qui».

Che fare? I volontari di San Rocco hanno disboscato e riaperto i sentieri, pulito la strada di ciottoli che porta al fiume. «Ci ritroviamo a Natale, e abbiamo anche fatto un convegno, presentato libri, organizzato concerti. Proprio qui, perché il paese non si senta abbandonato, e si mantenga accesa una piccola luce». La messa per l’anniversario del terremoto, la Via Crucis. Intanto qualcuno taglia l’erba attorno ai propri ruderi, forse questa cosa si chiama amore.

«Tra la prima e la seconda scossa ci fu dibattito acceso, chi voleva andare via e chi voleva restare, ricostruire tutto daccapo». Come tutti, Valerio Pituelli finì in una tendopoli, poi nei prefabbricati, intanto progettando una cooperativa «perché c’erano troppi che promettevano a vanvera, “qui facciamo una casa al giorno!”», ma erano truffatori, magliari. La gente litigava, si insultava, «alla prima assemblea qualcuno urlò “non ci riuscirete mai!”», intendendo la ricostruzione collettiva. Il prete di allora voleva che si andasse tutti a Carnia, e basta. Ed ecco arrivati al cimitero, davanti alla tomba del presidente di quella cooperativa, Giovanni Battista Jesse, «e poi c’era la segretaria Silvana Valent. Gente in gamba, convinta dell’idea. Non volevamo che il paese venisse sciolto, o assorbito da Carnia», dice Pituelli.

Lui era il coordinatore, e poi diventò assessore ai Lavori pubblici di Venzone, e ci fu una volta che andarono a Roma, per incatenarsi davanti al ministero delle Finanze, «la legge ci esentava dall’Iva, ma i rimborsi non arrivavano mai. Nella borsa avevo catene e lucchetti…».

Arrivarono i soldi, eh, ma è stata una lunga battaglia, per arrivare a costruire 80 nuove case e rimetterci dentro le famiglie «ricreando il vicinato, le persone tornarono nell’ordine di prima», e uscendo trovavano gli amici e i nemici di un tempo (a parte una coppia scoppiata, lui venne messo a inizio paese, lei dalla parte opposta). E basta affacciarsi dal muretto del cimitero, sul bosco, per capire lo shock di quei giorni, quando ai crolli del terremoto si aggiunse quella frana enorme che travolse le sepolture nuove, quelle non protette dal Clapon “dal Simiteri” (e vedete come tutto ritorna, cade un “clapon” grosso come una villetta bifamiliare, ma si ferma proprio lì, e nei secoli ci seppelliscono i morti, al riparo delle bizze della montagna).

E tutti questi massi hanno un nome, quello “lunc”, quello del lupo, quello del “Mai”, perché nei secoli la gente ha imparato a conoscerli, a temerli. La chiesa di San Bartolomeo, un rudere in cui crescono alti due pioppi, ed è vero che nel 1976 misero da parte le pietre e i marmi dell’altare, e qualcuno se li rubò. «A Venzone c’è stato un lavoro enorme, per la ricostruzione. A Portis non è stato possibile, purtroppo», spiega il sindaco di oggi, Mauro Valent. Un bambino di 3 anni, nel 1976, finito sulla copertina di Epoca assieme al papà (che ha i capelli dritti, i due sono appena scampati alla morte). Andavano a trovare la nonna a Venzone, e «davanti a noi la strada scomparve».

A questo ripensa ogni volta che la terra trema, e succede piuttosto spesso, piccole e medie scosse, ma scosse. Perciò ha firmato un’ordinanza che vieta di avvicinarsi agli edifici di Portis, e come tutti quelli che c’erano allora, ancora si commuove, al ricordo.

Sul Venerdì del 24 aprile 2026

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