In questi tempi in cui il futuro del mondo in cui viviamo sembra sgretolarsi è particolarmente istruttivo e malinconico leggere le opere degli intellettuali che, quasi un secolo fa, avevano sentito l’odore della catastrofe imminente. Forse proprio i due autori che più di tutti incarnano quella consapevolezza erano ebrei, europei e cosmopoliti, nati ed educati nell’immenso e compianto impero asburgico. Sono anche stati, per un decennio, molto amici, e si chiamavano Stefan Zweig e Joseph Roth. È curioso che la loro fitta corrispondenza sia stata pubblicata per la prima volta relativamente pochi anni fa, e ora tradotta in italiano (Ombre folli. Lettere 1927-1938, traduzione Ada Vigliani, Adelphi, 516 pagine, 32 euro). Roth e Zweig erano due uomini molto diversi: il primo sempre senza soldi, afflitto da una vitale forma di disperazione eterna che lo attirava inesorabilmente verso l’alcol, il secondo borghese, calmo e ragionevole. Per un decennio hanno parlato di tutto, delle proprie recip…
In questi tempi in cui il futuro del mondo in cui viviamo sembra sgretolarsi è particolarmente istruttivo e malinconico leggere le opere degli intellettuali che, quasi un secolo fa, avevano sentito l’odore della catastrofe imminente. Forse proprio i due autori che più di tutti incarnano quella consapevolezza erano ebrei, europei e cosmopoliti, nati ed educati nell’immenso e compianto impero asburgico. Sono anche stati, per un decennio, molto amici, e si chiamavano Stefan Zweig e Joseph Roth. È curioso che la loro fitta corrispondenza sia stata pubblicata per la prima volta relativamente pochi anni fa, e ora tradotta in italiano (Ombre folli. Lettere 1927-1938, traduzione Ada Vigliani, Adelphi, 516 pagine, 32 euro). Roth e Zweig erano due uomini molto diversi: il primo sempre senza soldi, afflitto da una vitale forma di disperazione eterna che lo attirava inesorabilmente verso l’alcol, il secondo borghese, calmo e ragionevole. Per un decennio hanno parlato di tutto, delle proprie reciproche opere, che leggevano avidamente, del destino dell’Europa, di politica, di letteratura, dei soldi che Roth non aveva mai e che Zweig regolarmente gli prestava, di donne e di sciatalgia. Sfogliando queste lettere mi è venuto in mente un dolce che ha una storia tentacolare che attraversa quella di tutta Europa. Quel dolce che chiamiamo torta sabbiosa si chiama in Europa centrale Sandkuchen e, secondo un’antica tradizione, doveva essere preparata rigorosamente in uno stampo a forma di ciambella. Trovo particolarmente interessante che un dolce così diffuso e in un certo senso cosmopolita sia ormai considerato, in Italia, una ricetta regionale.
Torta sabbiosa
Che cosa serve 200g di burro morbido; 180g di zucchero; 4 uova; 100g di fecola di patate; 100g di farina; vaniglia e scorza di limone; una bustina di lievito per dolci
Come procedere In una planetaria montate il burro con la frusta per 8 minuti, quindi aggiungete lo zucchero, il lievito, la scorza di limone e la vaniglia, poi le uova intere poco per volta. Amalgamate quindi la fecola e la farina. Versate in uno stampo imburrato a forma di ciambella, e infornate a 160° per almeno 45 minuti.