InvestCloud Italy è una fior di azienda. Si occupa di digital wealth. In altre parole, costruisce per le banche app attraverso le quali i clienti controllano i loro investimenti. E grazie alle quali i consulenti finanziari magari scoprono che il loro assistito ha espresso una qualche sensibilità ambientale e quindi vale la pena offrirgli azioni che ne tengano conto. Nell’ultimo bilancio dichiarava un aumento dei ricavi del 63 per cento rispetto all’anno prima e utili di tutto rispetto. Il contrario di un’azienda in crisi. È stata quindi un’assoluta sorpresa, per i trentasette dipendenti della sede di Marghera, ricevere il 9 marzo una lettera dal management americano che aveva nell’oggetto la seguente dicitura: licenziamento collettivo per cessazione dell’attività di impresa.
Nelle due scarne paginette che spiegavano i motivi dell’«eccedenza» si citava, per ben tre volte, l’intelligenza artificiale. Prima indicata come «incompatibile con il mantenimento di soluzioni locali». Poi come d…
InvestCloud Italy è una fior di azienda. Si occupa di digital wealth. In altre parole, costruisce per le banche app attraverso le quali i clienti controllano i loro investimenti. E grazie alle quali i consulenti finanziari magari scoprono che il loro assistito ha espresso una qualche sensibilità ambientale e quindi vale la pena offrirgli azioni che ne tengano conto. Nell’ultimo bilancio dichiarava un aumento dei ricavi del 63 per cento rispetto all’anno prima e utili di tutto rispetto. Il contrario di un’azienda in crisi. È stata quindi un’assoluta sorpresa, per i trentasette dipendenti della sede di Marghera, ricevere il 9 marzo una lettera dal management americano che aveva nell’oggetto la seguente dicitura: licenziamento collettivo per cessazione dell’attività di impresa.
Nelle due scarne paginette che spiegavano i motivi dell’«eccedenza» si citava, per ben tre volte, l’intelligenza artificiale. Prima indicata come «incompatibile con il mantenimento di soluzioni locali». Poi come destinataria di «maggiori investimenti». Infine come generatrice di «benefici di produttività» che non si addicevano a una struttura frammentata.
Quell’algida letterina, che quanto a espressività poteva tranquillamente essere stata scritta da ChatGpt, segnava però un record, per l’Italia e forse anche oltre: per la prima volta un intero ramo di azienda era stato segato dall’Ia. L’unica certezza che abbiamo, in questa inchiesta sull’impatto di chatbot e simili sul lavoro, è che non sarà l’ultimo.
Dal Bel Paese…
Al Venerdì ci siamo chiesti come celebrare il Primo Maggio, le sempiterne lotte per il lavoro, e abbiamo pensato che il fronte più nuovo (quando ancora sopravvivono anche tutti gli altri, come conferma il prossimo servizio da Prato) sia quello della competizione tra lavoratori in carne e ossa e quelli, immensamente più mansueti, fatti di bit, siano essi robot o bot.
«Prima le aziende licenziavano quando il prodotto era maturo e non vendeva più come prima. Oggi, evidentemente, quando lo è il lavoratore rispetto alla tecnologia» commenta amaro Michele Valentini della Fiom Veneto che ha seguito tutta la vertenza. Compreso il maldestro tentativo – del medesimo management a cui ha fatto eco l’assessore regionale al lavoro, leghista – di derubricarla a “normale” delocalizzazione di quei servizi in India, una volta capito che la notizia stava attirando troppa attenzione per il suddetto primato. Come se essere sostituito da un informatico low cost di Bangalore fosse più indolore!
I sindacati hanno chiesto ovviamente il ritiro dei licenziamenti. Passeranno i 75 giorni di rito per un accordo. Forse si arriverà a qualche incentivo ma difficilmente la casa madre, acquisita negli ultimi anni da un fondo molto aggressivo, vorrà rinunciare alla prospettiva di maggiori utili. «Che c’erano già, ma non sono mai abbastanza stratosferici», chiosa Valentini.
Più o meno negli stessi giorni i dipendenti della Nielsen di Assago, sezione italiana della multinazionale che si occupa di monitoraggio pubblicitario e dati di ascolto, apprendevano dell’avvio di una procedura di mobilità per 43 lavoratori, circa un terzo del totale. Da sostituire con algoritmi. Ma per fare cosa, esattamente, chiedo a Giuseppe Nardozza, nella sua doppia veste di dipendente e delegato Cgil?
«Intervenire in due settori. Il primo è il monitoraggio delle pubblicità che vanno in onda in tv. Chi fa le campagne vuol sapere se ha speso bene i suoi soldi, quando vanno in onda e che tipo di persone le vede: noi glielo diciamo. Il secondo è la raccolta dei dati d’ascolto, fondamentali per stabilire lo share, unità di misura indispensabile del successo di una trasmissione».
Nardozza ricorda che alcune di queste mansioni erano già state spostate in Albania per risparmiare sugli stipendi. Ma ora c’è un salto: «Riconoscere una pubblicità istituzionale da una commerciale, valutarla correttamente non è facile. In America hanno già fatto esperimenti e lì i formati sono più standard ma qui in Europa, a oggi, non esistono software in grado di rimpiazzarci con lo stesso livello di qualità. Su questo insisteremo al tavolo con la controparte».
Sono ovviamente solidale ma temo che si illuda: a giudicare da quel che è successo negli ultimi tre anni, se oggi l’algoritmo fa un po’ di confusione, entro pochi mesi avrà recuperato.
«Una recente sentenza del Tribunale di Roma» riassume Gemini, il bot di Google – e su questo apparente paradosso di me che prendo l’Ia come una fonte torneremo dopo –, «ha stabilito che è legittimo il licenziamento di un dipendente da sostituire con l’intelligenza artificiale per giustificato motivo oggettivo: la vicenda riguardava una graphic designer licenziata da un’azienda di sicurezza informatica».
…al resto del mondo
Se da noi i casi riguardano alcune decine di persone, negli Stati Uniti l’ordine di grandezza è superiore di 4-5 volte. Decine di migliaia di lavoratori sono già stati fatti fuori con la causale «sostituito dall’Ia».
Ibm ha già eliminato «centinaia» di dipendenti nel settore risorse umane, sostituendoli col bot interno AskHR. Salesforce, gigante tech, ha fatto fuori mille ruoli di assistenza clienti. Ups ha annunciato che si sbarazzerà di 20 mila dipendenti grazie all’efficientamento del machine learning. Block, la nuova azienda del fondatore di Twitter, ha dimagrito lo staff del 40 per cento per «progredire più velocemente con team più piccoli che usano Ia». Amazon ha tagliato 14 mila teste nel 2025 e altre 16 mila nel 2026 senza mettere la mossa direttamente in relazione con l’Ia.
Più in generale, però, il Ceo Andy Jassy che ci ha appena investito 100 miliardi, non ha difficoltà ad ammettere che «con l’Ia serviranno meno persone». La celebre app Duolingo, per dire, ha lasciato a casa il 10 per cento della forza lavoro per passare a un modello Ai-first. Gli esempi potrebbero moltiplicarsi e, sebbene il plurale di “aneddoti” non sia “dati”, la tendenza sembra sufficientemente chiara. Poi, ovviamente, il responso finale sarà dato dal saldo: quanti nuovi lavori nasceranno rispetto a quelli precocemente rottamati?
Se nel rapporto Future of Jobs 2023 il World Economic Forum prevedeva, entro il 2027, 83 milioni di posti in meno contro la creazione di 69 milioni di nuovi lavori, due anni dopo ha corretto il tiro: quattro datori di lavoro su dieci, globalmente, ridurranno i propri organici a causa dell’Ia. Quando non licenzia, l’intelligenza artificiale blocca il turnover, riorganizza, ottimizza, ma il risultato finale è lo stesso: meno lavoratori.
Paper, libri, previsioni
La verità è che è passato ancora troppo poco tempo. Tutto sta succedendo a ritmi inediti, incompatibili con una letteratura scientifica consolidata. La profezia più celebre, e radicale, resta quella di Dario Amodei, fondatore di Anthropic: entro il 2031 metà delle attuali mansioni d’ingresso dei colletti bianchi scomparirà. Al che il suo arcinemico Sam Altman ha risposto, candidandosi involontariamente al Premio Cinico dell’anno, che se vengono eliminati «forse non erano nemmeno vero lavoro». Lo dicesse a uno studente che sbarca il lunario in un call center, o alla buonanima di Michela Murgia se ha coraggio!
Al di là delle frasi memorabili, sempre Anthropic il mese scorso ha pubblicato il paper Labor market impact of AI in cui specifica: sebbene il 94 per cento dei compiti informatici siano già automatizzabili, la vera sostituzione resta nei dintorni di un terzo. I lavoratori più a rischio, in generale, sarebbero quelli più istruiti e peggio ancora le donne, che spesso svolgono compiti di coordinamento, ad alta intensità di dati.
Alla fine dell’anno scorso l’università di Stanford, nello studio Canaries in the Coal Mine, identificava nei giovani i più a rischio. E se c’è una certezza, in questa ridda di ipotesi, è che l’occupazione già diminuita è quella tra i neolaureati. Del 16 per cento, rispetto all’era pre-ChatGpt. Anche tra gli informatici, che la saggezza popolare vedeva come corso di studi a prova di futuro. Ecco, non più.
Infine il recentissimo rapporto del Mit Crashing Waves vs. Riding Tides dice che l’impatto non sarà, appunto, tanto quello di uno tsunami quanto di una marea che sommergerà lentamente il lavoro umano non specializzato. Basti pensare che nel 2024 i bot finivano con successo metà dei compiti testuali complessi. Diventati il 65 per cento l’anno dopo, con previsioni tra l’80 e il 95 entro il 2029.
In L’inganno dell’intelligenza artificiale, il libro appena tradotto da Fazi della linguista Emily M. Bender e della sociologa Alex Hanna, l’accento non è tanto sulla sostituzione quanto sulla lumpenproletarizzazione. Invece di liberare i lavoratori dalla fatica, l’Ia spesso trasforma carriere stabili in lavori precari e atomizzati. Con i manager che riducono gli esseri umani al ruolo di “baby-sitter di algoritmi”. Ovvero lavoratori reperibili a chiamata che vengono pagati solo quando le macchine non funzionano o per correggere i loro errori. Poi magari andrà tutto benissimo, ma come unica strategia la speranza non è granché.
Infine, il caso del cronista
E arriviamo al particulare. Mi occupo di tecnologia da oltre un quarto di secolo e, quando ho chiesto a Claude, il bot di Anthropic, di consigliarmi alcuni esperti sul tema “Ia e lavoro”, ha fatto anche il mio nome in quanto autore di Al posto tuo, un libro del 2016 piuttosto preoccupato dalla sostituzione tecnologica. Dieci anni dopo con l’Ia ci chiacchiero tutti i giorni. Le faccio un sacco di domande nella fase della ricerca di informazioni. Poi verifico tutto, ma anche al netto delle verifiche i tempi rispetto alle vecchie ricerche su Google – vi ricordate? – si sono molto accorciati.
Le faccio anche riassumere molti testi lunghi, quando mi basta capire al volo il succo, la tesi centrale sulla quale poi insisto con domande ulteriori. Vi confido queste cose con un modicum di circospezione perché ho letto che, di recente, il New York Times ha fatto fuori un freelance perché qualcuno si era accorto che la sua recensione era troppo simile a un’altra che gli era stata suggerita dall’Ia.
A scanso di equivoci, io non mi faccio scrivere niente perché scrivere è la parte più divertente del lavoro e perché ho un discreto amor proprio. Però la mia produttività è decisamente aumentata. È come se avessi un bravo stagista a disposizione.
Non mi rendo conto che, nel lungo periodo, l’Ia – dicono – mi sostituirà? Non mi è arrivata voce che ProPublica, un benemerito sito di giornalismo investigativo, ha scioperato nei giorni scorsi anche per mettere dei paletti sull’uso dell’Ia (poi però si è scoperto che il grosso dell’agitazione era, come da noi, per il rinnovo del contratto)?
Ecco, io escludo che sostituirà i cronisti, quelli che vanno sul posto e raccontano cose viste di prima mano. Ma senz’altro potrà sostituire altre figure e di questo dobbiamo occuparci sul serio. Tre anni fa, in occasione dell’uscita del suo Potere e progresso avevo intervistato Daron Acemoğlu, che di lì a poco avrebbe vinto il Nobel per l’Economia per i suoi studi su lavoro e automazione.
Una domanda era: chiedere a ChatGPT di riassumere un lungo articolo per fare un post per Instagram ricade nella categoria dell’Ia che potenzia i lavoratori o in quella che li sostituisce? Risposta: «Una cosa che l’Ia generativa fa piuttosto bene sono proprio i riassunti. Qualcuno se ne potrà approfittare per licenziare, come ha fatto Buzzfeed negli Stati Uniti, giornalisti che svolgevano mansioni molto basiche. Ma pensate a quanti vantaggi nell’utilizzarla come assistente personale, per preparare le interviste e, più in generale, liberando tempo per fare un miglior giornalismo investigativo. Questa scelta dipenderà dai direttori dei giornali». Più ancora dagli editori, a dire il vero.
Tra le richieste di ProPublica c’è che ogni cosa fatta con l’Ia venga dichiarata e rivista dai giornalisti, perché la responsabilità è loro. E su questo siamo tutti d’accordo.
Sul Venerdì del 1 maggio 2026